Teatro. Elektra novello Amleto al Politeama Rossetti

Elisabetta Pozzi (nelle prove di Elektra di Carmelo Rifici foto Marco Secchi) è la bravissima protagonista di Elektra, nuova produzione del Teatro Stabile del Veneto che, a partire dal Politeama Rossetti di Trieste (dal 9 al 13 novembre), sarà in tournée in molte città italiane. Carmelo Rifici dirige la rilettura della tragedia di Sofocle, scritta a inizio ‘900 da Hugo von Hofmannstahl. Elettra, inutile ricordarlo, è un personaggio della mitologia greca. Figlia di Agamennone e Clitennestra, dopo la morte del padre per mano di Egisto, e con il contributo della stessa Clitennestra, istiga il fratello Oreste a vendicare il padre.

In sintesi è questa la storia del mito di Elettra, ispiratrice di molte opere letterarie. Prima di Sofocle che porta in scena il dramma di Elettra e della sua famiglia in tre diverse opere, poi di Euripide che a Elettra dedica una tragedia a lei stessa intitolata. Per giungere, ai giorni nostri, a Hugo von Hofmannstahl che con la sua “Elektra” ci conduce nel pieno dello spirito della Mitteleuropa, nell’epoca delle grandi scoperte sull’inconscio.

Scritto nel 1903, in poche settimane, il testo è un’attualizzazione libera, e vicina al sentire del decadentismo, dell’omonima tragedia di Sofocle, così epica e rigorosa. Un’attualizzazione quella di Hofmannstahl che ha interessato particolarmente Carmelo Rifici, allievo di Luca Ronconi, che ne ha diretto la regia, in questi giorni (dal 9 al 13 novembre) in scena al Politeama Rossetti di Trieste, ponendo in luce le fini cesellature psicologiche dei suoi personaggi. A partire da Elettra, impersonata dalla bravissima Elisabetta Pozzi, la cui interpretazione è da considerarsi come uno dei momenti più suggestivi sul piano attoriale dell’attuale stagione teatrale del Rossetti. E’ un novello Amleto Elettra, lacerata fra il desiderio ossessivo di vendicare il padre uccidendo la propria madre e l’incapacità di passare realmente all’azione. Un complesso, quello della fanciulla che ama il padre e detesta la madre, che la psicanalisi non a casa chiama complesso di Elettra, contrapponendosi al femminile a quello che è l’altrettanto noto complesso di Edipo.

Singolare e affascinante è la regia dell’”Elektra” di Carmelo Rifici, con un cast di primo livello, ambientata davanti a un palazzo che ricorda le distorsioni geometriche di tante opere del grafico olandese Escher e dove figure, in vesti manicomiali, popolano il dramma lacerante di Elettra tra realtà e dimensione onirica. Vivono esse il dramma di non poter essere tragiche appieno, di non sapere più se stiano vivendo la realtà o soltanto l’incubo folle di Elettra, trascinante e potente nella superba interpretazione di Elisabetta Pozzi.