Vud, la materia incontra la forma

Laboratorio di design, officina creativa o concept store? Difficile definire uno spazio come quello di Vud, in via Diaz 15 a Trieste, dove l’utilizzo attento dei materiali si trasforma in funzionalità estetica. Ce lo raccontano Filippo Mastinu e Rosa Bittolo Bon, compagni nella vita e nel lavoro, che hanno scelto di reinventarsi e reinventare un nuovo modo di concepire il valore dell’artigianato made in Italy.

Da cove siete partiti e come è nato il progetto di Vud? Siamo arrivati a Trieste per puro caso: vivevamo infatti a Venezia, dove mio marito lavorava in Università alla IUAV, gestendo un laboratorio dove gli studenti di design e arti visive potevano costruire i loro progetti, dai piccoli oggetti fino a scenografie teatrali. Nel laboratorio c’erano tutti gli elementi e le attività che ora si ritrovano qui: lavorazione del legno, ferro e ceramica e produzione di serigrafie. Un lavoro che ha anche dato soddisfazioni per dieci anni, ma che in una situazione di precariato e di incertezza sul rinnovo del contratto a scadenza annuale, ha poi portato alla decisione di prendere il mestiere in mano e vedere di trovare un’altra situazione, riuscendo a sfruttare capacità e conoscenze in un altro modo. La città di Trieste è stata scelta sia per allontanarci da Venezia, senza rischiare di esserne nuovamente attirati, sia perché era una città comunque vicina, bella, con il mare, in qualche modo sintetizzava tutto quello che ci poteva piacere. Non di meno c’è da dire che, dal punto di vista del costo della vita, era completamente differente rispetto a Venezia, e puntata in Europa è di una centralità assoluta. Con un po’ di fortuna abbiamo trovato questo spazio dove aprire inizialmente uno studio di architettura con un piccolo laboratorio. Le caratteristiche e le peculiarità di questo ambiente hanno fatto si che, invece, decidessimo di creare una vera e propria falegnameria dove poter anche vendere i nostri prodotti. Diciamo che lo spazio e la città hanno fatto si che si creasse questa attività, lo spazio ha ampliato il nostro pensiero insomma. Appena aperto, abbiamo messo fuori dieci “taglierini” che hanno subito avuto successo e da lì è partito il resto. La città ci ha accolto benissimo, ci sono stati anche dei fondi per aprire un laboratorio artigianale in centro che sicuramente ci hanno aiutato. È stato un sentirsi accolti anche se venivamo da fuori e abbiamo potuto iniziare con più serenità un’impresa che comunque partiva veramente da zero. Non credo che in tutte le regioni sarebbe stato possibile una cosa del genere. Abbiamo due bambini e siamo felici che crescano qui, venendo noi da una Venezia che sta andando in un tristissimo declino verso la più totale dedizione al turista più becero. Qui invece si vede un futuro, secondo noi Trieste è una città che, oltre ad essere posizionata in un punto strategico, ha una visione sul futuro.

I taglieri sono stati i vostri primissimi prodotti e rappresentano la vostra linea più forte, vi sono anche delle vere e proprie “collezioni” dei taglieri. Sì, taglieri e tavoli sono stati assolutamente il core business dell’attività, tutto parte dal materiale che c’è a disposizione e una delle filosofie più importanti di Vud è quella di cercare di non sprecare nulla. I primi taglieri avevano per esempio il manico centrale, il che però comportava la perdita di parte del materiale: cercando quindi di ottimizzare l’uso del legno, il manico è stato spostato lateralmente diventando poi elemento caratterizzante e distintivo del prodotto e del marchio Vud. Anche se restano nella lavorazione degli scarti, cerchiamo sempre di utilizzare il materiale in esubero creando piccoli oggetti. Da questo, poi, è addirittura nata una vera e propria linea di taglieri ad incastro chiamati “Gli amanti” dove non c’è alcun tipo di scarto; da qui, in seguito, sono nate anche altre forme. Un’altra collezione ad esempio è nata dall’incontro con l’artista sardo Costantino Nivola, perciò vi sono disegni che nascono anche da suggestioni che vengono da contesti esterni.

Nella fase di progettazione da cosa partite? Dall’idea di realizzare un oggetto in particolare o piuttosto da un materiale che vi piace o o di cui vi affascina la lavorazione? Direi che sono importanti entrambi gli elementi. Normalmente, in tutta la progettazione funziona esattamente così: in parte c’è la volontà di applicare una forma a un materiale e viceversa è spesso un materiale che ti porta a avere determinate forme. L’ideale è quando le due cose si mischiano e si confondono e perdendo di vista il resto. Sulla nascita dei taglieri in particolare, la forma tradizionale con manico, si rinnova con l’idea di economia del materiale. Ecco, qui l’intuizione è data proprio dal materiale che ti suggerisce la forma: il costo del legno ti porta a cercare di economizzarlo il più possibile, riuscendo a creare anche più pezzi. Assottigliando anche lo spessore del tagliere per renderlo più leggero e comodo da portare in tavola, più elegante e gradevole con una valenza estetica oltre che funzionale. Vi sono diverse famiglie di taglieri che si distinguono per forma del manico. Una cosa carina che abbiamo fatto è stata poi quella di dare un prezzo in base al peso, dato che essendo oggetti molto diversi l’uno dall’altro non potevamo dare un prezzo unico. Per poter però vendere un prodotto a un cliente-rivenditore devi dare un prezzo certo, per cui ci siamo dovuti inventare delle forme standard con dei prezzi fissi. Anche questo è stato un passaggio dall’artigianalità alla produzione quasi in serie. Tenendo sempre come costante l’unicità dei pezzi che, anche se uguali come forma, sono comunque differenti per essenze e per la natura del materiale stesso che ha delle unicità in sé. Dal tagliere col buco, abbiamo scelto di marchiare molti nostri oggetti con un buco, un modo semplice, efficace e divertente per contraddistinguere le nostre cose, oltre al nome Vud.

Nella creazione dei vostri prodotti, vi ispirate a qualche designer o a qualche filone di design in particolare? Sicuramente la base sono i maestri italiani, fanno parte  proprio del nostro DNA. Poi, sicuramente, designer nordici nella loro semplicità, e senza dubbio lo stile giapponese. Abbiamo un patrimonio di conoscenze molto vasto che costantemente si riuniscono e si rimbalzano. Una cosa poco conosciuta da cui tutto sommato prendiamo ispirazione sono gli “Shaker”: rappresentano una congregazione nord americana di esuli che realizzavano i loro mobili per interni in maniera assolutamente razionale; tavoli a forma di tavoli, sedie a forma di sedie, eccetera. Tutto in legno, ciliegio e acero, le essenze che avevano a disposizione, e con una pulizia formale incredibile. Sono il riferimento più moderno che abbia il design formale.

Chiaramente la dimensione artigianale è un valore importante per voi. Assolutamente sì, ed è sempre più importante proprio per le persone. Notiamo, infatti, che molti clienti chiedono il tavolo o il mobile su misura per la propria casa: è sempre più diffusa la voglia di adattare il tavolo alla casa, invece di cercare di trovare sistemazioni per tavoli già fatti e finiti. È molto più coinvolgente e stimolante per noi e per il cliente, il quale ci porta la pianta del soggiorno o della cucina per poi lavorare insieme cercando la giusta soluzione e il giusto spunto.

In quale misura ritenete che il vostro lavoro rappresenti il “made in Italy” e che importanza date a questo valore, anche rispetto al discorso precedente riguardo la centralità di Trieste rispetto all’Europa? Noi cerchiamo di offrirlo come valore in più, anche per quanto riguarda la provenienza dei materiali come i legni che sostanzialmente sono tutti italiani, al massimo infatti ci può essere del rovere proveniente dalla vicina Slovenia. Il “made in Italy” a volte da noi italiani viene sottovalutato, mentre è necessario tenere a mente quanto sia apprezzato e riconosciuto a livello mondiale. Puntando Trieste in un contesto diverso da quello dell’Italia, per esempio, recentemente ci hanno chiesto di partecipare ad uno spazio dedicato all’artigianato italiano che aprirà a New York, a dimostrazione del fatto che, se c’è la spinta per aprire questo tipo di spazi in città così importanti, vuol dire che il “made in Italy”, senza alcun dubbio, continua ad essere valorizzato e richiesto.