Srebrenica vent’anni dopo

Srebrenica, 11 luglio 1995. Gli uomini del generale Ratko Mladić entrano nella cittadina e compiono una strage dalle dimensioni gigantesche. 8372 persone, per lo più uomini adulti e bambini, verranno trucidate in nome di una operazione militare – che assumerà i tratti di una ben più studiata pulizia etnica – all’interno della guerra nei Balcani.

In questi giorni ricorre il ventesimo anniversario di quella tragedia, dichiarata ufficialmente dal Tribunale Internazionale per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia come genocidio. Le Nazioni Unite hanno descritto Srebrenica come il peggior crimine mai commesso in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. L’Occidente tutto, alzò la voce subito dopo il massacro condannando apertamente l’azione dei soldati dell’esercito della Republika Srpska (i serbi di Bosnia) e del reparto paramilitare conosciuto come gli Scorpioni, sempre agli ordini di Mladić.

Come in ogni anniversario, le iniziative non mancano e a esse si aggiungono spazi di riflessione. Cosa accadde veramente a Srebrenica nel luglio di vent’anni fa? Cosa si sarebbe potuto fare per evitare che un intero Paese non venisse spazzato letteralmente via? Quello stesso Occidente che di lì a poco firmerà gli accordi di Dayton era a conoscenza delle intenzioni della formazione di Mladić?

Sono domande alle quali, in tutti questi anni, in tantissimi hanno tentato di dar risposta. Il massacro di Srebrenica macchierà per sempre la storia dell’Occidente, perché sì, si sarebbe potuto fermare. Le formazioni olandesi di peacekeeping che avrebbero dovuto proteggere la zona non intervennero. Lasciarono i serbi massacrare i bosniaci, senza muovere un dito. L’Occidente è responsabile di ciò che accadde. Nel marzo del 1993 il generale francese Morillon, a capo del UNPROFOR (forze di protezione delle Nazioni Unite) parlò ai cittadini affermando che l’Onu non li avrebbe mai lasciati soli.

Quello che accadde fu l’esatto contrario. Radovan Karadžić, Presidente della Republika Srpska, qualche mese prima, scrisse che bisognava completare fisicamente la separazione della enclave da Žepa, paese vicino. Nessuno doveva comunicare, il blocco dei viveri in arrivo a Srebrenica portò progressivamente la gente a soffrire la fame. Tutto questo era visibile. Eppure nessuno mosse un dito.

Gli olandesi, quelli ai quali si attribuiscono le principali responsabilità, furono quelli più esposti. Già il giorno precedente al massacro chiesero l’intervento delle forze aeree ma non giunse alcuna risposta, se non prima del pomeriggio del giorno successivo. Zumra Šehomerović testimone diretta, disse che durante la presa di Srebrenica, un soldato olandese presente agli stupri di massa compiuti dai serbi, se ne stava lì, senza fare niente, ascoltando musica dal suo walkman.

Al di là degli episodi che raffigurano la violenza commessa e quello che avrebbero potuto fare gli olandesi, la responsabilità dell’Occidente in tutto questo non possiede limiti. Quella responsabilità morale che avrebbe dovuto contraddistinguere l’Onu, e quel desiderio di protezione e di mantenere le condizioni per la pace tra i popoli, che era alla base della sua fondazione, dopo i trent’anni di guerra tra il 1914 ed il 1945, ebbene, tutto questo fu cancellato completamente, dimenticato volutamente in un cassetto.

Oggi, a vent’anni di distanza, quella Srebrenica non è più come prima. Non lo sarà mai. Non lo è anche per il fatto che dal punto di vista della comunità internazionale, quelle giornate di vent’anni fa non sono state ufficialmente riconosciute come genocidio. La Russia, da sempre vicina a Belgrado, ha bocciato la risoluzione Onu proposta da Londra. La Cina non si è espressa. La Serbia parteciperà domani alla commemorazione con la presenza del primo ministro Aleksandar Vucic, tuttavia la decisione di Mosca di bocciare la risoluzione è rappresentazione di una contrapposizione che tiene ancora sotto scacco la condivisione delle ragioni di una tragedia.

Srebrenica è stato un massacro che si sarebbe potuto evitare. E invece l’Occidente lasciò campo aperto alle formazioni di Mladić; in nome dell’odio etnico agirono senza scrupoli, lasciando l’ovest prigioniero dei fantasmi delle persone uccise, che continueranno, ad imperitura memoria, a comparire nelle notti agiate di chi comanda senza avvertirne le responsabilità.

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