Serbia – Albania, la storia si ripete

Qualche giorno fa a Belgrado è tornata alla ribalta la mai sopita rivalità tra la Serbia e l’Albania. Ogni qualvolta succede qualcosa che abbia a che fare con i Balcani, i media italiani ed internazionali diventano la fotocopia della giornalista straniera che viene sbeffeggiata da Milos nel finale de “La vita è un miracolo” di Kusturica. Cosa significa? Esattamente questo: la Serbia e l’Albania sono ai ferri corti a causa del Kosovo. Risaputo, quasi scontato. E questo stesso Kosovo ha fatto la sua comparsa su una bandiera portata da un drone all’interno dello stadio di Belgrado che ospitava la partita Serbia vs Albania. Il vessillo era quello della Grande Albania, idea irredentista la quale presupporrebbe la creazione di uno stato capace di includere tutti gli albanesi al di fuori dei confini. Quasi tutti i media internazionali si sono concentrati sul casus belli individuato nel drone fatto volare sopra al rettangolo da gioco. La bandiera è stata intercettata da un giocatore serbo, passata nelle mani degli albanesi in un attimo, scatenando la bagarre.

Se fossero stati coinvolti solamente, diciamo così, i giocatori probabilmente non sarebbe stato un grosso problema. Tuttavia, quello che più fa discutere è rappresentato da altri fattori. Il magazine online Threethreefive.net ha stilato una serie di domande che in parte riportiamo. Per quale motivo ai tifosi albanesi non è stato permesso di assistere alla partita nella capitale serba? Probabilmente per ragioni di sicurezza è stato deciso così dalla Federazione Serba, tuttavia alle persone normali viene negato un diritto mentre il fratello del primo ministro Albanese Olsi Rama era regolarmente seduto in tribuna. Sembra di esser alle solite: con i soldi si può comprare tutto, no? Olsi Rama è stato fermato dalla polizia e fonti vicine hanno dichiarato che il drone sarebbe stato pilotato proprio da Rama, il quale ha prontamente negato.

La sicurezza all’interno dello stadio non ha funzionato minimamente. Non si venga a dire che ci sono stati degli intoppi. Non ci sono stati. È stato un vero e proprio disastro. Il tutto è stato gestito da un servizio d’ordine inadeguato. Tifosi serbi da ogni settore dello stadio, o quasi, sono riusciti ad entrare sul campo e a trasformare il tutto in una guerriglia. Ivan Bogdanov, lo stesso che aveva messo sotto scacco il servizio d’ordine italiano a Genova quattro anni fa, è magicamente comparso sul terreno da gioco. Voilà; come si fa a permettere ad un tifoso che ha scontato più di due anni in carcere a causa dei fatti di Genova, a rimettere piede dentro ad uno stadio? In qualsiasi altro paese avrebbe ricevuto una diffida a vita. In Serbia, evidentemente no. Ci sono forse leggi diverse? Come farà il governo serbo, il quale sta avviando delle procedure pro Unione Europea, a giustificare queste mancanze? Il capo della polizia serba Milorad Veljović dovrebbe dimettersi dopo tutto questo? La polizia serba ha cominciato lo scorso 26 settembre uno sciopero ad oltranza chiedendo un miglioramento delle condizioni contrattuali ed un blocco delle riduzioni stipendiali, come già fatto due mesi fa. Quanti agenti erano in servizio l’altra sera allo stadio? Evidentemente meno di quelli che sarebbero serviti.

Lasciamo stare i cori contro gli albanesi – da condannare certamente – anche se in quel mondo si sa che funziona purtroppo così. Il mondo delle tifoserie sembra essere uno stato nello stato. Quali risultati ha prodotto in Italia la delibera contro la discriminazione territoriale? Stadi vuoti, malumori. L’Unione Europea del calcio, la Uefa comandata da Michel Platini, cosa farà? La risposta è turni a porte chiuse, multe, diffide alla federazione. E poi? Poi tutto tornerà come prima. Perché la risposta dovrebbe essere in grado di guardare a lungo termine, per cambiare le cose, per fare in modo che andare allo stadio sia un piacere e non l’arrivo al fronte. Ma tutti sanno che non è così, perché chi comanda aspetta di vedere un’altra Heysel per prendere decisioni drastiche, e spesso non sa minimanente di che cosa si parla. Chiudiamo con una riflessione. Alla fine delle immagini che si trovano online sui fatti dell’altra sera, s’intravede Kolarov, giocatore del Manchester City, scortare un giocatore albanese verso il tunnel di uscita. Sono immagini che non vorremmo vedere mai più perché quel giorno, finalmente, vorrà dire che saremo in grado di assistere ad una partita senza il timore di vivere una guerra. Scriviamo così, perché crediamo nel diritto di critica per migliorare il mondo in cui viviamo.