Rubens & Luciano: gli artisti della scarpa

Nel cuore del Nord-Est, per la precisione a Stra, in provincia di Venezia, nel solco di quella tradizione che da sempre lega la Riviera del Brenta alla scarpa, in una meravigliosa villa veneta progettata da Giannatonio Selva, l’architetto della Fenice, dove il bianco dell’arredamento minimal e delle pareti ondulate della sala riunioni si sposano perfettamente con le architravi di legno del soffitto, si torva la sede creativa di due dei maggiori designer di calzature al mondo: Rubens Bressanin e Luciano Ferraresso.

Stilisti freelance, fondano nel 1989 prima la società, poi lo studio Rubensluciano. Un anno dopo, creano e vendono la prima collezione di successo, mentre sei anni dopo ricevono le prime committenze internazionali. Nel 2013, a causa dell’esponenziale incremento di impegni professionali, sono costretti a cambiare sede per la seconda volta e decidono di trasferirsi in un prestigiosa barchessa, nella quale li abbiamo incontrati. Oggi, dopo aver saputo sfruttare la crisi come occasione di miglioramento e di incremento del lavoro, progettano scarpe che vengono indossate da 35 milioni di persone all’anno.

Ragazzi, voi siete arrivati alle vette del mondo della moda. Quando avete capito che avevate svoltato e che stavate andando nella direzione giusta?

Rubens: È stata una cosa graduale. Siamo partiti davvero da zero. Il nostro primo ufficio era poco più che un garage. Abbiamo sempre lavorato sodo, con umiltà e impegno, anche venti ore al giorno, e piano piano siamo cresciuti, perché siamo convinti che, così come esiste il sogno americano, esiste anche il sogno italiano, il sogno del nord-est. La svolta è stata nel 2008, con la crisi. Scoppiata la bolla finanziaria, avevamo dieci dipendenti e un pacchetto clienti che ha cominciato a scricchiolare, tutti ci chiedevano di spendere meno, la situazione si era fatta difficile. A quel punto ci siamo guardati negli occhi e ci siamo chiesti: «Che si fa?» e come nel gioco lascia o raddoppia abbiamo deciso di raddoppiare, investendo tutto quello che era stato accantonato negli anni precedenti, rilanciando, e questo ci ha premiato. Inoltre ci siamo adoperati per fornire tutta una serie di servizi in più, puntando sull’immagine e sull’acquisto di questo immobile che è la nostra sede operativa da quasi 3 anni. Questo ci ha premiato. La crisi è stata un’opportunità: molti competitors stavano tirando il freno mentre noi abbiamo spinto sull’acceleratore.

Luciano: Lì c’è stato il salto di qualità perché abbiamo cominciato ad avere più visione a livello internazionale, iniziando a seguire molto di più il mercato americano, che è stato per noi il vero trampolino di lancio. Da dieci dipendenti siamo passati a trentacinque, da un ufficio di 400mq a questo immobile prestigioso in cui ci troviamo ora. Qui abbiamo cercato di rendere le cose diverse, abbiamo contribuito in prima persona all’interior design, per creare un ambiente di lavoro stimolante e che non stanchi, con linee morbide e arrotondate. La scelta del bianco deriva da questo.

Come si arriva a calzare piedi famosi come quelli, ad esempio, di Julia Roberts?
R: Avendo un pacchetto clienti variegato e seguendo i mercati internazionali, alla fine sono le celebrities che vengono a scegliere i modelli delle collezioni che noi disegniamo.

L: Oppure ci sono cose programmate. Adesso, ad esempio, stiamo lanciando la nuova collezione per Kendall e Kylie Jenner, due sorelle della famiglia Kardashian molto seguite sui social, i numeri parlano di 35 milioni di follower. Con loro stiamo seguendo un progetto programmato, con eventi pilotati, presentazioni e loro che postano la foto delle scarpe da noi ideate.

Quand’è la prima volta che vi siete sentiti fieri del vostro lavoro?
L: Quando abbiamo iniziato a disegnare per Versace e abbiamo iniziato a frequentare i backstage delle sfilate.

R: Vedere Donatella nel backstage ci ha fatto capire che stavamo facendo cose importanti.

Ricevete direttive molto rigide da certi clienti?
R: Noi disegniamo per circa 37 marchi. Ci sono marchi che sono molto stretti nelle direttive e mettono paletti, altri che in base al loro dna ci lasciano fare ricerche e proporre quella che dovrebbe essere la collezione. Si parla di brand internazionali, molto strutturati, tutti o quasi con un loro ufficio stile.

L: Però se vengono da noi è perché si vogliono appoggiare a livello di progettazione al nostro studio e seguire insieme lo sviluppo del progetto. Altri invece si affidano completamente a noi.

Utilizzate i social?

R: Noi siamo dei freelance, dei “ghost designer”, nel senso che non appariamo quasi mai in prima linea. Noi disegniamo collezioni vari marchi importanti ma siamo dietro le quinte.

L: Quindi siamo attivi, nel senso che abbiamo una pagina Facebook ed Instagram, ma sviluppiamo personalmente le nostre pubbliche relazioni.

Perché le aziende non vogliono far sapere che dietro le quinte ci siete voi?
R: Ci sono due motivi. Nell’ottanta per cento dei casi il motivo è che le aziende hanno uno stilista di facciata e il marchio deve ruotare sempre attorno a una figura che non può non essere quel determinato stilista.

L: E a noi, che non abbiamo queste ambizioni di apparire, va benissimo. In altri casi, con aziende più commerciali, con collezioni da milioni di paia, subentrano altri tipi di interesse, o la paura del cliente che il competitor possa arrivare alla fonte del suo design.

Nonostante l’Italia sia la patria del lusso e dello stile, guardiamo spesso fuori, sapendo che quel capo arriverà solo il prossimo anno. Perché questa soggezione?
R: È un discorso complesso. Il mercato italiano sta cambiando, basta osservare quanti indipendent store hanno chiuso nel nord in questi ultimi anni e si ha già una risposta. È diventato sempre più un mass market, e tante volte è più facile trovare prodotti italiani a New York piuttosto che a Padova, perché il piccolo negoziante non ce la fa. È un circolo vizioso da cui avremo difficoltà ad uscire.

L: Siamo anche molto conservatori, il nostro gusto innato ci impone una sobrietà un po’ da pecoroni, i ragazzi di oggi si vogliono tutti assomigliare.

Che ruoli avete nell’azienda?

R: Il mio ruolo è sempre stato legato alle pubbliche relazioni, al cercare contatti con nuovi possibili clienti, perché ho molta facilità con le lingue, il che mi ha portato a viaggiare. Luciano è la mia metà quando sono all’estero e si preoccupa di far girare l’ufficio a pieno regime.

L: Rubens disegna determinate collezioni, io altre. Io mi occupo più della parte amministrativa, Rubens di incrementare le nostre partnership commerciali, coltivando le nostre pubbliche relazioni. Ma non ci sono stati ruoli definiti, abbiamo ancora la mentalità di quando eravamo una s.n.c.: eravamo soli, e ci occupavamo di tutto.

Perché avete scelto di restare e di investire in un territorio difficile?

R: Siamo molto legati alle nostre radici e alle nostre tradizioni. Noi siamo dei designer e l’eccellenza del design è in Italia, l’ombelico del mondo delle calzature è la Riviera del Brenta: tutti i brand più importanti vengono sviluppati in questo distretto.

L: Io sono per la globalizzazione perché non avrebbe senso pensarla in maniera diversa. Dobbiamo considerare i diversi aspetti del mercato. Quello dei prodotti made in Italy, per quanto li ami, è solo una nicchia di mercato che non ci permetterebbe di sopravvivere.

A proposito di globalizzazione, i russi rappresentano la nuova tipologia di ricco. Qual è la vostra esperienza con questo tipo di clienti?

R: Noi non siamo mai riusciti ad allacciare rapporti con il mercato russo, anche se siamo aperti a tutti i mercati che ci possono dare la possibilità di crescere. L: La nostra clientela è nel mercato europeo e americano, ma da un po’ abbiamo iniziato col mercato cinese.

Molte aziende legate al lusso delocalizzano la produzione in paesi dove il costo del lavoro è minore. Voi che avete deciso di rimanere nonostante le difficoltà che si incontrano da noi, che opinione avete su queste aziende?

L+R: Certe scelte strategiche di brand importanti sono purtroppo legate alla difficile competitività dettata da un alto costo del lavoro e dall’altissima pressione fiscale. Questo effetto di delocalizzazione però non ci vede coinvolti direttamente, in quanto è una strategia che i brand attuano soprattutto a livello produttivo, e non di progettazione e ricerca.

È la strada che detta la moda o viceversa?

R: È la strada che detta la linea. Poi ci deve essere la sensibilità di capire cosa ci sarà per strada da qui a dodici mesi.

L: Se ad esempio ricevi informazioni da un cliente su un articolo che sta vendendo molto bene, sai che dovrai cercare di fare una reinterpretazione di quell’articolo.

Chi sono i vostri modelli ispiratori, nel cinema, nella moda o nella musica?

R: il mio mito è Richard Gere in American Gigolò come icona di stile, mentre i Rolling Stones rispecchiano la mia anima rock.

L: A livello musicale potrei spaziare dai Beatles ai Queen, dai ‘70 ai ‘90 siamo andati forte.

Che piedi vorreste calzare?

L+R: Avremmo voluto poter calzare i piedi di Marilyn Monroe, ma sfortunatamente siamo in ritardo di un paio di generazioni ! Perciò, lasciando un po’ da parte il cuore, il nostro desiderio sarebbe quello di sapere che sempre più persone nel mondo stanno calzando le nostre idee. Questa sarebbe per noi la maggior soddisfazione a livello professionale.

Chi di voi due è più saggio?

R: Lui è più saggio e riflessivo e mediatore, io sono impulsivo e irriverente.

L: Ci compensiamo. Non saremmo soci da 26 anni!