Vangelo e prevenzione: riscopriamo il “gusto” della vita

Sia per mezzo radio che sul principale quotidiano locale, apprendo che in questi giorni  è in aumento il consumo di alcool in città, soprattutto tra gli adolescenti sotto l’età maggiorenne e molti giovani nella fascia dei ventenni.
La notizia mi fa riflettere e non vorrei usare questo spazio giornalistico per questioni educative e sociologiche. Rimando per esempio al blog di Davide Bonera, pedagogista bresciano che fa riflessioni molto interessanti sul tema e che sarebbero belle da condividere tra educatori e genitori.

Vorrei solo riflettere a partire da tre immagini evangeliche che mi sono venute in mente di fronte a questa notizia divulgata dai mass-media. I nostri ragazzi si riempiono la vita di alcool. Mi domando: di cosa “riempio la mia vita” nella quotidianità?

Il problema non è solo dire ai nostri ragazzi che l’alcool fa male. Lo sanno. Mai una generazione di ragazzi, come questa attuale,  è stata educata ed ha appreso da subito i rischi delle droghe e delle dipendenze. Ma non basta “sapere” per non usarle ed eviatarle. Occorre che gli  educatori ripartiano dal dramma della Samaritana al pozzo (Evangelo di Giovanni cap. 4).
La sete, la sete di vita, di significato, di un’esistenza piena: ognuno di noi come la Samaritana possiede questo dramma nel suo cuore: e cerca, come la Samaritana di “riempire il vuoto”, di fare i conti con il pozzo profondo dell’esistenza. Noi sappiamo che questa donna “le ha tentate tutte” per colmare la sete d’amore che aveva dentro di lei, rimanendo sempre di più arida e insoddisfatta via via che collezionava relazioni fallite.

Di cosa riempiamo la vita dei nostri ragazzi? Se l’alcool è l’unico modo che trovano per rispondere alla “sete” della vita, significa che manca nelle loro giornate ciò che positivamente potrebbe “riempire loro la vita” perché l’alcool non venga cercato come unico tentativo fallito di fare questo. La Samaritana nel Vangelo finalmente incontra Gesù, una persona che si rivela capace di dare il nome alla sua sete e di riempirle l’esistenza di amore vero. E i nostri ragazzi incontrano uomini e donne ed esperienze che potrebbero riempire meglio la loro vita senza doversi rifugiare in “palliativi”?
L’altra immagine evangelica che mi viene in mente è Gesù spogliato nudo e legato alla croce. Prima di ricevere i chiodi nella carne gli danno da bere vino mescolato con droghe per aiutarlo a sopportare il dolore della tortura della crocifissione (Evangelo di Matteo 27,34).
“Ma Gesù, assaggiatolo non ne volle bere”, dice il testo. Perché? Vuole sentire fino in fondo e vuole essere presente al gesto di offerta che sta facendo per noi sulla croce.

Viviamo in una società anestetizzata. Tutto nella società è fatto per non sentire fatica e sofferenza. Dal doping per gli sportivi alla possibilità di fare l’anestesia per non sentire neppure il dolore del parto… passando per le pastigliette da prendere ad ogni mal di testa che si affaccia nelle nostre giornate.

Non è questione di essere sadici o masochisti, ma certamente ai nostri ragazzi non deve essere risparmiata la possibilità di sentire e provare la fatica della vita. Finchè continuiamo ad “anestetizzare” la loro esperienza, sempre più cercheranno scappatoie come l’alcool per “non sentire” la fatica di vivere, di relazionarsi, di incontrare da sobri gli altri e i compiti che la vita assegna loro… Gesù non beve vino drogato sulla croce per essere presente a se stesso nel momento dell’offerta della sua vita. Sa che questo significherà sentire un dolore tremendo, mentre le sue mani si apriranno ferite dai chiodi dei suoi carnefici. Ma sa anche che questo è il compimento della sua esistenza, ciò che darà senso a tutti i suoi giorni vissuti su questa terra.

Occorre che insegniamo ai nostri figli, ai nostri giovani a non avere paura della sofferenza. Solo così si raggiungono i risultati che danno sapore alla vita, come un figlio che nasce proprio dai dolori del parto, come una merita vacanza estiva, risultato dalle fatica di un anno di studio sui libri…

E la terza immagine evangelica è quella di Gesù accusato di essere “un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori” (Evangelo di Luca 7,35). I detrattori di Gesù gli contestano di essere una persona che sa gustare la vita, un uomo che non è uno “stecco” come Giovanni il Battista che sta nel deserto a mangiare locuste. Gesù sa “stare al mondo” e gustare le piccole gioie dell’esistenza come quella di una buona tavola e della compagnia di amici. E proprio questo forse gli costerà lasciare il giorno della sua passione e morte .

Rifugiarsi ogni sabato sera eccedendo nel vino e nei super-alcolici significa in ultima analisi non essere capaci di gustare le piccole gioie della vita. Un po’ di vino sulla mensa rallegra il cuore, “dà sapore alla vita”. Ma usarne troppo significa non cogliere la bellezza di questo dono della natura e “sprecarlo”, buttarlo via.

“Avere troppo, avere tutto, ” ci ha fatto perdere di vista che nella “sobrietà del poco” sta la giusta misura per gustare la vita. La vita è cercare la felicità, giustamente. I nostri ragazzi hanno bisogno di capire che essa non è solo frustrazione e tristezza. Ma la strada per scoprire il gusto della vita non è quello di “fagocitare tutto”. E’ quello di “gustare, assaggiare”. Illuminante credo sia la lettura di un testo come quello del priore di Bose Enzo Bianchi, “Il pane di ieri”, in cui l’autore fa memoria narrante di quelle cose che nel passato facevano bella e piena la vita semplice del mondo agricolo del Monferrato da cui proveniva.

“Occorre ri-scoprire la gioia della sobrietà per tornare a gustare la vita nelle sue gioie”. Non servono maestri che stanno in cattedra a pontificare, ma testimoni che si sanno mettere accanto e “sporcarsi le mani” per condividere percorsi di senso con le nuove generazioni.

Se vogliamo che i nostri figli non si bevano la vita ogni sabato sera, occorre che ci rimbocchiamo le maniche e ci rimettiamo a fare un pezzo di strada con loro, cercando con loro le risposte più vere alla “sete di vita” dei nostri ragazzi.