Silenzio a Garissa

Lo scorso due aprile quattro miliziani della particella terroristica di Al Shabaab irrompono nel dormitorio della Garissa University college, prendendo in ostaggio 700 persone.

Dopo quasi sedici ore di agonia, le forze speciali keniane irrompono negli alloggi, i morti sono circa 150 tra i 19 e 23 anni, la maggior parte dei quali decapitati. Erano circa le cinque del mattino in Kenya, doveva essere un giorno come un altro al college: la sveglia sarebbe suonata di lì a poco per alcuni e posticipata per altri; le abitudini degli universitari sono oggettivamente universali. Gli studenti hanno la possibilità di vivere la loro quotidianità con diverse culture, religioni, ma anche ideologie. La spensieratezza che caratterizza il nucleo accademico nasce e si alimenta in mondo naturale e inconsapevole. Il proprio bagaglio rimane sulla linea di confine tra ciò che eri prima d’iscriverti e ciò che sarai una volta raggiunto l’obiettivo finale. I ragazzi dell’Università di Garissa, rimasti uccisi da quell’inarrestabile forza omicida, sono stati divisi dai loro aguzzini in base all’appartenenza religiosa: i cristiani da una parte e i musulmani dall’altra, trucidando i primi e liberando i secondi. Il jihad ha diviso ciò che prima era unito.

I miliziani sono morti durante l’attacco delle forze speciali keniote,  ma chi o cosa è Al Shabaab? La formula completa è Harakat Al Shabaab Al Mojaheddin (tradotto in italiano “Movimento dei giovani combattenti della guerra santa”). Gruppo terroristico musulmano integralista accorpato all’unione delle corti islamiche (Icu), nato in Somalia durante la cruenta crisi governativa che ha colpito il paese e che è tutt’ora in corso. Il vertice è profondamente legato ad Al-Qaeda dal 2012, e alla nigeriana Boko Haram. Il gruppo terroristico vuole prima di tutto diffondere la sharia, la legge islamica, rovesciando il governo Somalo e sconfiggendo definitivamente le truppe dell’Amisom (Missione dell’Unione africana in Somalia). L’esercito keniota, quello somalo e Amisom dal 2007 a oggi hanno fatto perdere diversi cruciali territori ai mujaheddinn, come Mogadiscio e il porto di Chisimaio. I terroristi somali hanno perso importanti punti strategici ma soprattutto conferme. Finanziati poco e male, ottengono la maggior parte delle entrate economiche da traffici illeciti di carbone e avorio, rapimenti e la collaborazione con gli spietati pirati del corno d’Africa. Negli ultimi anni, soprattutto dopo la morte, avvenuta il 6 settembre grazie a un drone Usa, dell’amatissimo e rispettato leader Moktar Ali Zubeyr, molti combattenti si sono schierati con il califfato di al-Baghdadi.

L’attuale leader della “Gioventù” Ahmed Umar Abu Ubaidah possiede dai 7.000 ai 9.000 combattenti rispetto ai quasi 15.000 dei precedenti anni, suddivisi in unità di 200-300 uomini che a loro volta agiscono in gruppi di 15. Utilizzare pochi uomini per attentato è una scelta strategica che prevede l’utilizzo di bersagli inermi e armi a basso costo riuscendo a creare risultati devastanti e direttamente al centro dell’attenzione mediatica internazionale. Un esempio? Il dormitorio di Garissa. Secondo i servizi segreti kenioti l’ideatore dell’attentato all’Università è Mohamed Muhamud Kuno e conosceva bene la scena del crimine. Ex maestro in una scuola coranica, era conosciuto tra i suoi alleati come un esperto addestratore di kamikaze e pare che tra i suoi allievi ci fossero anche una delle sue mogli e una figlia. Uomo freddo, cinico e abile a manovrare le giovani menti, così pericoloso e sanguinario che sulla sua testa “latitante” pende un’ingente taglia. Insegnanti con le bombe, in una realtà nella quale troppo spesso bambini in età scolare vengono educati al terrorismo e al martirio, affidati ai miliziani da famiglie poverissime che consegnano i figli ai maestri del kalashnikov invece che a quelli della penna.

La strage ha scosso gli animi di tutto il mondo, specialmente nelle istituzioni dedicate all’istruzione, come l’UEA (European University Association). Il 27 aprile è stato indetto un minuto di silenzio alle 12:00 per ricordare la strage di Garissa e hanno aderito 800 atenei occidentali. L’associazione ha spiegato nel suo sito internet che “la ricerca della conoscenza non ha confini e le università trascendono le frontiere geografiche e politiche” e lancia un appello alla comunità internazionale esortandola ad agire contro gli attacchi e proteggere le università in modo che queste atrocità non accadano più in futuro. In quasi mille atenei è calato il silenzio per ricordare i colleghi di Garissa. Per sessanta secondi, gli studenti da Mosca a Lisbona, hanno sentito il vuoto e il silenzio che l’odio e l’intolleranza hanno lasciato dietro di sé in quel giorno di primavera. Alle 12:01 sono tornate timidamente le voci, i sussurri e il vociare di ragazzi e insegnanti. La violenza può far tacere la sapienza, ma non per più di un minuto.