Roberto Giachetti: la politica come passione e dedizione

Intervista rilasciata il 27  febbraio 2015

Cinquantaquattro anni, romano, con una storia politica nata in quel fertile vivaio che fu il Partito Radicale, Roberto Giachetti è oggi il Vicepresidente della Camera dei Deputati e forse uno degli interpreti più vivaci e veementi del new deal renziano. Dopo gli anni impegnati nell’amministrazione Rutelli, diviene deputato nel 2001 con La Margherita fino a confluire poi nel Partito Democratico, all’interno del quale per anni è stato un liberal di minoranza con accenti frequentemente critici, soprattutto durante la segreteria Bersani. Considerato più renziano di Renzi, siamo riusciti a fare con lui un bilancio della prima fase di “governo Leopolda” e a sfogliare assieme l’agenda delle riforme prima che entrasse in silenzio stampa per stemperare l’accesa polemica che lo contrappone alla sinistra dem.

Il governo Renzi ha superato la boa del primo anno: molti annunci, un importante piano di riforme messe in cantiere, consenso elettorale senza precedenti, strategia vincente per l’elezione del Presidente della Repubblica. Ma anche una spending review accantonata, una tassazione che non diminuisce, i rapporti difficili con la minoranza Pd e la rottura del discusso Patto del Nazareno. E in Europa i nostri conti pubblici sono sempre nel mirino… Cosa ha funzionato e cosa no a suo dire di questa prima fase? Ci faccia il suo bilancio.

Credo che ci siano due cose: una assolutamente normale e una che, per lo stato del nostro Paese, possiamo tranquillamente definire straordinaria, nel vero senso della parola. Quella normale è che in un anno di Governo ci siano cose fatte, cose annunciate e messe soltanto in cantiere, progetti avviati, altri soltanto pensati. Che ci siano cose che piacciono e cose che non piacciono. La cosa straordinaria è che in un solo anno il Governo, nonostante le opposizioni interne ed esterne alla maggioranza parlamentare che tutti conosciamo, sia riuscito ad intervenire in maniera incisiva su nodi che la politica non riusciva ad affrontare da troppo tempo, in alcuni casi da decenni: mi riferisco alla responsabilità civile dei magistrati (fermi al referendum del 1987), al superamento del bicameralismo perfetto (di cui si parlava dall’entrata in vigore della Costituzione, più o meno), alla legge elettorale, al contratto unico a tutele crescenti. Sul merito di questi interventi si può essere d’accordo o dissentire, ovviamente. Quello che credo sia incontestabile, però, è che in un solo anno il Governo Renzi ha smosso acque che da troppo tempo – e colpevolmente – si tenevano ferme.

Una domanda che mi preme farle è sulla legge elettorale, giacché lei era favorevole a un ripristino del Mattarellum in caso di elezioni anticipate: l’Italicum, così come sta evolvendo (o involvendo) nelle Camere, è veramente la miglior legge elettorale possibile? Il doppio turno di lista inoltre sembra costituire un sistema Pd-centrico, senza competitori possibili: addio democrazia dell’alternanza?

Come ho già ripetuto in altre occasioni, l’attuale Italicum non è la legge migliore possibile. Anche la riforma costituzionale non è quella che avrei desiderato, in quanto personalmente auspicavo l’abolizione tout court del Senato. A mio avviso la formula originaria dell’Italicum che prevedeva un simbolo con tre nomi sulla scheda, liste corte con tre candidati ben riconoscibili dagli elettori, sarebbe stata la soluzione migliore. L’attuale Italicum è il risultato di un compromesso conseguente dalle svariate e spesso contraddittorie richieste di modifica provenienti dalla minoranza (si pensi all’introduzione dell’abbassamento della soglia di sbarramento al 3%, all’innalzamento del premio di maggioranza al 40% e all’introduzione delle preferenze) e dall’opposizione. Detto ciò, la riforma elettorale e la riforma costituzionale rappresentano una concreta risposta alle attese degli elettori dopo anni di Porcellum e di inerzia sul tema riforme nel nostro Paese.

Sulla giustizia è stato raggiunto un primo risultato attraverso la definizione della responsabilità civile della magistratura. Da ex radicale immagino che per lei sarà stata una soddisfazione particolare, forse una piccola vittoria da dedicare alla memoria di Enzo Tortora. A una lettura più attenta potremmo dire che aumenta la responsabilità dello Stato, non particolarmente quella del magistrato, il cui perimetro di responsabilità resta inferiore a quelli di altri funzionari pubblici. Cosa ne pensa?

La legge sulla responsabilità civile dei magistrati rappresenta senza dubbio un passo in avanti dopo anni di battaglie per vedere riconosciuto un principio basilare della nostra comunità ovvero quello secondo cui chi sbaglia deve rispondere del proprio operato. Personalmente avrei voluto una legge sulla responsabilità delle toghe ancora più stringente di quella che è stata poi approvata. Come giustamente lei sottolinea, le modifiche alla legge Vassalli hanno mantenuto il principio della responsabilità indiretta del magistrato e collegato l’azione di rivalsa statuale unicamente a condotte soggettivamente qualificate in termini di dolo o negligenza inescusabile. Ma almeno, dopo anni di silenzio dal referendum del 1997 sono state apportate delle modifiche alla legge Vassalli.

Il Jobs Act, come tutte le riforme del lavoro, è terreno di scontro ideologico e politico piuttosto aspro. Semplifica sicuramente la giungla contrattuale degli ultimi decenni ma non colma il dualismo di fondo, le ipergaranzie di chi già lavora rispetto a chi sta cercando di entrare nel mercato del lavoro. Il sistema di incentivazione previsto per il solo 2015 renderà più conveniente la stipula del contratto a tempo indeterminato piuttosto che determinato. Di fatto però il cospicuo incentivo consentirà successivamente al datore di lavoro di finanziare il licenziamento per ingiustificato motivo. Rischiamo di essere in presenza di un “trucco contabile” con cui il governo possa millantare successi a brevissimo termine. Inoltre l’abolizione dei co.co.pro. più che portare ad assunzioni stabili potrebbe creare nuove partite Iva, le cui condizioni non sono migliorate attraverso gli ultimi provvedimenti (aumento tassazione e diminuzione del regime dei minimi). Ci dà una sua interpretazione?

Parliamo innanzitutto di dati e non di interpretazioni. Il Jobs Act rappresenta un segnale positivo per le aziende e il mercato. Non lo dico io, ma l’Ocse e la Commissione Europea che hanno appoggiato il Jobs Act in quanto «può essere il vero motore di cambiamento» per l’Italia, nonché la Confindustria che ha previsto non solo una ripresa per l’economia italiana durante tutto il corso del 2015 ma anche una progressiva riduzione del tasso di disoccupazione nel 2016. Un riconoscimento positivo a questa riforma sul lavoro è stato espresso anche da Marchionne il quale ha dichiarato che il Jobs Act va sostenuto perché con esso finalmente l’Italia non è più un’anomalia nel panorama internazionale. Il Jobs Act non toglie tutele a chi già ne ha, ma consente ampie facilitazioni all’assunzione di coloro che sono alla ricerca di lavoro.

La legge annuale sulla concorrenza sembra scalfire alcune rendite di posizione, Poste e notai in primis, ma la maggioranza è stata ancora una volta debole con tassisti e farmacie. La sensazione è che ci sia ancora molto da fare, soprattutto sul fronte delle professioni. Da giornalista professionista, cosa pensa della regolamentazione della professione anche alla luce delle novità introdotte dalla rivoluzione digitale?

La crisi ha messo a dura prova tutte le professioni, compresa quella dei giornalisti, ma credo che la rivoluzione digitale possa diventare un’occasione per favorire lo sviluppo occupazionale. Bisogna sfruttare le infinite potenzialità dei nuovi strumenti della comunicazione e della rete, diffondendo la cultura della qualità dell’informazione, condizione essenziale per creare occupazione nel settore giornalistico.

Tra i provvedimenti nel mirino all’interno de “La buona scuola” c’è il bonus fiscale da 400 miliardi per le scuole private. Viste le cifre, però, pare un sostegno mascherato agli istituti in difficoltà economiche. Superare i diplomifici e rendere accessibile a tutti la scuola privata richiede altre risorse. Vedremo mai una posizione del PD a favore della libera competizione tra istituti statali e privati per garantire un’istruzione di qualità?

Le iniziative del Governo Renzi sono a favore di una libera competizione tra istituti statali e privati. È stato previsto un bonus per le scuole private e al contempo sono previsti numerosi interventi anche per la scuola pubblica come ad esempio la riduzione dei precari, un piano di assunzione per 150 mila docenti, dei piani di coinvestimento per portare a tutte le scuole la banda larga veloce e il wifi, nonché la stabilizzazione del Fondo per il Miglioramento dell’Offerta Formativa (Mof), degli incentivi fiscali per attrarre risorse private, nonché maggiori semplificazioni burocratiche. I provvedimenti per le scuole pubbliche e private possono e devono differenziarsi in quanto rispondono ad esigenze diverse ma sono tutti finalizzati al sostegno e all’implementazione per una istruzione di qualità da garantire a tutti gli studenti del nostro Paese.

L’Italia resta uno dei fanalini di coda all’interno dell’Unione Europea su temi etici e diritti civili. L’agenda di governo non ha ancora messo in cantiere la questione delle civil partnership e del riconoscimento delle coppie omosessuali, così come il fine vita e il testamento biologico, in cui i sei anni dal caso Englaro sembrano trascorsi invano. È credibile che in Parlamento si possa trovare una maggioranza su questi temi che porti, entro la legislatura, all’approvazione di leggi al riguardo?

Si tratta di questioni molto delicate che non trovano il consenso immediato di tutti ma sono temi entrati fin da subito nell’agenda di Governo. Matteo Renzi ha riaffermato l’impegno del Governo con gli italiani sul punto, e infatti la legge sulle unioni civili è già in discussione in Parlamento. Ribadisco però la mia posizione circa l’ipotesi del Governo di una legge sulle unioni civili riservata alle sole coppie gay. Io sono a favore del matrimonio per tutti, etero e gay. Se facciamo le unioni civili, idem, penso debbano valere per tutti. Sarebbe assurdo che per eliminare una discriminazione se ne compisse un’altra. Culturalmente difendo anche la scelta di chi decide di non sposarsi e quindi combatterò perché ci si occupi anche dei diritti degli eterosessuali che non vogliono sposarsi. Ad ogni modo, spero che questi temi, che verranno discussi in Parlamento, non siano l’occasione all’interno del Pd per aprire qualche altra polemica o per fermare l’azione riformatrice del Governo. In una maggioranza si discute e ci si confronta e quando si decide, chi fa parte del partito, deve partecipare in modo leale e rispettare le decisioni prese, altrimenti la tenuta del partito viene meno.

Alla sinistra del PD, dove si muovono oggi partitini post-comunisti, ambientalisti radicali, grandi sindacati, qualche intellettuale e un manipolo di ex magistrati giustizialisti, l’insofferenza verso la leadership di Renzi sembra farsi sempre più accentuata, incoraggiata dal successo di movimenti come Syriza in Grecia e Podemos in Spagna, nati in discontinuità rispetto ai partiti storicamente di riferimento della sinistra. Nei confronti della nascita di una nuova cosa rossa la sinistra dem sembra avere un atteggiamento ambivalente: qualcuno crede alla prospettiva politica di uno strappo, qualcuno sembra solo utilizzare lo spauracchio di una scissione per un conflitto correntizio interno. Lei crede alla possibilità di uno strappo e all’esistenza di uno spazio politico alla sinistra del Pd? In quel caso si aprirebbe realmente per il Pd un futuro “centrista” e stabilmente governativo, favorito dalla formula dell’Italicum, che metterebbe in discussione le sue radici socialiste e social-democratiche?

Guardi, io sono convinto che far parte di un gruppo dirigente che non ha saputo sfruttare le occasioni che ha avuto in passato cambiando, riformando, innovando, ma al contrario, contribuendo in parte al declino che attraversa l’Italia, piuttosto che mettersi di traverso, debba mettersi a disposizione del partito per realizzare il coraggioso disegno politico di chi oggi tenta di risollevare il Paese. L’Italia non ha bisogno di altri strappi e guerre nella politica ma di un Governo stabile, compatto e unito. Io nel Pd sono stato praticamente sempre in minoranza, ho fatto tante battaglie interne sulla legge elettorale, sulla giustizia, sul finanziamento pubblico, ma poi ho sempre rispettato le scelte della maggioranza condividendo spesso la responsabilità di decisioni che avevo contrastato. Le opinioni personali su un tema debbono indietreggiare quando si tratta di trovare una sintesi per il bene comune del Paese. La politica è una cosa seria. Non si può essere sempre contro al partito di appartenenza; coerenza e serietà nella politica pretendono chiarezza su finalità comuni e condotte consequenziarie altrimenti è meglio cambiare strada o andare al voto.

Foto: Riproduzione riservata – Ufficio Stampa On. Roberto Giachetti