Sergio Mattarella: capolavoro renziano

La vittoria renziana nella partita per la scelta del nuovo inquilino del Colle passa attraverso una restaurazione culturale. Che poi è la piena realizzazione di quella rottamazione dell’apparato di sinistra che è la cifra culturale e politica dell’azione di Matteo Renzi all’interno del Pd, ma con il paradosso di riuscire a ricompattare il proprio partito a sinistra, è non verso il centro, attraverso l’imposizione di un nome del passato, di un nome democristiano: Sergio Mattarella.
Quello che in queste ore viene definito come “capolavoro renziano”, contiene in sé un doppio livello: quello del metodo usato per “indicare” un nome secco, e non una rosa, capace di rimettere le cose in chiaro, anche traumaticamente, dopo le zone d’ombra proiettate dal Patto del Nazareno sulla vera natura dell’accordo, e di ricomporre gli equilibri politici gli equilibri con la minoranza Pd, d’accordo da subito sul nome del giudice costituzionale, proposto già da Bersani in occasione del Napolitano bis, con gli alleati di governo, le cui lamentele sono rientrate di buon grado dopo un qualche timida protesta di facciata sull’imposizione del nome, pur di non venire sbalzati fuori dai giochi e pur di rimanere a cavallo fino a fine legislatura, con i compagni di riforme dell’opposizione, avvisati che la loro presenza è auspicabile ma non indispensabile, e con l’elettorato, disorientato dallo strano accordo tra Renzi e Berlusconi, nel quale ormai il primo tiene il timone, riconquistando il centro della scena; e quello del merito, nello stesso nome integerrimo, ma non di gradimento forzista, di colui che si vorrebbe a Palazzo Chigi come un Presidente vecchia maniera, un notaio, un sottoscrittore di leggi, grigio abbastanza per non rubare la scena mediatica al Premier Renzi.

Una rivoluzione perseguita attraverso una restaurazione, quindi. In altre parole, la terza fase della Repubblica, con un Pd che si ridispone maggioritariamente a sinistra attraverso la candidatura monocratica di un democristiano al Colle, la quale si vorrebbe notarile e funzionale al nuovismo turboriformista in chiave primoministeriale e riformatore di Renzi, e quindi alla rivoluzione che, per ora con sorti alterne, è stata innescata con le primarie Pd del 2013, e con lo sgambetto fatto al debole Governo Letta a febbraio del 2014.
Ma a pensarci bene, non stupisce, il cambio di direzione, che sta alla base del “capolavoro”, un cambio di direzione necessario per ristabilire un equilibrio che il panorama politico aveva perso da tempo, almeno dalle dimissioni di Berlusconi nel 2011, e esasperatosi dall’esito delle elezioni del 2013 e dal passaggio che portò alla riconferma di Napolitano al Colle, con un’ammissione di impotenza da parte della classe politica. Ma necessario soprattutto per superamento dell’anomalia berlusconiana che è stata alla base della cosiddetta seconda Repubblica e che, più ancora che per l’equilibrio dei poteri, è sempre stata il mostro nero ed ingestibile della sinistra, che dall’ex Cavaliere l’ha sempre presa un saccoccia.

Il “capolavoro” inaugura così una fase dell’assetto istituzionale nuova, una terza fase che, dopo aver archiviato al seconda, ottiene finalmente la natura maggioritaria e non anomala della prima: il potere torna nelle mani dell’esecutivo, dopo il novennato di Napolitano, superando il corto circuito rappresentato dalla schizofrenia di un accordo con l’opposizione forzista a scapito dell’unità delle minoranze Pd, che lasciava prevedere una centrizzazione dei democratici e la costituzione di un nuovo soggetto di sinistra, e superando l’ineluttabilità dell’interlocuzione con Berlusconi, per la prima volta, forse, sbalzato fuori dal gioco del potere, bluffato, lui grande bluffatore, dal suo delfino-avversario, ora dominus indiscusso della politica italiana, il cui partito controlla ora le prime quattro cariche dello Stato. Una sintesi hegeliana che supera l’antitesi della cosiddetta Seconda Repubblica rigenerandosi nella tesi della Prima. E infatti, proprio per la scelta di un democristiano come Mattarella, passa la riconquista del Pd della propria sinistra, elimina i dubbi sul Patto del Nazareno, senza tuttavia cancellarlo, rimette in riga il Nuovo Centro Destra, riduce all’insignificanza Lega e Grillo, lasciando prevedere la costituzione di un premierato forte, con la riscrittura dei poteri del Capo del Governo sotto il controllo del Presidente della Repubblica.

C’è solo un dettaglio che potrebbe rovinare il capolavoro, che si sa, è perfezione: l’aver sottovalutato il nuovo Presidente della Repubblica, dimostratosi capace, a dispetto della scarsa mediaticità della propria figura e della moderazione dei toni, di mantenere fermo il proprio punto su questioni dirimenti per la stabilità democratica del Paese. E se questa pistola carica ha svolto il suo ruolo nelle contrattazioni con Berlusconi, andrà maneggiata con cura anche da chi la tiene in mano, soprattutto considerando che in ballo ci sono la riscrittura della Carta e una legge costituzionalmente sensibile come quella elettorale, nella quale alcuni costituzionalisti già riscontrano gli estremi per un ricorso davanti alla Consulta.
Ma se le cose vanno come devono andare, Mattarella sarà effettivamente un Presidente notaio.
L’equilibrio va consolidato, ma la strada giusta per le riforme è stata imboccata, e ora che a vigilare sulla produzione legislativa c’è un rigoroso interprete della Carta Costituzionale come Sergio Mattarella, siamo tutti più tranquilli.