Un mondo outlet

Cataloghi patinati o vere opere d’arte grafica per mostrare oggetti fantastici da sognare, oggetti dal prezzo inarrivabile che nessuno, o quasi, comprerà mai.

Cataloghi dedicati a tanti per prodotti accessibili a pochi. Cucine da decine o centinaia di migliaia di euro, dove un pomodoro non sarebbe gradito perché potrebbe turbare il design minimalista. Abiti, indossati da modelle tanto belle, quanto anoressiche, sotto le luci sgargianti delle passerelle milanesi, che tanto non vedremo più, perché poco portabili. Esiste un mondo artefatto che segna le tendenze o le mode, una rappresentazione che raggiunge
un pubblico ammirato e vasto, ma un mondo comunque artificiale, inarrivabile. Almeno per noi italiani. Ma questo, s’ha da dire, è quel che di meglio possiamo offrire al mondo ed è fatto di creatività accompagnata da esperienza e magistralità. I veri clienti delle boutique, da via della Spiga a via Condotti, in fondo, sono perlopiù arabi o asiatici, ammirati dallo stile senza uguali del made in Italy. Il brand diventa mito e, come tale, inarrivabile, ma gli italiani ne sono consci e sanno come fare per ottenere il valore dello stesso brand senza investire patrimoni e, soprattutto, facendo acquisti utili o comunque utilizzabili. Il segreto del nostro tempo si chiama Outlet. L’accesso non è riservato soltanto a chi vorrebbe appartenere alla casta superiore, quella che si può permettere i grandi marchi, perché la stessa casta fa man bassa tra gli scaffali e le grandi aziende lo sanno. Corriere organizzate di italiani e stranieri si lanciano nei mega outlet toscani delle firme della moda, mentre corriere organizzate di negozianti cinesi comprano qualsiasi cosa, purché sia di marca, per poi rivenderla nelle loro botteghe come originale, in barba (almeno in questo caso) a chi li considera perennemente falsari.

Che il prodotto sia all’ultima moda o alla penultima, cambia poco se queste hanno un ricambio così veloce, mentre la possibilità di ottenere a prezzi di mercato oggetti destinati ad una nicchia di abbienti, crea una libidine interiore che non risparmia nessuno. Zara & friends, nel frattempo, hanno smascherato il valore reale dell’abbigliamento, dove il gap per la qualità dei tessuti o per la cura sartoriale non sembra più giustificato per grandi marchi che si fanno costruire in Asia, usano materiali di sintesi e fatture non sempre eccellenti. Il forte valore intangibile rappresentato dal marchio, dunque, si sta erodendo tra falsari sempre più perfetti, tra consumatori sempre più aggiornati sulle occasioni speciali, tra le gaffe aziendali di chi, sbandierando perfezione tedesca, viene colto con le mani nella marmellata truccando dati sull’inquinamento. La grande corsa alla rappresentazione, per ora, non segna il passo e la nostra vita è condizionata ancora dalla possibilità di avere un iPhone, un’auto tedesca, una Polo Ralph Lauren o mangiare Nutella, incuranti più o meno consapevoli, che Jobs non era un santo e Apple sta inquinando il Ghana con i suoi rifiuti, che anche le auto tedesche hanno componentistica Made in China e raccontano storie, che le Polo sono fatte in Asia e soffrono già dal primo lavaggio, che la Nutella è fatta di zucchero ed olio di palma. Il nostro obiettivo collettivo è possedere tutto questo al prezzo più conveniente, illusi di aver fatto un ottimo affare, infatti, sempre più spesso, la pubblicità non è focalizzata sulle caratteristiche intrinseche di un prodotto, bensì sui vantaggi/sconti/regali di cui il consumatore potrà godere, indifferentemente per cosa! Gratis è il sogno di tutti.