Scatto fisso: un ritorno alle origini del pedalare

Si vedono sempre più biciclette in città, e non è solamente un’impressione, sono i numeri delle vendite a dirlo: dal 2011 la bicicletta ha superato la macchina. A dispetto del bombardamento mediatico al quale siamo sottoposti: alla televisione di media 1 spot ogni 3 è dedicato all’automobile. Sarà stata la crisi, la benzina, il costo delle assicurazioni… i motivi per parcheggiare la macchina e montare in sella sono molti. 

All’interno di questo boom si inserisce la bicicletta a pignone fisso o “fixed gear”, quella dei messenger di New York e San Francisco per intendersi, o dei nerboruti “pistard” che vediamo sfrecciare nei velodromi. La differenza è appunto nel pignone, la ghiera dentata posteriore su cui si innesta la catena, che non è libera ma fissata alla ruota. Significa che se la ruota gira, gira anche il pedale e di conseguenza le gambe. Se la bici si muove insomma, ti muovi anche tu. Sembra inizialmente una mezza follia, ma dopo pochi minuti la sensazione di essere un tutt’uno con il mezzo è sensazionale. Un nuovo modo di andare in bicicletta. In realtà, un ritorno alle origini. Perché questa è la bici che pedalavano i tuoi nonni e bisnonni. Quella, per capirsi, dei primi e durissimi Tour de France di inizio novecento.

Inizialmente una nicchia, le fixed gear sono poi esplose come fenomeno di costume. Esteticamente belle perché essenziali (niente cavi, né cambi, né freni), nate per essere personalizzate in ogni loro componente, hanno strizzato l’occhio ai modaioli da subito. In seguito hanno catturato l’attenzione di chi queste biciclette vuole portarle al limite delle loro possibilità. Inventando quella che a tutti gli effetti è una nuova disciplina del ciclismo, i criterium a scatto fisso, la cui massima espressione è probabilmente il campionato internazionale Red Hook Criterium nato a New York. Immaginate una gara di motogp su biciclette e non sarete lontani dalla verità. Ex-professionisti su strada, ciclocrossisti, messenger allenatissimi… il panorama dei “riders” di questa tipologia di corse è variegato ma soprattutto alternativo a quello del ciclismo su strada, stranamente meno votato al sorriso e allo stare bene insieme. Qui si respira un’atmosfera familiare, per poi scendere in pista ed essere pronti a sbranare l’avversario, viaggiando su circuiti chiusi cittadini, in notturna, a medie che superano i 40 orari. Roba da spostamento d’aria se sei a bordo pista. E sono nate squadre, sono arrivati gli sponsor.

Tra i massimi interpreti c’è Paolo Bravini, atleta del Team CinelliChrome. Arrivato dal ciclocross, oggi viaggia per correre criterium dagli Stati Uniti all’Indonesia. «Bisogna essere molto tecnici ma soprattutto non avere paura di fare le curve, anche se la paura c’è sempre». Accanto a lui sua moglie, la fotografa Silvia Galliani che con le sue immagini sta raccontando questo spettacolare nuovo mondo. Partners in crime. Ce ne fossero di più…