Yemen, tra rivoluzione e terrorismo

Ancora una volta la primavera araba porta la guerra in un Paese della Penisola Arabica

Mentre tutti gli occhi sono puntati su Libia, Siria ed Ucraina, un altro fronte è aperto in Medio Oriente: parliamo dello Yemen. Paese molto povero, da sempre interessato da una corruzione molto elevata e da intense lotte tribali, vede la sua unica fortuna in dei modesti giacimenti petroliferi, che gli esperti danno però in esaurimento entro il 2017. I fatti più importanti della sua storia risalgono agli anni recenti in cui, dopo la dissoluzione dell’Impero Ottomano, lo Yemen si divide in due stati a seguito di una deriva comunista nel sud del paese con annessa instaurazione di una repubblica popolare nel 1970. Otto anni dopo, l’instaurazione di un regime nella parte settentrionale traghetterà lo Yemen fin quasi ai giorni nostri, con la riunificazione avvenuta nel non lontano 1990.

Luogo prescelto da al-Qaeda per i propri centri di reclutamento e addestramento, è un paese diviso tra una maggioranza sunnita a sud ed una minoranza sciita a nord (si parla di una ripartizione di circa 60 a 40). Il dittatore ‘Ali ‘Abd Allah Saleh lascerà il posto al suo vice, ‘Abd Rabbih Mansur Hadi solo nel 2012, in quello che fin da subito parve come un cambiamento più di facciata che di sostanza per fronteggiare l’ondata di rinnovamento imposta dalla Primavera Araba, con una classe dirigente immutata rispetto al precedente periodo autoritario. Così si spiega la grande corruzione che affligge il Paese.

Inizialmente i temi del dibattito per il rinnovamento furono incentrati sulla disastrosa situazione economica vissuta dal Paese, per poi virare sui temi legati ai diritti umani a seguito della reazione molto dura del governo nei confronti dei manifestanti. Del caos derivante da questa frattura all’interno della società si avvantaggeranno gli houthi, una popolazione tribale sciita del nord che da anni lottava per la propria indipendenza con scontri a bassa intensità che hanno raggiunto il proprio apice nel 2004 con l’uccisione del leader del movimento nordista che si contrapponeva all’elite dominante dello Yemen.

Nel settembre 2014 i miliziani separatisti del nord hanno lanciato un’offensiva piuttosto pesante contro le truppe governative, sbaragliandone la resistenza. In pochi mesi gli Houthi sono riusciti a conquistare tutte le sedi istituzionali e militari yemenite, fino a costringere il premier eletto da soli due anni ad accettare un governo di unità nazionale, chiedendone poi le dimissioni. Il Paese è ora retto da un consiglio dei miliziani houthi con poteri esecutivi, composto esclusivamente da leader anti-governativi. La situazione è di completo stallo, con il sud che viene finanziato dai Paesi limitrofi per resistere ai ribelli del nord così da alimentare l’instabilità.

Quella descritta finora potrebbe sembrare a prima vista una scaramuccia di poco conto in un angolo remoto e di poco interesse del pianeta ma, dopo una prima analisi, capiamo immediatamente che così non è e che le conseguenze possono interessare anche noi. In prima battuta c’è la questione legata al terrorismo. In Yemen si trovano infatti le più grandi basi di addestramento dei terroristi di al-Qaeda, i quali sfruttano la debolezza dei governi centrali e la loro incapacità di monitorare il territorio per insinuarsi all’interno della frattura tra l’islam sciita e quello sunnita, creando così proseliti. È facilmente immaginabile quindi che l’assenza di un governo centrale forte possa far peggiorare ulteriormente la situazione di sicurezza internazionale, con grande pericolo per tutti i Paesi occidentali. Ma anche la nuova minaccia, costituita dall’Is è dietro l’angolo. In una zona così destabilizzata anche il sedicente Califfato, che ricordiamo essere sunnita, potrebbe tentare di aprire i battenti. Lo Yemen consentirebbe di aprire un fronte meridionale contro tutti quegli stati, con la confinante Arabia Saudita in testa, che hanno deciso di contrastare i miliziani di al-Baghdadi. Esiste quindi una possibilità concreta che l’ex stato secessionista del sud, o una sua parte, tenti di entrare nell’orbita degli jihadisti neri nel tentativo di riprendersi la capitale ed il controllo del Paese, o quanto meno l’autonomia dal nord controllato dagli houthi.

Ma i problemi non finiscono qui. Uscendo dall’orbita religiosa, ed inserendosi in un ambito più internazionalizzato, è possibile notare fin da subito che lo Yemen ricopre una posizione strategica sullo stretto di Bab al-Mandeb, dal quale si può controllare l’ingresso al Mar Rosso. Da questo snodo marittimo passano tutte le merci che scelgono la via del mare per giungere in Europa tramite un secondo stretto, quello di Suez. Gli interessi economici in gioco si attestano nell’ordine dei miliardi di dollari e colpiscono tutti i Paesi mediterranei tra i quali l’Italia e l’Egitto, con il secondo che trae ottimi guadagni dal commercio internazionale che attraversa le sue terre. Non stupisce quindi che il Paese dei faraoni, oggi guidato dall’ex generale al-Sisi, abbia predisposto una forza d’intervento immediato allo scopo di rispondere con prontezza a un’eventuale chiusura dello stretto meridionale da parte degli houthi. Questa si presenta in ogni caso come un’eventualità piuttosto remota, visto che l’escalation che certamente ne seguirebbe (con la possibilità in questo caso di un intervento anche da parte delle Nazioni Unite), porterebbe rapidamente la tribù sciita alla capitolazione. Ultimi giocatori di una partita già piena di competitors sono gli Stati Uniti e l’Iran. I primi vedono nello Yemen diviso e tribalizzato un rischio legato ai terroristi di al-Qaeda, che il governo precedente si era invece impegnato a osteggiare, anche permettendo i raid americani sul suolo del proprio Paese, oggi molto mal visti dagli houthi. Il paese della repubblica islamica sciita è invece accusato di aver finanziato e armato i ribelli del nord, che oggi controllano le istituzioni yemenite e che rifiutano di allontanarsene, anche forti di un certo consenso da parte della popolazione. La situazione sembra molto intricata e lontana da una soluzione. L’inviato dell’Onu, Jamal Benomar, ha dichiarato che lo Yemen sta “collassando davanti ai nostri occhi”, ma nulla è riuscito a fare per portare le parti al tavolo delle trattative né per promuovere un accordo sulla costituzione di uno stato federale ad ampio respiro che sembra ormai l’unica strada per salvare le sorti del Paese.