Tiger-Enigma e frasi nascoste: l’inchiesta

Quando arrivò l’occasione di fermarmi, mi ricordai di lui. Un dettaglio da niente, un’irregolarità in un pezzo di carta, qualcosa che pensavo non ci dovesse essere. E dire che con la frenesia di quei giorni, di tempo ce n’era davvero stato poco, per accorgersi di cose così. Stanislaw Jerzy Lec, una sua frase buttata là, che davvero c’entrava poco col paio di bretelle rosse che la confezione non voleva nascondere. Tutto aveva lasciato presagire che quel pezzetto di carta avesse da finire con tutti i nastri e le carte morte dei regali e i tappi di spumante.
Anch’io fui lì e lì per buttarlo. Ricordo abbastanza precisamente quel momento: io in piedi alla scrivania; il pizzino tra le mani, il codice a barre, e quel “People find life entirely too time-consuming”, che mi aveva stregato. Tutto sommato, poi, non così campato per aria, così fuori contesto, anche se forse un po’ sgrammaticato, un po’ nonsense. Il negozio in questione, Tiger, ne ha di cianfrusaglie come quelle. Come le bretelle, dico; cianfrusaglie di tutti i tipi, che viste da certe angolazioni sono anche utili; persino belle. Oserei dire, anamorficamente belle, e te la cavi con poco, anche. “Lo sapevi che, una volta, i castori avevano le dimensioni degli orsi?” Oh bella questa, no, non lo sapevo. Non so perché pensavo che avrei dovuto dimenticare quel pizzino. O addirittura sbarazzarmene. Non so perché avrei dovuto lasciarlo cadere nello squallido e frettoloso disinteresse in cui finisce tutto ciò che viene scartato dal regalo: la plastica, il cartone, qualche fiocco, l’ arte dell’imballaggio tutta.

Pardon, packaging, che dico imballaggio? Resti che riacquisteranno interesse solo quando c’è da far ordine e buttarli, come dicevamo. Ottimo punto di partenza, direi, il packaging. Valore aggiunto del mercato consumistico attuale. Area d’interesse nevralgico del nuovo marketing e sublime forma d’espressione estetica contemporanea, di fantasia, di potere. Non hai un buon packaging? Un’altra occasione per dirti che il tuo prodotto è mediocre. “Lo sapevate, ad esempio, che le arachidi sono un ingrediente della dinamite?” Le parole si sprecano, oggigiorno, intorno al packaging. Anche se quella frase strampalata, buttata là, su quel pezzo d’etichetta, ancora non mi diceva niente.

Fino a dove sono arrivati? Una frase attaccata alla confezione di un paio di bretelle, perché? O è questo il marketing nascosto che inconsciamente disegna le differenze? Rispondendo ad esigenze che non sappiamo di avere? Che cos’è?
Ho deciso di tornare là dentro ed alzare uno per uno quegli oggetti, quelle tazzine, quelle bilance, quegli elicotteri giocattolo, quei kit da golf per il bagno. Ecco com’è andata. Li ho alzati tutti; e ho capito che non tutti hanno una frase; più o meno sconnessa con l’oggetto a cui sono appiccicate. Ad esempio, è abbastanza calzante quella della bilancia: “If you don’t care about your body, where will you live?” Meravigliosa la suspense nella seconda parte della domanda, quel voyageriano (robertogiacobbino) dove-vivrai? Il primo impulso è quello di abbandonarsi all’idea che gli oggetti che superano i 5€ di prezzo o i tot centimetri di dimensioni avranno la scritta segreta. Arrivo però a un paio di calze da 3€ e la frase c’è, “ma non perdo il mio sorriso: è proprio sotto il mio naso”. Forse devo cambiare approccio, forse un sistema non c’è, una ragione non c’è. O non ho i mezzi per capire.

La faccenda, ad ogni buon conto, rischia di arenarsi in un clamoroso nulla di fatto. “Lo sapevate che è impossibile starnutire con gli occhi aperti?” Immagino per un attimo la burla di uno stagista, ma poi mi dico: non può essere, non in una multinazionale di questa risma, con chissà quanti e quali controlli. Allora cosa? Provo a vestire i panni del miglior giornalista d’inchiesta del momento e alzo la cornetta. Risponde un’operatrice di Torino e come una sfinge le faccio gli indovinelli che Tiger ha posto a noi, quelli sui castori o sulla dinamite. Era ovvio che non sapesse o mi dicesse qualcosa del tipo: la persona che si occupa di queste cose al momento non c’è (che si occupa di quali cose?), ma lei chi è mi scusi? Gustosa invece la telefonata con Catania (visto che Roma va in segreteria): un’altra ragazza dice di sapere di queste frasi, lavora in negozio, è ovvio che le conosce, così sceglie di darmi l’indirizzo di un sito inesistente. Anche se afferma che vi sono molte teorie in merito, sembra siculamente non voler dire.

Tutto inutile allora. Eccovi presentate, per adesso, le mie dimissioni. Per adesso, perché nel primo pomeriggio cercherò Giorgia, la persona che a Torino dovrebbe occuparsi di “queste cose”. E dire che sarebbero bastati un blog, una segnalazione, una qualsiasi risposta-yahoo, un qualcuno che ne avesse già parlato con somma inutilità, per evitarmi siffatte figure. Rimando alle battute iniziali, per capire meglio, perché avrei anche potuto gettare quel foglietto e non averci niente a che fare. Ma ho scelto di portare avanti l’inchiesta. E poi si sa che “per inventare sono necessari una buona immaginazione e un mucchio di spazzatura.”

Credits foto: disegni di Marie Morassutti Vitale