Sergio Sorgini, arte e duttilità: da Verona a New York Il maestro internazionale e la sua storia, fra disegno, pittura e scultura

Il primo Sorgini: puoi raccontarci gli inizi?
Nasco come disegnatore. Il mio primo lavoro: ho illustrato un libro di poesie per mio zio don Bernardino Mastroianni che è stato una guida spirituale e di vita. Fumettista per il Vittorioso, in seguito ho lavorato come cartellonista cinematografico, per la Paramount Pictures e la Universal: parliamo degli anni 1959 -1961. In assenza dei moderni mezzi di comunicazione, il successo del film poteva essere decretato dalle qualità pittoriche dell’ artista. Le case di distribuzione americane mi affidavano il lavoro; non ero a conoscenza del titolo definitivo in quanto doveva essere pensato esclusivamente per il pubblico italiano. Riempivo pertanto gli spazi riservati al titolo definitivo con lettere sfuse (titolo provvisorio), che, una volta conosciuto, recuperavo le lettere trasferendole sulla tela. Una specie di operatività alla Andy Warhol, per intenderci; questa metodologia la chiamavo “omaggio al cinema”, anche se i critici la definiscono pop art. Arrivato a Brescia invitato dalla casa editrice – La Scuola – mi dedico all’ illustrazione di libri per ragazzi.

Dopo le locandine, si passa alla pittura.
Ho vissuto un periodo di pittura metafisica, dove ho prodotto le mie donne lunari, donne enigmatiche in eterna attesa. Ho poi cominciato a dedicarmi alla scultura in bronzo che con la produzione pittorica hanno dato luogo alle antologiche al Palazzo dei Sette di Orvieto e al Maschio Angioino di Napoli.  Altre grandi sculture contro la violenza sono state esposte al Palazzo Venezia di Roma e alla Reggia Venaria di Torino. Dopo, ho avuto l’onore di presentare un’antologica al Chiostro del Bramante di Roma in contemporanea alla mostra sulla “Dinastia di Brueghel”. Vista la numerosa affluenza di visitatori e per le tematiche affrontate (violenza contro le donne ed il dramma della malattia mentale) il Comune di Viterbo mi ha proposto di proseguire la mostra antologica nelle locali Logge di San Tommaso. Subito dopo Viterbo è seguita la mostra alla biblioteca del Mart di Rovereto.

Sergio Sorgini è un artista, ma per arrivare dove è ora ha passato anche momenti difficili: nel suo percorso ha vissuto da piccolo gli anni della guerra.
Ho conosciuto le rappresaglie tedesche a Roma, ho sofferto la fame, come tutti in quel periodo, che però ricordo costantemente perchè sono stati gli anni che hanno segnato in modo indelebile la mia coscienza ed il mio voler essere vicino agli altri come ricordava Francesco d’ Assisi a cui sono molto legato.

Il discorso “umanitario” è legato alle fasce sociali più a rischio: ci sono argomenti interessanti anche qui.
Parte della mia produzione è indirizzata alla denuncia di situazioni estreme della nostra società, da qui ad esempio i lavori dedicati alla violenza sulle donne quale simbolo della violenza “universale”. Un caro amico psichiatra, al tempo della mostra al Chiostro del Bramante, mi fece conoscere i suoi ragazzi, malati di mente. L’incontro con questi giganti silenziosi e drammaticamente umani mi ha toccato nel profondo; rientrato a Verona, con questo forte carico emotivo, mi sono chiuso in studio per giorni, dormendo lo stretto necessario e meditando intorno al dramma delle condizioni di questi uomini, che hanno ispirato e fortemente condizionato i miei successivi lavori.

Infine, il capitolo scultura che peraltro è trattato in una maniera particolare.
Nella scultura, un episodio interessante che mi sento di raccontare è stato il video realizzato dall’israeliano Avi Rosen al Maschio Angioino, dove è collocata in permanenza, all’ ingresso del Museo Archeologico, una mia scultura dal titolo “non più violenza”. Questo lavoro è emblematico della mia produzione artistica: in scultura rappresento le donne come esseri lacerati, feriti, violentati nelle forme da questa società in cui vivo. Rosen ha esplorato, con l’occhio della telecamera, prima l’esterno, entrando poi letteralmente dentro la scultura creando un taglio prospettico particolare che ha saputo cogliere l’essenza e la drammaticità della condizione dell’umano essere.

Da ultimo, mi hai accennato di un nuovo movimento, vuoi parlarmene?Guarda, fai conto che sia un palazzo di cui sono già state gettate le fondamenta. Rimembranzismo è il nome che identifica il movimento. Al suo interno ci sono rappresentanti nell’ambito scientifico, letterario e artistico, come l’amico architetto Alessandro Carone, la storica dell’arte Irene Danelli, lo scienziato Angelo Spena, ordinario di genetica all’Università di Verona, la poetessa e antropologa Marcia Theophilo, candidata al premio Nobel per la letteratura e tanti altri. Io sono stato invitato per la parte artistica; è di questi giorni la creazione del manifesto del movimento, mio lavoro più recente.