Retrouver Trieste, le citt

Tra i protagonisti della manifestazione “Retrouver Trieste” (Museo Revoltella di Trieste, dal 29 novembre 2012 al 24 febbraio 2013), c’è anche Armin Linke, classe 1966, fotografo e artista di formazione multiculturale che oggi si divide tra Milano, dove è nato, Berlino e le altre città del mondo che visita per lavoro. Come fotografo e film maker Linke documenta i fenomeni della globalizzazione e dei suoi effetti sociali e politici. Tra le sue mostre principali figurano Architecture Invisible, Centre Culturel Suisse, Paris (2005), Trans.it, National Museum of Contemporary Art, Bucarest (2006), Armin Linke, Klosterfelde, Berlin, Flash Cube, Leeum-Samsung Museum of Art, Seul (2007) e Concrete and Samples, Museum für Gegenwartkunst, Siegen.

Ha partecipato a numerose rassegne internazionali quali la 50a Biennale di Venezia (2003), la 25a Bienal de São Paulo (2002), 1a Bienal de Valencia (2001). Ha esposto inoltre all’Accademia Americana, Roma (2003) e al Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, Roma (2003).

La sua installazione multimediale sul paesaggio alpino contemporaneo è stata premiata alla 9° Biennale di Architettura di Venezia e all’Architecture Film Festival di Graz.Attualmente è guest professor presso la Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe e nel Corso di Progettazione e Produzione delle Art Visive (CLASAV) dello IUAV di Venezia ed è ricercatore affiliato all’MIT Visual Program di Cambridge, Massachussets.

Impegnato a Trieste per una serie di sopralluoghi insieme a Piero Ongaro, coordinatore dell’evento “Piazza dell’Architettura”, Armin Linke ha raccontato a Genius del suo progetto sul tema della ‘città invisibile’, ovvero un’indagine su quei luoghi della città rimasti molto spesso nascosti, inaccessibili, ‘invisibili’ appunto.

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Com’è nata l’idea di questo lavoro sulle ‘città invisibili’?

L’idea è arrivata discutendo con gli altri fotografi della mostra, tutte persone che conosco e stimo. Ciò che mi interessava era soprattutto raccontare qualcosa della città provando a ‘coprire’ in qualche modo un campo che magari gli altri non hanno coperto: e io ho il vantaggio di arrivare per ultimo, o lo svantaggio di arrivare in ritardo, dipende dai punti di vista! L’idea è anche un omaggio alle ‘città invisibili’ di Bruno Latour, un sociologo francese che lavora tra filosofia e scienze politiche, ed al suo libro dove racconta la città attraverso le infrastrutture invisibili: cioè osservando le telecamere che controllano i sistemi in autostrada, le infrastrutture che distribuiscono la corrente elettrica o il gas, la metropolitana che viene monitorata in continuazione. Nel suo libro Latour ha cercato di raccontare la complessità di questa struttura urbanistica che non è fisica, è una struttura di servizi, e mentre parlavo con gli specialisti ed esperti locali mi sembrava che, nonostante io avessi visto Trieste soltanto una volta, fosse la città adatta per sviluppare quest’idea.

Quello che mi interessa è che in questa mostra non sono solo io come artista che decido cos’è interessante, ma è con l’aiuto ed attraverso il dialogo con le istituzioni e con altri esperti locali che riesco ad ‘entrare’ e vedere una parte della città, a cui altrimenti non avrei avuto accesso.

Fra le istituzioni scientifiche di Trieste -interviene Piero Ongaro, -abbiamo individuato la SISSA e l’ITCP International Centre for Theoretical Physics, come aziende private invece abbiamo visitato la Siot e la Illy; inoltre siamo andati all’Autamarocchi e alla Samer & Co. Shipping che si occupa di logistica navale, e abbiamo avuto anche l’accesso alle aree portuali nel caso della Samer e dei terminali petroliferi per la Siot. Per esempio, nel caso della Illy, – prosegue Linke- la mia idea si concentrava sull’aspetto di ‘laboratorio’ dove selezionano il prodotto iniziale, quindi mi interessava cogliere all’interno della fase di produzione il momento che è di ricerca o comunque dove c’è un processo che crea poi il surplus del prodotto e della qualità. In questo momento stiamo cercando di capire quanto e che cosa esattamente si può far vedere del loro lavoro, quindi tutto avvieneattraverso il dialogo con le varie realtà coinvolte.

L’architettura e le grandi infrastrutture ritornano spesso al centro dei tuoi lavori, da cosa è partito questo tuo interesse?

Se c’è un filo conduttore che congiunge le varie tappe del mio lavoro, questo è lo spazio; oppure, per meglio dire, il modo in cui lo spazio viene utilizzato dall’uomo, quindi non l’architettura in senso classico ma intesa in senso antropologico. Mi sono iscritto all’università ad architettura, ma poi ho abbandonato gli studi per utilizzare la fotografia come un mezzo di ricerca perché mi permetteva di accedere e poter guardare ai luoghi in un altro modo.

Quest’anno alla Biennale di Architettura di Venezia ho ben tre installazioni in collaborazione con Kuehn Malvezzi, un gruppo tedesco di architetti che hanno creato uno spazio all’entrata dell’ex Padiglione Italia. Ho collaborato con Inez Weizman che è un’architetta anglo-tedesca per il progetto Adolf Loos House, la sua idea era di riprodurre la famosa casa di Josephine Baker progettata da Adolf Loos, e quindi il nostro lavoro ruotava intorno a delle domande molto specifiche, ad esempio: esiste un copyright della casa? Quali sono i meccanismi di autorialità legati all’architettura? E poi ancora nel 2005 ho presentato alla Biennale “Alpi” un’installazione multimediale sul paesaggio alpino contemporaneo…quindi architettura sì, ma in senso molto allargato, intesa come spazio vivibile, come messinscena.

Alpi”è anche il titolo del tuo film che è stato recentemente premiato al Detour Film Festival, di che cosa si tratta?

Si tratta di un progetto nato sette anni fa insieme a Piero Zanini, che è un antropologo-architetto, e Renato Rinaldi, musicista di Udine che si è specializzato sul soundscape, ovvero il paesaggio sonoro. Insieme abbiamo raccolto alcune immagini di luoghi ‘inconsueti’, che in qualche modo non si limitassero a proporre il cliché classico che abbiamo del paesaggio alpino. Il film inizia con la scena di una troupe di Bollywood che usa il paesaggio alpino phen375 customer reviews real phen375 reviews set per un proprio film, perciò un esotismo all’incontrario. Il progetto nasce da una scommessa con Piero durante un periodo in cui viaggiavo continuamente per fotografare grandi infrastrutture, dalle dighe in Cina al Maha Kumbh Mela, il più grande raduno religioso al mondo che ogni dodici anni crea in India una città ‘temporanea’ di venti milioni di persone. Piero mi diceva che queste trasformazioni avvengono anche a sessanta chilometri da Milano, dove abitavo fino a quattro anni fa, e che, senza andare tanto lontano, sarebbe stato interessante per me osservare le cose che mi erano geograficamente più vicine.

Lo stesso discorso vale anche per il mio lavoro a Trieste, spero che dalle foto si possa capire che Trieste è una specie di nodo, un luogo di scambio incredibile, dove in continuazione know how scientifico oppure il petrolio oppure il caffè o qualsiasi altro tipo di merce viene smistato.

Hai detto più volte che “non è tanto la fotografia a cambiare nel tempo; ciò che cambia continuamente è il contesto in cui viene proposta, e i suoi strumenti di diffusione, dalla rete al digitale”. In che modo questo si riflette sul tuo lavoro?

Posso farti l’esempio della mostra triestina, di solito lavoro in pellicola in modo molto preciso, con la macchina a medio formato. Questa volta, insieme agli architetti che cureranno l’allestimento, abbiamo deciso di lavorare in digitale e soprattutto di attivare lo spazio del Museo Revoltella come un vero e proprio ‘percorso visivo’. Mi piace ricordare che il Revoltella è frutto del progetto di Carlo Scarpa, uno dei grandi maestri dell’architettura non solo italiani ma per me mondiali.

L’idea è quella di installare le fotografie in modo sculturale su dei pannelli, utilizzando anche il retro dei pannelli: in questo modo il visitatore vedrà non soltanto la sala, ma, attraverso un dispositivo che studieremo insieme, dovrebbe poter vedere anche il retro. In questo modo è il museo stesso che viene messo in mostra, non solo attraverso la fotografia, ma attraverso il modo in cui le esponi.

Tutto questo per dire che la fotografia mentre una volta era un mezzo elitario, oggi è a disposizione di tutti come mezzo produttivo, è diventata un mezzo che ciascuno ha all’interno del suo cellulare, ed anche acquistare una macchina fotografica di ottima qualità oggi non è più impossibile.

C’è una democratizzazione dell’utilizzo della fotografia e questo ‘libera’ la fotografia dal suo utilizzo meramente meccanico-riproduttivo che permette di farne altri utilizzi, anche più concettuali.

E’ un discorso complesso, con molte implicazioni a livello politico e sociale: chi comanda l’informazione dà forma al nostro mondo e perciò solo avendo coscienza di come sono questi meccanismi possiamo tentare di portare il controllo nella direzione che riteniamo necessaria, e più giusta anche in senso etico.

Da qualche anno hai scelto di vivere a Berlino, la mecca europea della fotografia, che cosa ci puoi raccontare di quest’esperienza?

Berlino è un luogo dove puoi scambiare informazioni, opinioni, fare tanti incontri. E’ una città stratificata che ha avuto tante trasformazioni storiche nell’ultimo secolo, oggi è meta di tanti artisti da tutto il mondo ed anche di giovani ricercatori che si sono ritrovati lì forse grazie ai suoi affitti bassi (almeno una volta erano così), ed in questo modo si è creata una comunità fertile con cui puoi scambiare continuamente idee. Il mio studio è davanti alla sede della “Bild”, il quotidiano populista, dove accadono continuamente eventi che fotografo dalla finestra… (sorride, ndr).

Chiaramente a Berlino esistono anche delle strutture d’eccellenza come istituzioni e musei, che però sono presenti anche in città della Germania che non ti aspetti. Io insegno a Karlsruhe, che è nel sud, ed è un’università legata al museo ZKM-Zentrum für Kunst und Medientechnologie. Questo connubio tra un’istituzione di insegnamento e ricerca e una realtà espositiva è molto fertile perché ti permette di sviluppare dei progetti. Qualche anno fa insieme a Wilfried Kuehn, un architetto che insegna curatorial design, abbiamo lavorato su Carlo Mollino che era sia architetto che fotografo: oggi i suoi oggetti di design vengono battuti da Christie’s per cifre assurde, penso ad esempio ad un tavolo che ha raggiunto i due milioni di euro, mentre quando vai a vedere le sue architetture sono derelitte e dimenticate, anche perché a differenza degli oggetti non può esistere un mercato per l’architettura.

Con gli studenti abbiamo pensato di lavorare proprio su questo aspetto, quindi abbiamo visitato i vari luoghi architettonici di Mollino, finché Chris Dercon, l’attuale direttore della Tate Gallery, ci ha invitato a fare una mostra su questo alla Haus der Kunst, uno dei musei più importanti in Germania. E’ stata un’esperienza molto bella, proprio perché è partita da una ricerca con gli studenti che poi ha cominciato ad interessare anche altre persone.

Per te che vieni da fuori, – conclude Francesco La Bella, responsabile di Genius, -quale immagine ti sei fatto di Trieste? Quale energia hai percepito qui? Secondo te Trieste potrebbe in futuro accogliere una Biennale?

Non sono stato qui molto a lungo perciò qualsiasi cosa dica è sicuramente superficiale. Allo stesso tempo ho dato agli altri il compito di attivare un network e penso che abbiano fatto un’operazione abbastanza sofisticata per riuscire a trovare i luoghi giusti. Forse quello che mi sembra è che qui c’è una qualità di understatement che in questo momento mi sembra molto importante perché in Italia mi pare avvenga spesso il contrario.

Per quanto riguarda la Biennale non penso che sia la città a creare questi momenti, penso che ci debba essere piuttosto un gruppo ‘catalizzatore’ di persone che lavorano insieme per realizzare un progetto. Già la mostra “Retrouver Trieste”, nel suo piccolo mi sembra un’idea molto bella perché realizzata da un network di persone davvero interessanti.

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info: sito web “Piazza dell’Architettura”. 

foto (flb)