Sport e religione: paradigmi per comprendere il presente

Abbiamo incontrato sua Eccellenza Mons. Crepaldi, Vescovo della Diocesi di Trieste, per raccogliere la testimonianza di un uomo che vive in prima persona il rapporto con la gente, confrontandosi ogni giorno con alcuni temi caldi della cultura contemporanea, dal riscatto sociale fino al razzismo.

Eccellenza, lo sport è stato per molti anni un catalizzatore di grandi valori umani come l’impegno, la forza di volontà e la costanza. Pensa che sia ancora così nonostante un mondo che anche nell’ambito sportivo si è decisamente capitalizzato e che è oggi capace di muovere milioni di dollari?

C’è sport e sport. C’è indubbiamente quello che lei definisce come capitalizzato che ha indubbiamente perso non solo l’orizzonte dei grandi valori umani ma anche quello intrinseco dello sport stesso e c’è ancora una realtà fatta da milioni di persone che vivono lo sport al di fuori di cornici mercantili e affaristiche e che sperimentano, proprio attraverso lo sport, occasioni di crescita umana, di incontro leale e fraterno con il prossimo, di gioiosa e ricreativa festa nel rispetto di autentici valori umanistici e umanizzanti.

Un apporto così massiccio del denaro all’interno del mondo dello sport rischia di snaturare la sua vocazione e la possibilità di rappresentare uno strumento di riscatto sociale, così come fu per Muhammad Ali o per il friulano Primo Carnera?

Senza voler demonizzare il denaro mi pare di capire che in quello che lei chiama sport capitalizzato sia avvenuta una specie di inversione dei ruoli: solitamente
il denaro era considerato come un mezzo necessario al servizio dello sport, è avvenuto che sia lo sport ad essere diventato il mezzo al servizio del danaro. Tutto questo sconcerta se lo si colloca nel contesto dell’attuale crisi economico finanziaria con le tante vittime che produce in termini di povertà ed emarginazione a fronte di operazioni economiche in ambito sportivo dove attorno ad un solo calciatore girano milioni e milioni di euro.

Quali crede che siano i valori migliori che lo sport riesce ancora a promuovere all’interno della nostra società?
Lo sport capitalizzato ne esprime pochi. Ma c’è, come dicevo prima, un popolo affezionato allo sport amatoriale che è ancora in grado di esprimere dei grandi valori umani, come quelli della lealtà, dell’incontro, della solidarietà, della festa e altri ancora. È questo popolo che costituisce una singolare riserva valoriale per il bene di tutta la nostra società. Penso poi ai tanti bambini e ragazzi che, attraverso l’educazione sportiva, crescono sani nella mente e nel corpo.

Uno sportivo che secondo lei ha dato un grande apporto al mondo con il suo sforzo nel sociale…
La prego di non restare male per la risposta che le sto per dare a questa sua domanda. Lo sportivo che ricordo con riconoscenza per il suo grande apporto è un illustre sconosciuto, mai entrato nelle pagine patinate dei giornali, mai presente nei talk show televisivi… è l’allenatore della squadra di calcio dei pulcini di una delle parrocchie di Trieste. Sono questi anonimi protagonisti, con il loro impegno gratuito e il loro gran cuore, che fanno andare avanti il mondo…

Nemmeno gli Stati Uniti, che hanno donato al mondo i più grandi sportivi di colore della storia, sono riusciti a sconfiggere la piaga del razzismo il quale anzi, ha ripreso vigore proprio durante la presidenza Obama. Cos’è andato storto secondo lei?
Lei lega sport e razzismo nel contesto storico degli Stati Uniti. Personalmente non lo considero un elemento essenziale, perché il fenomeno del razzismo negli Stati Uniti ha connotati storici e culturali molto complessi che vanno ben oltre il protagonismo degli sportivi di colore. Indubbiamente il razzismo è una cosa odiosa che gli Stati Uniti, pur avendo combattuto con grande determinazione, si trovano ad affrontare ancora forse a causa di una crisi generale di valori che anche l’America sta vivendo.

Se in America la questione si pone molto fortemente, in particolare dopo la strage di Charleston, anche l’Europa si sta confrontando con un crescendo di movimenti xenofobi e razzisti in risposta al massiccio fenomeno dell’immigrazione di popolazioni africane verso nord. Manca una capacità politica di affrontare il problema o pensa che il rifiuto venga dal basso, cioè dalle popolazioni?

Ci sono enormi responsabilità politiche, dovute a presupposti e ad approcci culturali molto differenziati. Tra la cultura della porta aperta per tutti e quella della porta chiusa per tutti, il ceto politico italiano non è stato in grado di improntare una credibile politica dell’immigrazione.

Il più grave errore che secondo lei stiamo commettendo sul tema immigrazione…
Quello di offrire un’immagine di Paese poco serio, dove le regole si possono aggirare facilmente, senza una precisa identità nazionale, culturale e religiosa, dove i diritti valgono tutto e i doveri niente…

Legato al tema dell’immigrazione vi è anche quello sulla religione musulmana. Come si può recuperare un rapporto, quanto mai necessario in un momento di forte tensione nel Mediterraneo, con un Islam che viene sempre più percepito come ostile?

Il rapporto con l’Islam è importante, ma va fatto in termini di chiarezza e di reciprocità responsabile. Va anche considerato il dato nuovo e inedito di un Islam, quello che ispira all’Is, che sta perseguitando i cristiani e li sta martirizzando in un conteso internazionale di colpevole indifferenza. Con questo Islam è impossibile ogni forma di dialogo e va combattuto.

Rischiamo di crescere una generazione di figli spaventati da chi è “diverso” e sempre più rinchiusa in se stessa, invece che aperta al mondo che la circonda. Quali valori dovremmo promuovere e sviluppare quali anticorpi per evitare che ciò accada?

Sono i grandi valori della tradizione cristiana che sono in definitiva quelli del nostro Occidente: il valore assoluto della persona umana, il valore del rispetto, il valore della libertà anche della libertà religiosa, il valore della solidarietà, il rifiuto della violenza e della guerra, il valore dei diritti umani e dei corrispettivi doveri… Questi valori cristiani sono alla base della civiltà occidentale. Mi chiedo: l’Occidente ci crede ancora? Ho l’impressione che ci creda sempre meno, perdendo in questo modo identità e capacità propositiva.