St. Tesla: uno spirito libero e curioso nell’era digitale

Cogliere lo spirito artistico di St. Tesla è davvero un’impresa. Pur avendo una ricchissima componente legata ai nuovi media è come se avesse piacere di stimolare il curioso a ricostruire briciola dopo briciola un percorso artistico composito e soprattutto che si snoda su differenti mezzi d’espressione: il video, la fotografia, la performance, la digital art. Ripercorrere i suoi passi artistici vuol dire cercare i frammenti di lei nascosti nei differenti pseudonimi che ha usato nel tempo: evoluti in tempi accelerati, come quelli della modernità. Una commistione di arte e scienza, unite a un cocktail potenzialmente esplosivo: la rete.

St. Tesla (al secolo Stefania Rota) come mai questa costante evoluzione della tua arte?

Percepisco in maniera molto forte l’accelerazione, la velocità in cui sono immersa. Vivo un’inquietudine interna costante. Questo infinito campo di forme in cui applicarsi nascono, si sviluppano e mutuano a una velocità sempre maggiore. Nel tentativo, e quindi nella tensione, di afferrare parti di mondo e realtà, mi trovo a esprimermi attraverso mezzi e stili differenti. Alle volte mi sento sospinta dalla stessa velocità in cui viaggiano i dati in rete. È come se sentissi un accumulo di informazioni e iconografie e allo stesso tempo soffrissi per l’impossibilità di comprenderle tutte. Nel cercare invano di afferrarle e dar loro un ordine vengo condotta in nuovi universi di linguaggi e strutture. Non sono del tutto consapevole di tutte le parti che mi abitano ma è come se non le contrastassi e le lasciassi agire ed esprimersi. La stessa idea di identità, per come viene concepita usualmente, è un concetto distante dal mio sentire. È come se permettendo a queste diverse forme di coesistere possa accedere anche a punti di vista e comprensioni della realtà differenti.

Evoluzione che riguarda anche il tuo nome d’arte o nom de plume.

Da qui deriva la necessità di cambiare anche il modo in cui percepisco me stessa. E quindi il nome. Se nella mia mente si manifestano con cambi di intuizione delle realtà, nella pratica artistica con l’uso di differenti mezzi e stili, nella rete esse si manifestano attraverso password diversificate, profili dedicati e cambi di impostazioni. Ogni nome, forma e punto di vista coesiste sempre nel medesimo momento. Come realtà parallele continuano a lavorare alla comprensione della propria prospettiva e della propria percezione della realtà emergendo in momenti differenti, anche non singolarmente, esprimendosi nello stile e nel linguaggio che gli appartengono. Sono accompagnate dall’impossibilità della certezza. Non c’è approdo possibile a una realtà univoca, a una forma e un punto di vista definitivo. Perfino il disegno complessivo muta.

Qual è il significato di St. Tesla?

È il nome che ho deciso di adottare, o meglio che è emerso, quando ho incominciato a interessarmi di più all’arte unita alla scienza. Per me Tesla (ingegnere di origine serba naturalizzato statunitense che ha rivoluzionato l’elettromagnetismo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, inventando la corrente alternata base della moderna elettricità, ndr) rappresenta un pioniere, un visionario, un mistero, la dedizione, l’ossessione e l’inquietudine stessa. È la seconda volta che un nome che scelgo è ispirato a una figura del passato. Prima di Tesla, Yves Klein. St. ha un significato duplice e intimo. Non rivelo mai il completo significato di un nome.

Da cosa nasce la tua necessità di espressione artistica?

L’arte è uno dei modi che conosco per quietare la mia tensione alla ricerca. Un metodo per decodificare e decriptare quello che mi circonda. Non è l’unico. Ma la pratica artistica mi ha portata, più spesso che in altri ambiti, alla comprensione di porzioni della realtà. Per estensione, la tensione a comprendere necessita di uno sguardo esterno che è quello del pubblico che a sua volta decodifica secondo il punto di vista del proprio vissuto. Per me visione e reazione coesistono nello stesso spazio-tempo dell’intuizione e della realizzazione. Solo così la struttura è completa e la sua funzione compiuta.

Se dovessimo trovare una costante nel tuo lavoro, eclettico e trasversale, probabilmente sarebbe il video, mezzo d’espressione che sfrutti a tutto tondo dalla stop-motion (l’animazione fotografica) alla performance ripresa e scomposta. Perché il video?

Credo che il video abbia nei miei lavori lo stesso spazio che ha nella realtà che ci circonda. A volte assume un ruolo da protagonista, mentre altre volte serve solo per documentare, ampliare, accompagnare. Una forma o un mezzo.

Uno dei temi ricorrenti, negli ultimi lavori, è la scienza – da un punto di vista personale come nel lavoro Illuminated code from Space ma anche da un punto di vista più specialistico nel rapporto tra psiche e arte. Cosa pensi della scienza?

Al pari dell’arte, la scienza è uno dei modi per decodificare parti di realtà. Mette in discussione le certezze, la convinzione di aver raggiunto una verità finale. L’arte e la scienza sono sempre state l’una accanto all’altra nella storia dell’uomo, ma sono andate sempre più sovrapponendosi. Sono particolarmente interessata al versante etico della scienza in rapporto al periodo storico attuale e a quello dell’immediato e del lontano futuro. Il progresso scientifico ci ha già portato e sempre più ci porterà a scoperte incredibili, alcune ipotizzate e intuite nella fantascienza (che per me ha un importante carattere profetico e di lucida visione sulle prospettive future partendo dal presente). Se è possibile immaginarlo e ancor di più realizzarlo, qualcuno da qualche parte lo farà, con qualsiasi mezzo e rischio. Intravediamo possibilità entusiasmanti quanto inquietanti che andranno a cambiare la stessa definizione di vita e morte, tempo e spazio. Dal punto di visto artistico questo per me è un tema molto interessante e importante su cui lavorare. Come è interessante tutto ciò che riguarda la citizen science, il bio-hacking e la bioart.

Videoart nel tuo caso si accompagna ai social media e alle piattaforme attraverso le quali è oggi possibile raggiungere ogni angolo del globo. Cosa ne pensi della comunicazione digitale nell’era 2.0?

La evito e ne abuso. La utilizzo. Cerco più punti di vista per una maggior comprensione, come per tutte le cose. Sono affascinata dal modo in cui il nostro cervello ha subito mutamenti nel modo di percepire e vivere una parte della realtà con l’avvento dei social network e ancora di più con l’avvento di dispositivi tecnologici che ci accompagnano in ogni momento della giornata, in ogni luogo. Un meccanismo a mio avviso ben spiegato da Nathan Jurgenson che lo definisce “Facebook eye” ma che può essere esteso a tutti i social network. Sostanzialmente è come quando viaggi con una macchina fotografica o senza. Viaggiando con una macchina fotografica e volendo fare belle foto, ragionerai in termini di inquadrature. Vivrai il viaggio in maniera diversa. I fotografi questo meccanismo lo conoscono bene ma credo che quasi tutti hanno sperimentato la sensazione di cui parlo. Lo stesso avviene con i social network. Ragioniamo in termini di post. Leggiamo un articolo e una parte della nostra attenzione, di cui magari non siamo coscienti, sta cercando la frase che può essere postata sul proprio diario. Ordiniamo qualcosa da mangiare e prima ancora di conoscerne il gusto, sentiamo l’impulso di fotografarlo e condividerlo. E non è finita. Una volta condiviso una parte della nostra attenzione rimane rivolta verso la notifica. Al like e al commento. E così via, in un loop infinito.

Hai parlato di social network, perché ti interessano dal punto di vista artistico?

Ho sperimentato diversi periodi, più o meno lunghi, distante sia dall’intera rete che solo dai social network per comprendere questi meccanismi. Sono interessata non solo alla compenetrazione di internet con il quotidiano e quindi con l’arte, ma anche alla stessa evoluzione e capacità sia mentale che fisica di adattamento dell’individuo e della collettività. Siamo ancora in un periodo storico in cui abbiamo sperimentato il viaggio senza macchina fotografica. Conosciamo la differenza. È la capacità di evoluzione e adattamento dell’uomo in rapporto alla tecnologia che mi interessa. Sto lavorando ad alcuni progetti sul tema. Estendendoli a ricerche sulla realtà, la realtà virtuale e alla realtà vissuta in maniera virtuale.

Cinezoïque è stato il video finalista del Vimeo Award 2012, un video in cui si ripercorre (non solo metaforicamente) la storia del cinema. Quanto ha influito il cinema sul tuo immaginario?

Non in maniera così influente. Ho avuto una vita piuttosto sfaccettata e molto deriva da esperienze dirette. Ho avuto la possibilità di coltivare la fantasia. La tv a casa mia non era ammessa, se non in piccolissime dosi. La tecnologia del tutto assente. Ho letto e viaggiato molto. Il cinema è arrivato dopo il teatro. Internet e tutto quello che ne consegue è stato conquista e trasgressione. L’impedimento ha creato la sete. Una volta avutone accesso ne ho anche abusato. Probabilmente ho visto in un anno i film che una persona si vede in dieci. Ma ero già alla fine delle superiori. Lo stesso discorso vale per il computer, internet e affini.

Nelle tue opere compari spesso in prima persona. Ti metti in gioco come performer, come in Telesma in cui davanti alla telecamera e attraverso un effetto di montaggio esplori il processo cognitivo. Come mai, pur usando doversi pseudonimi, ti esponi invece così direttamente?

La performance è uno dei modi in cui mi esprimo. La recitazione è stata una delle prime forme d’arte a cui ho avuto accesso. I diversi nomi non sono un espediente per nascondermi ma forme differenti in cui mi manifesto. La mia stessa fisicità è diversa da opera a opera. È relativamente da poco che sono interessata al concetto di privacy, a come ci stia venendo sottratta in vari modi, anche molto invasivi. In questa fase la mia presenza performativa ha carattere diverso, la mia immagine quasi del tutto assente, de-localizzata.

How many women still è un video di animazione che è stato presentato da YouTube e il festival del cinema di Cannes, ed è arrivato tra i quattro finalisti. Qual è il ruolo della donna nell’arte? 

Tra i nomi che ho avuto, ne ho assunti anche di maschili. Non metto in dubbio che il fatto che sia donna sia trapelato in quel video ma ho cercato di lavorare come se fossi entrambi. Volevo sentire anche il punto di vista dell’uomo in quella situazione per poter percepire un quadro più ampio possibile. Non amo le settorializzazioni. Se esistono situazioni su cui riflettere e far riflettere il compito è affidato ad entrambi. Riconosco le differenze tra i sessi ma preferisco guardare alle caratteristiche, le sensazioni, emozioni e modi di vedere della singola persona e dell’artista.