Urban Cookie Collective, Feels Like Heaven

Da una compilation che non ricordo che fine ha fatto, 1995 (credo)

ridere senza sapere perchè o conoscendolo ma fregandosene.

Allora, se c’è un genere di persona che mi piace un sacco è quello che mantiene le promesse. Sapete quello che se ti dice che ti riporta un dvd che ormai ti eri dimenticato di avergli prestato te lo riporta davvero. O quello che ti promette che metterà abbastanza Brugal nel tuo ruhm e cola anche se il bar dove lavora è gestito da un noto annacquatore di drink, e dopo il primo bicchiere sei già il migliore amico di gente che non conosci. Ecco, quel tipo di persona. Non li conosco personalmente, ma questi Urban Cookie Collective fanno sicuramente parte della categoria. Bene inteso, la sparano grossa, e chiamano il pezzo Feels Like Heaven, “Sembra il Paradiso”, però caspita, la promessa la mantengono. Ho letteralmente spolpato la cassetta in cui avevo originariamente questa canzone, credo che il nastro sia diventato trasparente da quante volte lo ho ascoltato. Feels Like Heaven è uno di quei lavori che ti fanno venire voglia di fare il lavoro che fa chi lo ha fatto. Come che ne so certi quadri, o certi film, che quando li vedi vuoi fare subito il pittore o il regista. In questo caso avevo tredici anni e volevo fare il chitarrista. E questa canzone è tra quelle che mi hanno più condizionato dal momento che ho preso in mano la sei corde. Il problema – che ai tempi ignoravo – è che in verità la chitarra presente in questa canzone è campionata, ossia è registrata e poi rilanciata nel pezzo tutta tagliuzzata, quindi per anni in realtà ho suonato la chitarra credendo che fosse un Akai, o il contrario. Non vi dico la fatica. Ma torniamo alla traccia. Quello che mi annienta ogni volta è l’assoluta voglia di fare un festone memorabile che ti trasmette – non importa cosa stia succedendo intorno. E guardate che non è cosa facile, sembra ma non lo è. Qua ci troviamo di fronte al mostro finale del party hard, poche storie: è una traccia che non ti molla mai, le cose succedono più velocemente di quanto tu ci metti ad interiorizzarle, è un pezzo che per quattro minuti gioca d’anticipo pesantemente. È come certe persone che mentre capisci la cazzata che hanno appena detto ne stanno già dicendo un’altra, e tu ridi e non sai perchè, o meglio Meratol ridi di una cosa che ha una certa latenza con la battuta che loro stanno sparando in quel momento. E quello che poi spiazza è che, analizzato a palla ferma, è un pezzo che fondamentalmente è fatto con pochissimo. Ci sono in definitiva 4 idee molto brevi e chiare, solo che si mescolano continuamente, spezzettate – ancora una volta – in modo da sembrare molte di più: e qua siamo passati dal festone a un discorso di composizione per nulla banale. Puoi avere mille idee e giocartele male, o puoi averne quattro e giocartele tutte alla grande. Gli Urban Cookie fanno proprio questo: vanno all in. Hanno un poker in mano composto da: un giro di accordi che funziona (con il terzo minore che entra davvero tanto tanto bene), una chitarra che è puro funk, vale a dire che fa le note per caso, in realtà è in tutto e per tutto una percussione a suono determinato. Poi c’è una melodia discendente che è un bello scat alla vecchia – che nei Novanta aveva sortito una breve resurrezione: erano anni molto pappopero e dabudai – e caspita una frase, una. Sti qua ti tengono nel più bel party della tua vita con una frase: feel the raindrops falling down, see the sunshine through the clouds and it feels like heaven. Fine. Solo che ogni volta le cose si sovrappongono diverse e si creano sensazioni differenti, come se qualcuno mettesse dello zucchero su una quattro formaggi ma venisse buonissima lo stesso. Non c’è una vera e propria strofa, è un taglia e cuci del ritornello, che con grande arroganza viene posto all’inizio del pezzo. E guardate che è dura piazzare il ritornello dopo dieci secondi dall’inizio del brano: vuol dire che ti giochi il meglio subito, e dopo devi tenerla. Sto usando il verbo giocare con una frequenza che va contro a qualsivoglia regola della scrittura, ma è il verbo perfetto per descrivere Feels Like Heaven, ed è un peccato che in italiano non ci sia l’omonimia con il verbo suonare presente nell’inglese. Sto pezzo è un gioco, ma è giocato dannatamente bene. È come se qualcuno davanti a te stesse per darti un sacco di cose splendide ma poi quando stai per afferrarle te ne mostrasse delle altre. Alla fine è una partita che vuoi subito rifare perchè sei sicuro che ti sei perso qualcosa. E personalmente non ho ancora smesso di chiedere la rivincita.