Turchia tra Europa e negazionismo

Le parole del Papa hanno causato un piccolo terremoto. L’interventismo del Pontefice fa da contraltare ad una politica che ormai tende difficilmente a sbilanciarsi e a passare sotto silenzio alcune grandi tematiche dei tempi moderni, tra le quali la recente impennata delle aggressioni contro i cristiani nel mondo. Tra queste vi è senz’altro una vicenda che ha segnato brutalmente l’inizio del secolo scorso, il primo genocidio del ‘900, quello degli armeni. Al contrario di altri casi più recenti, che sono stati ampiamente riconosciuti dalle nazioni che li hanno commessi, l’establishment turco non sembra aver ancora digerito il massacro della popolazione armena perpetrato dall’allora impero ottomano tanto da continuare a negarlo con determinazione.

La vicenda storica appare ancora oggi controversa, con un numero di morti mai accertato ma stimato tra il mezzo ed i due milioni di morti, con una connotazione tipica del genocidio, vale a dire il tentativo sistematico di sterminio di un popolo che costituisce minoranza etnica nell’area in cui è presente. Da un punto di vista storico, pare che la sorte di questa popolazione sia stata determinata dal contesto degli eventi della Prima Guerra Mondiale, quando tra il 1915 ed il 1916 i turchi dell’Impero Ottomano sferrarono un’offensiva ad est contro la Russia, nell’ambito di un più ampio assalto degli Imperi Centrali contro i paesi Alleati. L’attacco fallì e questo diede alla popolazione armena, da anni in lotta per la propria indipendenza dal governo turco, nuova speranza di veder realizzati i propri sogni di autonomia. La prospettiva che si delineava all’orizzonte era a questo punto quella di un contrattacco russo, a seguito della fallimentare campagna turca, stroncata dal freddo e dagli stenti di truppe arrivate ormai stremate sui campi di battaglia nemici, che avrebbe dato modo alla popolazione armena di guadagnarsi la propria autonomia, fomentando rivolte nelle retrovie dei turchi al fine di facilitare l’invasione delle truppe (ancora per poco) dello zar. Tutto ciò non successe e, per un errore tattico, la Russia non procedette al contrattacco. Il messaggio non giunse però chiaramente agli armeni, i quali dettero comunque il via alle rivolte, che causarono come risposta la loro deportazione ed il loro conseguente sterminio, anche in forza dello scarso controllo che l’impero esercitò nei confronti di coloro i quali aveva incaricato di portare a termine l’operazione.

Al di là del contesto storico, la reazione di Ankara alle parole del Pontefice è stata senz’altro una delusione su più fronti. Le istituzioni europee, che da diversi anni ormai hanno sulla scrivania la richiesta turca di adesione all’Ue, devono oggi fare i conti con un paese che invece che andare avanti sta facendo di giorno in giorno dei passi indietro. La realtà più avanzata del Medio-Oriente (assieme all’Egitto) sta sprofondando lentamente in vecchie e cattive abitudini, come la censura dei mezzi di informazione, le morti in piazza tra i manifestanti ed infine il negazionismo. Quest’ultimo in particolare pare assolutamente fuori contesto se riferito ad una Turchia moderna e vicina ad un mondo occidentale che, al contrario, già nel 2000 ha affermato la concretezza di questa prima vergogna del ventesimo secoli. In un quadro generale che vede anche i vincitori ammettere le proprie colpe e smascherare i punti oscuri di alcuni passaggi della propria storia, pare che l’èlite politica turca intenda tenere in ostaggio un intero paese. Le difficoltà politiche nelle relazioni con Ankara si sono in ogni caso già manifestate in diverse situazioni; il premier Erdogan sembra voler remare in una direzione che allontani il paese dalla possibilità di entrare nell’Unione. Esempio di ciò è il comportamento tenuto nella controversia tra la Comunità Europea e la Russia, con la Turchia che non ha esitato ad avvantaggiarsi dell’attrito creatosi, ottenendo un nuovo gasdotto transitante per il proprio paese dopo la caduta del progetto South Stream come ritorsione di Putin alle sanzioni che hanno colpito il suo paese. Anche nella vicenda irachena la Turchia si è dimostrata poco sensibile all’auspicio dell’Unione la quale sperava in un suo intervento in funzione anti Isis che si è limitato invece ad una difesa dei propri confini, mentre nella vicina Kobane migliaia di cristiani fuggivano dalla milizie del Califfato Nero.

Alle divisioni politiche tra Bruxelles e Ankara contribuisce un grande sogno di prosperità turco che sembra ormai essersi affrancato dalla prospettiva di un ingresso nell’Unione, percepito tra l’altro negativamente anche da diversi paesi europei, riluttanti a far entrare un paese musulmano in un’Europa multiculturale ma dalle radici indiscutibilmente cristiane. Il fallimento di questa prospettiva di collegamento tra due mondi è resa poi ancora più possibile da alcune posizione assunte dal governo Erdogan che sono assolutamente inconciliabili con i valori culturali di riferimento. Volendo continuare sulla strada del dialogo si potrebbe comunque cominciare a stabilire alcuni punti fermi. Uno tra questi è stato espresso dalle parole del Papa e ha sbloccato una situazione (vergognosamente) ferma da anni e della quale noi italiani, da sempre sommessi e poco inclini a scatti d’orgoglio, siamo complici. Improvvisamente destate da un lungo sonno, le nazioni europee si sono affrettate ad approvare una risoluzione con la quale l’Unione riconosce formalmente il genocidio ai danni della popolazione armena, proponendo inoltre una giornata della memoria, deplorando fermamente ogni tentativo di negazionismo. Un punto fermo dal quale partire finalmente a testa alta per ogni futuro rapporto con la Turchia.