Si chiude in bellezza il 67° Locarno Film Festival

Il cinema asiatico continua a godere di ottima salute; lo ha confermato la 67esima edizione del Festival del Film di Locarno, che si è concluso sabato 16 agosto con l’attesa cerimonia di premiazione, ha visto salire sul podio il regista filippino Lav Diaz, tra i registi più ‘estremi’ del panorama contemporaneo. Ad aggiudicarsi il Pardo d’Oro per il Miglior Film, assegnato da una giuria internazionale composta da Gianfranco Rosi, Connie Nielsen, Alice Braga, Thomas Arslan e Diao Ynan, è stato infatti il suo “Mula sa kung ano ang noon (From What Is Before)”, e già dato tra i favoriti alla vigilia. Ambientato in un piccolo villaggio delle Filippine durante la dittatura di Ferdinand Marcos, “From What is Before” è un vero e proprio viaggio nel tempo e nello spazio, che il grande schermo restituisce attraverso il magistrale utilizzo del bianco e nero per la bellezza di cinque ore e trentotto minuti. Arrivato al regista ‘giusto’ nel festival ‘giusto’, il premio a Lav Diaz ha chiuso in bellezza un’edizione particolarmente movimentata che, nonostante i numerosi giorni di pioggia, ha visto la Piazza Grande diventare ancora una volta ombelico del mondo con un numero di spettatori, giornalisti e addetti ai lavori in costante ascesa. Il Pardo per la miglior regia è andato a “Cavalo Dinheiro” di Pedro Costa, che, a partire dai racconti di Ventura, un capoverdiano di Lisbona, si estende alla storia dei tanti uomini e donne arrivati in Portogallo dalle ex colonie-africane. Miglior attore è Artem Bystrov per “Durak (The Fool)” di Yuri Bykov, mentre il premio per la migliore attrice è andato ad Arianne Labed per “Fidelio, L’Odyséee de Alice” di Lucy Borleteau. Premio del Pubblico a “Schweizer Helden” dello svizzero Peter Luisi, mentre il Pardo per la miglior opera prima è andato a “Songs From The North” di Soon-mi Yoo, ritratto della Corea del Nord che la regista, residente negli Stati Uniti, ha raccolto durante alcuni viaggi nel suo Paese d’origine. Tra i momenti clou di quest’edizione, che ha richiamato sulle sponde del lago tantissimi ospiti illustri, -da Melanie Griffith a Mia Farrow, da Agnés Varda all’inventore della steadicam Garret Brown-, c’è sicuramente l’evento di apertura, con 8400 spettatori confluiti in Piazza Grande per la premiére di “Lucy”, il nuovo action-thriller firmato da Luc Besson con protagonista l’avvenente Scarlett Johansson. Così come non sono mancate anche quest’anno le polemiche, che hanno visto saltare l’attesissima masterclass di Roman Polanski, rivolta al pubblico ed ai giovani registi della Locarno Summer Academy. Ma ad incantare il Film Festival nella sua conclusione è stata Juliette Binoche, premiata la sera di Ferragosto con l’Excellence Award nonché protagonista il giorno successivo di un’affollatissimo incontro presso lo Spazio Cinema Forum. Intervistata dal direttore Carlo Chatrian, l’attrice ha rivelato un eccezionale savoir-faire, rispondendo con un sorriso spontaneo anche alle domande più difficili. Bisognerà attendere ancora un po’ per per vederla al cinema nel prossimo “L’Attesa”, film dell’esordiente Piero Messina che sta girando in Sicilia, e l’incontro a Locarno è stato soprattutto l’occasione per ripercorrere le tappe salienti della sua fortunata carriera. Dagli esordi negli anni ’80 con “Rendez-vous” fino al successo internazionale (Oscar e Orso d’argento per “Il Paziente Inglese”), il talento di Juliette Binoche si giudica dalla sua capacità di spaziare da ruoli forti e tormentati senza però disdegnare anche scelte più commerciali: “Le grosse produzioni danno sicurezza ma il peso del denaro può creare una tensione fortissima. Certo, per il mio carattere mi sento più vicina a lavorare con progetti low-budget e indipendenti che mi assicurano maggiore libertà. Come“Sils Maria” di Olivier Assayas, un’esperienza intensa sulle Alpi svizzere che mi ha veramente spinta a superare tutti i miei limiti”.