Transnistria: se vuoi la pace prepara la guerra

Secondo il filosofo Cartesio “niente deriva dal niente”, il che sottintende la validità del principio di causalità o più semplicemente del principio di causa-effetto. Alla constatazione che ad una causa solitamente corrisponde un effetto, non solo nella scienza ma nella vita pratica e nel senso comune, ci si attende che ad una causa simile corrisponda l’effetto simile previsto.

Circa un mese fa, l’8 maggio, si scriveva che da uno sguardo attento sull’area geografica che si affaccia sul Mar Nero, non poteva sfuggire che l’autoproclamata repubblica della Transnistria e la Crimea che aderiscono alla Russia, potranno unirsi nel tempo alla madrepatria o continuare come stati di fatto, creando una zona cuscinetto che nei disegni di Mosca possa comprendere in un futuro non troppo lontano anche Odessa proprio all’interno di questa cintura di sicurezza che presumibilmente si estenderà dalla Crimea alla Transnistria. Non a caso, il 18 marzo 2014 la Transnistria ha chiesto l’adesione alla Russia in seguito all’annessione unilaterale della Crimea.

Secondo il più classico nesso di causa-effetto, la risposta di Kiev non si è fatta attendere. Il 21 maggio Verkhovna Rada, il parlamento ucraino presieduto da Oleksandr Turčinov, ha bocciato una serie di accordi bilaterali di cooperazione militare con la Russia, tra cui una disposizione fondamentale che permette a Mosca di inviare forze via terra attraverso l’Ucraina per la regione separatista della Transnistria. In sostanza, il voto del parlamento ha voluto rompere la maggior parte dei patti di cooperazione militare e di intelligence con Mosca a causa del conflitto con i ribelli russi in Ucraina orientale.

William Hill, l’ex capo della Missione OSCE in Moldavia e ora in forza presso il Wilson Center, un gruppo di ricerca non schierato con sede negli Stati Uniti, dice che è la prima volta che l’Ucraina ha formalmente abrogato il suo accordo con i soldati russi, e “la mossa potrebbe un essere un passo serio che ci fa entrare in un territorio inesplorato al punto che si può rapidamente arrivare a una situazione in cui non si sa bene cosa dobbiamo aspettarci”.

La mossa taglia fuori l’accesso russo ai 1.500 soldati russi in Transnistria. Il dispiegamento russo si divide in una forza di pace internazionale di circa 380 soldati, mentre il resto è un contingente di soldati regolari che fanno parte  della 14° Armata. La Russia rimane praticamente l’unico alleato internazionale per la Transnistria dopo che Mosca ha sostenuto i separatisti nel conflitto del 1992 che si concluse in pochi giorni e che ha comportato un’autonomia di fatto per la piccola regione con una popolazione di circa 500.000. Due decenni di sforzi internazionali di mediazione per porre fine al conflitto sono risultati in gran parte fallimentari, anche se una fragile pace ha tenuto come del resto hanno tenuto le relazioni tra la regione e la capitale moldava Chisinau. Le relazioni, tuttavia, tra Chisinau e Mosca restano tese per gli sforzi della Moldavia di allinearsi più strettamente all’Unione Europea e per i tentativi del paese di bloccare quello che viene definita “propaganda filo-russa” dalle televisioni russe accessibili in Moldavia. Mosca si è poi vendicata vietando molte esportazioni moldave, tra cui il vino, che hanno danneggiato pesantemente l’economia del paese.

Ironia della sorte, i legami tra Chisinau e la capitale nominale della Transnistria, Tiraspol, stavano migliorando anche a seguito della recente nomina del primo ministro moldavo Chiril Gaburici. Hill sostiene che parte del merito va al negoziatore per la parte moldava, Victor Osipov, che ha riavviato diversi gruppi di lavoro che erano stati precedentemente disattivati. Dopo la decisione del parlamento ucraino, il vice primo ministro russo Dmitry Rogozin, ha accusato l’Ucraina di “tradire” i suoi cittadini che vivono in Transnistria, presumibilmente riferendosi al fatto che gli ucraini che vivono là sono circa un terzo della popolazione della regione. Lo stesso Rogozin ha poi fatto capire che la mossa non comporterebbe alcuna operazione militare russa in Transnistria, anche se è difficile capire come i soldati russi potrebbero muoversi dentro e fuori la regione. Un punto di accesso per i soldati russi che viaggiano in Transnistria resta l’aeroporto internazionale di Chisinau per poi continuare con un breve viaggio via terra (70 km circa) da lì a Tiraspol. Nel corso degli anni, la Moldavia ha consentito a  soldati russi di transitare dall’aeroporto anche se negli ultimi mesi Chisinau ha periodicamente bloccato e rimandati indietro soldati che non sono stati chiaramente identificati come forze di pace internazionale, o che non hanno fornito in anticipo sufficienti credenziali. Del resto la Moldavia non ha alcun obbligo formale di consentire l’accesso di soldati russi, compresi quelli che operano come forza di pace, ma il paese è tenuto a rispettare le decisioni di una Commissione congiunta di controllo – con Moldavia, Transnistria e Russia – stabilita dal cessate il fuoco del 1992. Chisinau oggi si mostra particolarmente cauta dopo i fatti accaduti in Crimea e nel Donbas in cui dall’aprile 2014 più di 6.100 persone hanno perso la vita e dopo le dimostrazioni in Odessa dello scorso anno. Secondo lo stesso Hill, a quel tempo si sono “diffuse segnalazioni di russi e ribelli ucraini orientali che stavano cercando di infilarsi come forze speciali dalla Transnistria in  Odessa per cercare di incrementare le attività di protesta”. L’unica alternativa per la Russia sarebbe l’uso dell’aereo anche perché Tiraspol ha un aeroporto sufficiente per gestire facilmente lo spostamento di miliziani russi, anche se nelle attuali circostanze l’Ucraina difficilmente concederà alla Russia i diritti di sorvolo. Ion Leahu, un ex membro moldavo della Commissione congiunta di controllo, sostiene che questo lascia alla Russia due opzioni: ritirare le truppe dalla Transnistria, con una corrispondente variazione nella composizione della forza internazionale di pace; o negoziare un corridoio aereo separato con Chisinau. A ben riflettere ambedue le opzioni sono difficilmente praticabili perché da una parte Mosca non intende ritirare il proprio contingente dalla Transnistria e in più l’utilizzo degli aeroporti di Chisinau e Tiraspol per trasporto di soldati e armi sarebbe illegale secondo le norme internazionali. Ciononostante, è opinione diffusa che dopo i fatti del 1992 nessuno sulle due sponde del Nistro intenda iniziare a combattere di nuovo e ritiene si debba fare l’impossibile per evitare una ripresa delle ostilità, pur paventando provocazioni e incidenti strumentali creati ad arte per surriscaldare un clima già teso.

E le premesse per un surriscaldamento del clima attuale ci sono tutte. A distanza di pochi giorni dalle decisioni del parlamento ucraino, il 30 maggio, il presidente ucraino Petro Poroshenko ha nominato l’ex primo ministro georgiano Mikhail Saakashvili come governatore della strategica regione di Odessa. Deciso avversario di Mosca, il 47enne Saakashvili è sempre stato filo occidentale ed è stato l’attore principale nella breve guerra dell’estate 2008 contro la Russia per la secessione dell’Ossezia del sud quando era premier della Georgia. Una notizia importante è che Saakashvili vive in esilio dall’anno scorso, dopo che le autorità georgiane hanno emesso un mandato di cattura nei suoi confronti. L’ex premier georgiano già lavorava come consigliere di Poroshenko e ha ricevuto la nazionalità ucraina subito prima della nomina a governatore. A ben riflettere per arrivare in Transnistria un qualsiasi aereo dovrebbe volare dal Mar Nero, per circa 70 km, sul territorio ucraino, attraverso l’oblast di Odessa e Kiev ha già piazzato diverse missili terra-aria del tipo S-300 nella regione ora dominata dal reggente Saakashvili. In più, c’è il caccia torpediniere Ross al largo del porto di Odessa appartenente alla la 6° Flotta degli Stati Uniti d’America che ha dichiarato di essere  motivata a “garantire la sicurezza” e a rafforzare “la cooperazione nel Mar Nero” per “la pace e la prosperità nella regione”.

Altre notizie non rassicuranti. “Nezavisimaja Gazeta” ha reso noto di possedere informazioni circa l’esistenza di un preciso piano per la soppressione della Transnistria, elaborato dai servizi segreti americani con la partecipazione dei dipartimenti militari di Ucraina, Moldavia e Romania. E sempre secondo il giornale indipendente, già a breve, miliziani ucraini e romeno-moldavi pianificheranno l’attuazione di azioni di sabotaggio e di operazioni terroristiche finalizzate alla presa di depositi di armi nella Transnistria, attualmente sotto la tutela dei militari russi. D’altro canto,desta una certa apprensione la dichiarazione del generale russo Yurij Netkachev, che nel 1992 comandò la 14° Armata di stanza in Transnistria, il quale non esclude addirittura uno scenario militare per risolvere la situazione sul Nistro.

Che cosa fa nel frattempo l’Europa? L’Europa sembra allontanarsi da Kiev che ha trovato negli Stati Uniti il suo più potente alleato, ma deve prendere posizione in tempi rapidi per impedire che le provocazioni sfocino in un altro eccidio simile a quello del 1992, tragicamente passato alla storia come il massacro di Bendery che di fatto decretò la separazione tra le attuali Moldavia e Transnistria.

Viene in mente la celebre locuzione latina: dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur… che potrebbe essere adattata al caso specifico: mentre l’Unione Europea discute dei problemi del debito della Grecia, la Transnistria rischia la soppressione. E, anche se spiace ammetterlo, al punto in cui siamo sembra proprio che uno dei mezzi più efficaci per assicurare la pace sia quello di essere armati e in grado di difendersi: si vis pacem para bellum.