Vasco Vascotto: l’onda lunga della vittoria

Vasco Vascotto, classe 1969, è uno dei più famosi velisti italiani. Appassionatosi giovanissimo alla vela ha raggiunto il successo con traguardi importanti: numerosi i titoli italiani, diversi quelli europei, e ben ventiquattro mondiali.

Ha conquistato cinque volte il Giro d’Italia di vela, l’Admiral’s Cup del 1999 e due bronzi ai Campionati Mondiali Isaf. La sua carriera conta inoltre otto medaglie al valore sportivo, una partecipazione all’America’s Cup, ed è stato due volte vincitore Medcup. I titoli mondiali conquistati sono stati conseguiti nelle classi J24 e Farr 40, Maxi, ORC 670. Ad oggi, Vasco Vascotto è il velista che ha vinto più titoli mondiali nel mondo della vela.

Come e quando nasce la tua passione per la vela?
La mia passione per la vela nasce attorno ai dieci anni, mentre la mia prima volta in barca è stata a sei. Ho iniziato al circolo della vela di Muggia e da quel momento non ho più smesso. Anche se a volte ho tentennato infatti, alla fine ho deciso sempre di proseguire; d’altronde è una passione proprio per questo, perché resiste nonostante tutto.

Quali sacrifici hai dovuto fare per arrivare al professionismo e al successo?

Non parlerei di sacrifici, nel momento in cui riesci a fare una cosa che ti piace, parlare di sacrifici sembra un controsenso. I sacrifici li fanno quelli che si svegliano presto la mattina per andare a lavorare in fabbrica e rientrano tardi la sera senza magari riuscire a vedere i figli andare a dormire. Per quello che faccio io, tutto sommato, mi considero una persona fortunata.

Sei appena rientrato dalla vittoria del mondiale a Barcellona. Qual è la dote realmente importante e imprescindibile per riuscire in questo sport?

Innanzitutto lo sport della vela è uno sport un po’ particolare, nel senso che non ti permette di considerarti un invincibile, per il semplice motivo che hai a che fare con il vento, con condizioni atmosferiche che possono cambiare e che possono darti una bastonata in qualsiasi momento. Diciamo che a lungo andare si riconoscono i velisti che sono veramente più bravi, però, fondamentalmente, il segreto è non montarsi la testa, restare concentrato e aspettarsi in ogni momento un cambio di direzione del vento, e quindi la possibilità di un cattivo risultato. Un esempio banale: ho partecipato diversi anni fa a una regata, la duecento per due, dove partecipavano tutte barche uguali, quindi senza scuse di tipologia di imbarcazione, e dove c’erano tutti grandi professionisti. Per 190 miglia i professionisti sono stati davanti. Poi è finito il vento e un equipaggio, l’ultimo, composto da dilettanti non così conosciuti, ha preso un sacco di vento riuscendo a battere i professionisti. Quindi ecco, a conferma dopo un esempio del genere, l’umiltà è secondo me il segreto e la parola chiave di questo sport.

In questo numero parliamo di Michael Jordan e Muhammad Ali, due campioni che hanno saputo avere un impatto rivoluzionario sulla loro disciplina. Chi è stato il vero rivoluzionario della vela moderna?
Il vero rivoluzionario, a mio parere, è stato, prima nel bene e poi nel male, Russell Coutts. È stato mister Coppa America, nel senso che ha vinto con più barche e più nazioni. Infatti, mentre prima la Coppa America era una competizione tra nazioni, Coutts è stato prima con i neozelandesi, poi con Alinghi, poi con Oracle e con gli americani. La cosa che a mio avviso ha sbagliato è stata dal punto di vista morale. Poteva essere additato come il più grande di tutti i tempi e invece ha trasformato la Coppa America in una manifestazione per fare soldi, ma che ha rivoluzionato in questo senso la sua immagine, divenendo da l’uomo più additato nel bene all’uomo più additato nel male.

Jordan e Ali sono stati due campioni ma anche due rivoluzionari nel campo della comunicazione. Quali sono i velisti mediaticamente più in vista al momento?

Non sempre la comunicazione va di pari passo con le abilità. Sicuramente il primo, e che è stato il più bravo a “vendersi” è stato Paul Cayard, riuscendo a intuire, in maniera geniale, come entrare nella testa della gente. A livello di comunicazione Paul Cayard è emerso attraverso la Coppa America, il Moro di Venezia ed è stato il primo personaggio con la parlata americana che parlava italiano, è andato in Spagna e ha iniziato a parlare spagnolo. Ecco quindi la comunicazione significa anche sapersi adattare e integrare nell’ambiente in cui vivi, cercare di toccare i sentimenti delle persone che hanno il desiderio di interagire con questi grandi campioni. Paul Cayard è entrato un po’ nel cuore di tutti grazie a questa sua grande abilità di riuscire a dire ciò che la gente voleva sentirsi dire.

Quanto conta nella vela e nello sport in generale, essere dei bravi comunicatori e riuscire a costruire una certa immagine di sé e a gestirla in modo adeguato?

È fondamentale. Adesso nella vela un po’ di meno, anche se fino a un certo punto, nel senso che per anni abbiamo dovuto convivere con gli sponsor per cui, bene o male, nel momento in cui vesti con una maglietta sponsorizzata, (e in questo Valentino Rossi è stato forse maestro tanto quanto Jordan ed Ali), devi portare qualcosa di emotivo oltre al risultato sportivo in sé stesso. Bisogna saper comunicare e rendersi disponibili all’interazione, accettare le critiche come i grandi onori, ma anche condividerli con la gente, con la stampa, anche attraverso cose semplici come dare la mano alle persone che ci tengono e ti aspettano, in quanto rappresenti per loro un qualcosa di importante. In questo senso gli sponsor sono stati fondamentali in quanto hanno spinto molto nel dover comunicare. Poi chiaro, un comunicatore o lo sei o non lo sei; Cino Ricci, ad esempio, nel campo della vela, con la sua parlata romagnola, è stato fondamentale per l’Italia in questo senso.

Trieste viene spesso riconosciuta come la città della Barcolana, la regata con maggiori partecipanti al mondo e dai livelli più disparati di imbarcazioni ed equipaggi. La vela quindi, un fenomeno d’élite o non più? 

La Barcolana è esattamente l’opposto rispetto ad un fenomeno d’élite, a mio parere la Barcolana non è una regata, forse è la regata. Una festa per la città, per il mare, per la vela. Tutti, partecipanti e non, vengono per passare quattro giorni di festa per Trieste. In questa città la passione per la vela è impressionante, non a caso Trieste, pur essendo una città piccola, sforna continuamente campioni. E questo nonostante sia una città abbastanza in crisi, e quindi, il fatto che nascano comunque campioni della vela, credo sia proprio l’emblema di quanto la vela non sia uno sport d’élite ma di passione e di valori semplici, come il valore dell’emulazione. Per far nascere dei nuovi campioni sono necessari dei modelli, dei campioni da seguire ed emulare. Serve una storia sportiva e la vela a Trieste è una storia sportiva.

Nel mondo dello sport e del giornalismo sportivo, a cosa viene lasciato troppo spazio e a cosa invece troppo poco?

Viene lasciato un po’ troppo spazio al pettegolezzo, si guarda più al gesto extra-sportivo e poco al gesto sportivo. I casi Balotelli piuttosto che Cassano del calcio, sono emblematici, ma al di là di questo, siamo inevitabilmente un po’ troppo calcio-dipendenti e un po’ troppo poco sportminori-dipendenti. È inevitabile perché almeno fino a qualche anno fa il calcio era fondamentale per trainare gli altri sport, anche a livello economico. Ora che il sistema calcio è in crisi ecco che, tutto sommato, si potrebbe cominciare a scrivere anche di sport minori. Infatti, visto che non c’è più la necessità dato che i proventi del calcio sono quali finiti, sarebbe il caso di scrivere di quelli che sudano e faticano veramente.

Vascotto, un muggesano, un triestino nel mondo: cosa porti con te di questa città da cui tutto ha avuto inizio?

Diciamo che mi considero un giuliano, così non facciamo un torto a nessuno (ride, N.d.R.). In linea di massima credo in certi valori che rimandano al rimanere attaccati alla propria terra e alle proprie origini. Il fatto di essere nato velisticamente al circolo della vela di Muggia lo considero un vanto, molte volte ho avuto l’opportunità di correre per altri guidoni però, alla fine, il fatto di essere legati alle proprie radici resta fondamentale. Chi mi conosce sa che a Trieste torno volentieri, e quando vado in giro per il mondo porto Trieste come esempio di una città fantastica, dove si dovrebbe venire a vivere, data la convenienza anche del momento, e questo lo dico sempre. A Muggia ho vissuto tutta la mia infanzia, i miei inizi velici, quindi porto anche il circolo della vela di Muggia come esempio sano, dove sono nati tanti professionisti e dove ho avuto l’opportunità di emulare diversi campioni prima di me e valori che a mio parere non possono che essere positivi.

Un aneddoto?

L’aneddoto è che so a livello di numeri quello che ho vinto, perché me lo dicono gli altri, ma non me ne ricordo nemmeno una di regata! Questa è per certi versi la mia fortuna, nel senso che cado in una sorta di trance talmente agonistica
e di concentrazione, che probabilmente rimuovo in qualche modo gli eventi. Ma questo è anche un limite, perché sinceramente mi piacerebbe ricordare una regata importante, un titolo. La realtà è che non ho proprio memoria. Devo dire che due cose ho di buono, la memoria è la prima, mentre la seconda non me la ricordo.