Tommaso Cerno: giornalismo e politica all’epoca del web

Giornalista e scrittore, Tommaso Cerno, nuovo direttore del Messaggero Veneto, non risparmia punti di vista originali e affilati sulla classe politica e su certo giornalismo che pare aver perso la sua vocazione per la difesa dei più deboli per diventare megafono del potere.

Qual è stata la logica dietro la scelta di tornare a Udine e di accettare la direzione del Messaggero Veneto?
Più che una mia scelta è stata una richiesta dell’editore. Mi ha chiesto di tornare a Udine a dirigere il Messaggero Veneto perché riteneva che potessi evidentemente mettere assieme la mia esperienza giornalistica fatta in Italia con la mia origine e conoscenza del territorio. Ma questo dovrebbe chiederlo all’ingegner De Benedetti.

Quali differenze ci sono nel modo di fare giornalismo tra una testata nazionale e una locale?
Intanto non esistono testate nazionali, perché in Italia il giornale più grande vende 240 mila copie su 60 milioni di abitanti. Direi che è superato il concetto di giornale nazionale e giornale non nazionale. I giornali rappresentano tutti un gruppo di lettori che sono territorialmente distribuiti o dal punto di vista culturale si sentono in un territorio giornalistico. Ci sono giornali come il nostro che vendono in un territorio fisico, ci sono giornali come il Fatto Quotidiano che vendono in un territorio mentale. A volte il territorio fisico è più grande del loro territorio mentale: quindi sono tante espressioni e racconti della realtà italiana attraverso punti di vista che messi insieme fanno l’informazione. Quindi c’è un unico giornale nazionale che è la somma dei giornalismi italiani. Il Messaggero Veneto è uno dei giornalismi italiani.

I lettori del Messaggero Veneto sembrano molto vivaci nei commenti a certi argomenti, anche con toni particolarmente accesi. Il giornalismo, soprattutto sui temi più delicati, deve avere un ruolo più di eccitante o di calmante nei confronti dei mal di pancia della gente?

In un Paese che ha paura delle parole vorrebbero che il giornalismo non raccontasse i fatti. Dopodiché i fatti parlano da soli, quindi, se il giornalismo li racconta e la gente li fa propri, significa che sono avvenuti davvero. Se ci si immagina una stampa che pettina le notizie, dovete tornare al 1933 e occuparvi della stampa fascista che faceva esattamente questo e non mi pare abbia prodotto un Paese democratico né un Paese migliore di quello che può produrre un’informazione oggi, che viene criticata solo dai soggetti che se ne sentono vittime ma che sono colpevoli di aver prodotto inefficienze, sprechi, disastri in un’Italia che chiede buon governo e che ha anche, rispetto ad altri Stati, pure un po’ più di pazienza ed è più di manica larga. Quindi dare la colpa ai giornali per ciò che raccontano è vergognoso, significa guardare il dito anziché la luna. In un Paese dove arrestano tutti, bisogna che i giornali scrivano chi hanno arrestato. Se ci fosse un Paese dove non arrestano la gente, lei non troverebbe nessuna campagna contro la corruzione. Se un quarto del Paese vota Beppe Grillo al Parlamento, c’è da domandarsi quanto schifo facciano quelli che non sono stati votati. Non c’è da domandarsi se sono i giornali che hanno fomentato il populismo. Poi, dare del fesso al popolo, è quello che fanno i dittatori. Siccome la stampa è democratica per definizione, non può certo farlo lei.

Con l’avvento dell’era renziana il giornalismo italiano, salvo rari casi, sembra avere avuto una virata in senso filogovernativo. Come dovrebbe comportarsi il giornalismo nei confronti del potere?

Il giornalismo è fatto per raccontare le cose importanti e quindi rispetto al potere deve mantenere un atteggiamento critico nel senso che deve andare a scavare dietro a quello che i Governi, i ministri e i Presidenti del Consiglio fanno: compito dei giornali non è fare da megafono a chi ha già il potere ma cercare di capire se questo potere segue dei paletti precisi e non sconfina in ambiti che non sono suoi. Quindi è chiaro che dare voce a chi comanda e mettere il tappo a chi non comanda non è buon giornalismo. Il giornalista sta sempre dalla parte del debole e il debole è il popolo, che in qualche modo deve sapere davvero cosa avviene e per poterlo difendere si deve andare a scavare dieci volte di più dietro a Renzi di quanto scavi dietro all’opposizione perché è il Governo che decide e ha le leve per dominare, gli altri alla fine contestano. Quindi prendersela con l’opposizione, come in Italia capita molto spesso, è un atteggiamento antigiornalistico. Dopodiché lei parla di era Renzi e questo le fa capire quanta voglia di normalità in un Paese. Se uno che governa da un anno è già considerato un’era, lei si figuri Berlusconi, dovremmo chiamarlo pleistocene.

Parlando di politica, come vede la ventata riformista portata dal Governo Renzi?
Intanto diciamo che per capire Renzi bisogna capire quelli che non l’hanno capito; durante la campagna per le primarie contro Bersani, il Pd che inseguiva da anni la vittoria e che aveva Berlusconi condannato, processato, sputtanato e tutto quello che vuole, è riuscito a perdere le elezioni perché non ha capito quello che succedeva a casa propria. Quindi il fatto che chi non capisce ciò che avviene
nel suo partito non governi è una buona notizia. Detto questo, ci sono due Renzi: il Renzi Davide, cioè il Renzi che ha innescato un meccanismo di riforma dentro l’elettore, mentalmente nel suo partito, prima ancora che nel Governo, e il Renzi Golia cioè quello che con la forza del dominio della segreteria del Pd e del l’incarico di Presidente del Consiglio cerca di attuare per il Paese quella teoria riformista che nasceva dal piccolo che sfida il gigante e quindi che lo rendeva simpatico. È chiaro che questo processo è da grande statista e quindi servirà del tempo per capire se Renzi, che è un buon comunicatore e un discreto segretario di partito, riuscirà ad attuare su ampia scala il suo programma di cambiamento. Certamente si intuisce qual è il punto di vista di Renzi sulle riforme. Renzi ritiene, come un po’ Einstein nelle sue teorie, che la velocità con cui si compie una trasformazione in un Paese dove non cambia mai niente modifichi la percezione generale, cioè la velocità modifica la massa: la gente vede bella una riforma perché è fatta presto. Questo è un elemento virtuoso di una democrazia moderna, ma bisogna stare attenti che non diventi solo velocità, perché se diventa solo velocità si cade dentro un altro tragico equivoco della democrazia italiana, cioè “buoni propositi, pessime leggi”, che volevano dire una cosa ma finivano per dirne un’altra. Siccome il Paese è aggrovigliato in queste pessime leggi bisogna che Renzi, una volta stabilita la velocità media contemporanea di riforma del Paese, ci metta dentro anche un po’ di massa e in alcuni casi bisogna dire che c’era più velocità che massa.

La vicenda dell’assoluzione di Berlusconi, per La Repubblica come per Avvenire, lascia aperto il dato morale. Politica e morale sono conciliabili?

La morale della Repubblica e dell’Avvenire non coincidono del tutto, nel senso che la morale dell’Avvenire è cattolica, quindi va chiesta a un vescovo nella sua visione pragmatica, cioè che cosa un uomo deve fare per essere sulla retta via; probabilmente la morale cui fa riferimento Repubblica è più l’etica pubblica che la morale, e cioè l’idea che in Italia bisogna superare, ma non per Berlusconi, il principio per cui se un politico non viola la legge, qualunque cosa faccia è legittima. È un meccanismo invertito, nel senso che la politica non deve solo rispettare la legge, quello è il minimo, deve anche proporre un’etica pubblica che sia specchio per un Paese che in qualche modo cresce. Quindi il giudizio di Repubblica, che uno può condividere o no, riguarda questo principio,
che non basta stare dentro l’alveo del codice penale, per essere un buon governante, bisogna stare nell’alveo di una visione della politica come qualche cosa che mostra un esempio agli altri e non che è border line fino a schivare una condanna. Detto questo, io personalmente non ritengo che l’assoluzione di Berlusconi, così come non sarebbe stata la sua condanna, in questo frangente aggiunga o tolga molto a quello che può essere il giudizio politico che un italiano in questi vent’anni, mettendo insieme tante cose, può essersi fatto di Berlusconi, né di chi lo assolve, né di chi lo condanna. Trovo abbastanza marginale questo ultimo elemento biografico se uno vuole cominciare a dare un giudizio storico-politico dei vent’anni di Berlusconi. Considero irrilevante alla fine questo tipo di valutazione.

Come si pone nei confronti di quello che viene definito il giornalismo dal buco serratura o pornogiornlaismo?

Il giornalismo per definizione racconta ciò che ha un interesse generale. Entrare nella camera da letto del vicino di casa può avere al massimo un interesse proprio, ma non certo generale. Il problema non è spiare dal buco della serratura le persone, il problema è quali sono i comportamenti di chi ha in mano, attraverso un voto, il destino di milioni di persone e quali sono i comportamenti che rendono pericoloso, sul piano pratico, gestire potere e informazione oltre un certo livello. Dopodiché non esiste nessuna norma in nessun Paese che sia la perfezione, perché non è la legge che stabilisce la qualità dell’informazione. Ci sono Paesi dove il senso del rispetto del prossimo è enorme, Paesi dove l’idea di sporcare con una cicca una strada è considerata qualche cosa di terrificante e Paesi come il nostro dove si seppelliscono rifiuti tossici nei giardini delle scuole. Quindi è l’insieme dell’etica pubblica, delle regole, del rispetto civile che stabilisce se un Paese è moderno dal punto di vista dell’informazione e non accanirsi sulla fotografia o sulla legge che la vieta perché questo lascia soltanto intendere la prevalenza di interessi particolari in quel momento e gli interessi particolari, in Italia, hanno generato la mafia, le tangenti e le peggiori leggi che siano mai state fatte.

Il digitale e i social network rappresentano per il giornalismo più un’opportunità o una minaccia?

Rappresentano un’enorme opportunità nel senso che l’informazione non è mai stata così grande come adesso. È chiaro che rispetto a un gruppo editoriale che non si mette in gioco, che non si costringe a cambiare, quest’opportunità può diventare una minaccia. Perché è come l’avvento dei computer: se uno si fissava con le macchine da scrivere, probabilmente falliva. Quindi è chiaro che l’evoluzione della richiesta di informazione e della tecnologia che consente di distribuirla pretende anche
un cambiamento nella testa di chi l’informazione la produce.
Se vuoi sbattere contro il muro sarà una minaccia. Se ne cogli la grandezza sarà un’opportunità. Ovviamente, come tutti i processi di cambiamento, come il passaggio dall’aristocrazia alla borghesia industriale, come il passaggio delle grandi epoche, il passaggio all’era tecnologica, all’era digitale che azzera le distanze e azzera il tempo necessario per entrare dentro la vita delle persone, costringe i giornalisti a una riforma della propria professione che non hanno mai fatto, dall’invenzione della stampa. E quindi una cosa che sarà molto difficile e molto lenta e certamente non si risolve in pochi minuti.

Nell’epoca dei concetti in 140 caratteri c’è ancora spazio per l’approfondimento?
Io ho scritto un libro in terzine dantesche come la Divina Commedia dove nessun concetto compiuto ha più di 140 caratteri. Quindi già nel 1300 si era in grado di scrivere un libro come quello che scrisse Dante che ancora oggi è studiato e approfondito nell’idea di non essere riusciti a capirlo fino in fondo, che pure aveva un meccanismo di scrittura contenuto nei 140 caratteri per ogni concetto. Non è la lunghezza di ciò che si dice che ne determina la profondità, ma anzi il taglio, la visione, la forza con cui lo si dice. Quindi credo che anzi evitare lo spreco di parole inutili e di tempo perso a leggerlo possa lasciare più tempo per l’approfondimento.

In che condizioni di salute le sembra essere l’opinione pubblica italiana?
L’opinione pubblica ha sempre ragione, quindi versa in ottima salute, nel senso che è in grado di trasmettere attraverso il voto quello che pensa nel profondo il Paese. Sta benissimo.

Lei si batte da sempre per l’affermazione e la difesa dei diritti civili. Il giornalismo può e deve avere un ruolo pedagogico nella maturazione in un senso o nell’altro dell’opinione pubblica?
Non è pedagogia, è trincea di libertà nel senso che il diritto di un singolo individuo debole è una storia da raccontare. In un Paese dove 60 milioni di persone godono tutti degli stessi diritti tranne una, per un direttore di giornale, per un giornalista, per chiunque faccia informazione, è la storia di quel singolo che diventa importante per gli altri 60 milioni e non la retorica dei 60 milioni che spiegano al quell’uno come dovrebbe vivere. Quindi è contenuto nel giornalismo il tema di denunciare i diritti dei deboli; se invece si fa il megafono di chi comanda o di chi i diritti ce li ha già non si fa giornalino ma ufficio stampa del ministro, del governo o della formazione culturale dominante del momento. Ma quello è antigiornalismo.

A proposito dei fatti di Charlie Hebdo, esiste un limite oltre il quale la satira non deve spingersi?
Charlie Hebdo era una cosa che in Italia conoscevano credo al massimo duecento persone. Quindi il fatto che siano morti ha consentito agli italiani di conoscere una satira che prima non conoscevano. Se lei la vede in questi termini verrebbe quasi da dire che dentro quella morte l’Italia ci ha guadagnato, cioè ci ha guadagnato l’idea di essere più libera in quello che può giudicare. Nessuno oggi avrebbe criticato Charlie Hebdo per i contenuti in Italia, perché nessuno l’aveva letto. Quindi come in tutte le cose, il tema non è dove si può arrivare, il tema è che quando tu arrivi in un dettaglio così critico e così profondo, sei appannaggio di pochi e loro erano tra i pochi che facevano una battaglia culturale rivolta a classi dirigenti e intellettuali. Sono diventati popolari perché sono morti. E quindi sono dei martiri di una libertà di stampa che non stava facendo danno a nessuno, tranne all’idea di fondo che si stava sviluppando in Europa di una violenza inaudita nel nome di una cosa che noi non comprendiamo. Se sono serviti a farci capire la pericolosità di quella violenza, mi pare che fosse giusto allora che scrivessero e facessero quello che hanno fatto.

Quali sono i Suoi progetti per il futuro?
Arrivare a stasera, nel senso che comunque in questo mestiere tu racconti ciò che succede, per cui il mio futuro dipende da ciò che succede, dipende da quello che questo Paese ci fornirà come elemento di riflessione, quindi penso che il mio futuro sia fare il giornalista, che è anche un po’ il mio passato e anche un po’ il mio presente.

Che consiglio darebbe ai giovani giornalisti?
Il mio consiglio ai giovani giornalisti è credere che sotto le lobby che ogni professione a un certo punto manifesta, sotto il tentativo di mettere i piccoli contro i grandi, come se esistessero piccoli e grandi, contro il tentativo di creare gruppi di contrapposti, il giornalismo è uno, rimane quello, è legato alla notizia che racconti e qualunque giornalista, giovane o vecchio, famoso o sconosciuto, esperto o non esperto, che incontri una notizia, la riconosca e la sappia raccontare, è un grandissimo giornalista. Quindi che continuino, se vogliono continuare a fare questo lavoro, a parlare solo con le loro notizie, con i loro fatti e che se ne freghino di tutti quei meccanismi che stanno intorno invece alla cerimoniosità del giornalismo, allo stabilire che qualcuno è più bravo, qualcuno è meno bravo, sono tutte sciocchezze. Il giornalismo parla attraverso ciò che racconta. Quindi loro pensino solo a raccontare.