Quixote’s megamix 1615-2015

Disoccupato lettore, puoi ben credermi senza tanti giuramenti se ti dico che vorrei che quest’articolo fosse il più bello, il più brillante, il più geniale che si possa immaginare. Ma non ho potuto sfuggire alle leggi della natura, e in natura ogni cosa ne produce un’altra simile a sé. Se non uguale. Tanto più ciò ha senso, se ci si accinge a parlare di una delle opere più celebri, studiate e discusse al mondo, e che ha già provveduto a sconvolgere, e continua a influenzare, la letteratura di ogni tempo e paese. Tuttavia l’occasione è nuovamente lieta per parlare con l’appropriatezza e l’inevitabile superficialità che si hanno quando si vuol far informazione (diverso è quando si vuol far cultura) di tutto ciò che in questi quattro secoli è stato prodotto dopo. Perché, dopo la sbronza di dieci anni fa per l’anniversario dei 400 anni dalla pubblicazione del primo volume, si presenta ora un’altra occasione per organizzare percorsi culturali e gastronomici in terra mancega o coniare monete commemorative per celebrare l’immortal figura del cavaliere errante più famoso di tutti i tempi, ovviamente, l’ingegnoso hidalgo Don Quixotte de la Mancha. Qui di seguito, un breve ripasso delle vicende editoriali per capire da dove voglio partire.

Nel 1605 esce il primo volume della storia, che forse sarebbe stato anche l’unico, non fosse che un certo de Avellaneda, professione ciarlatano, nel 1614 pubblica un secondo capitolo apocrifo del Chisciotte che manda su tutte le furie il vecchio Miguel e lo spinge a scrivere in tempo record un secondo capitolo che smascherasse il rubastorie. Giustizia signor governatore! Giustizia! Se non la trovo in terra la andrò a cercare in cielo. Così, nel 1615 esce la seconda parte del Quixote, quella autentica, e qui arriviamo a noi, ottanta lustri più tardi.

Inutile come pestar l’acqua nel mortaio sarebbe star qui a raccontarti, o lettore carissimo, di come la letteratura successiva sia piena di riferimenti o si sia avventurata in tentativi più o meno riusciti di imitazione chisciottesca. Inutile star qui a dibattere se sia Cervantes o Defoe il padre del romanzo moderno, o su altri ameni argomenti. Inutile parlarti ancora delle opere di pittura aventi come protagonisti il forte braccio del Cavaliere dalla triste figura e il suo fido scudiero, mi ritratti pure chi vuole purché non mi maltratti!, da Doré a Picasso, per arrivare, e qui sì che merita citarlo, al fumettista pisano Gipi. Forse ti saranno meno note le trasposizioni in musica, come quella di Richard Strauss o quella più attuale di Guccini, autore, più che di una canzone, di un vero e proprio studio filosofico sul rapporto tra realismo e idealismo. Forse infine sentirai parlare per la prima volta, passando al cinema, del tentativo del visionario Terry Gilliam e del suo incompiuto The man who killed Don Quijote, che non può non ricordare l’insuccesso del collega Orson Welles, alle prese con lo stesso complicatissimo progetto. Ti segnalo a tal proposito un toccante documentario del 2002, Lost in La Mancha, che tratta appunto del colossale naufragio che ha coinvolto personaggi come Jean Rochefort, Johnny Depp o la nostra costumista Gabriella Pescucci.

Ma cerco di venire al dunque, ché un discorso lungo non può mai dar piacere. Quella del 1615, che festeggiamo in quest’occasione, è una seconda parte straordinaria, e lo è per diversi motivi, anche se uno primeggia sugli altri. Cervantes, testa che parli, testa che rispondi, meravigliosa testa!, non solo immagina che anche Don Quixote e Sancho abbiano letto il primo volume (quello del ’05), ma che nel mezzo della storia raccontata nel secondo (quello del ’15) si trovino spesso e mal volentieri a confrontarsi con personaggi che leggono o hanno letto la seconda parte apocrifa dell’impostor de Tordesillas, costringendoli perciò, non fosse già bastata la follia del Quixote che vedeva giganti dove c’erano mulini e castelli in luogo di osterie, ad un confronto continuo tra illusione e realtà, ad un toccarsi e darsi pizzicotti per sapersi vivi, reali.

Come è stato notato da molti negli anni, e più recentemente dal filologo Corrado Bologna, “questo libro si presenta come una meravigliosa biblioteca nella biblioteca, di gioco del libro nel libro, e questo è uno degli aspetti della sua grande modernità”. Che è appunto questo procedimento che intreccia piani reali e immaginari e porta a una conseguente complicazione surrealista, quando la trama, invece, sarebbe tutto sommato abbastanza semplice (divertente Francesco D’Isa, autore delle Recensioni brevissime di libri difficili, a riassumere il Quixote in una frase sola: “Un tizio legge troppi libri di cavalleria e si crede un cavaliere”). Un procedimento, dicevamo, che contribuisce a creare un’idea di smarrimento nel lettore poiché – e questo è Borges – “in fin dei conti se i personaggi di una finzione possono leggere il libro in cui essi esistono, allora anche noi possiamo essere finti, fittizi, essere noi stessi personaggi di un grande libro, quel grande libro che è la storia nella quale noi stessi siamo iscritti”. Lettore che allora viene coinvolto quasi violentemente, in prima persona dalla storia e dal suo autore. Di qui, lo straniamento che deve aver colpito Gilliam, allucinato fino a diventare colpevole di vedere, come il protagonista che voleva rappresentare, una realtà che altri non erano in grado di vedere (e gli sponsor di finanziare).

E deve aver preso appunti, abisso che invoca l’abisso, anche Enric Marco, ultimo imitatore del Quijote, o almeno così è stato descritto da Premi Nobel come Vargas Llosa, il quale, per l’eccellente interpretazione di finto deportato nei campi nazisti durata ben trent’anni (e questa è storia vera), nel 2005 gli ha conferito il titolo di “contrabbandiere di irrealtà”, dandogli il benvenuto “nella menzognera patria dei romanzieri”. Non so davvero come la menzogna possa avere tanta abilità, da dare alle proprie invenzioni tutta l’apparenza del vero. Il real impostor (El impostor è il titolo del libro appena pubblicato da Javier Cercas su Marco), sembra essere, più che il Quixote, il Cervantes stesso; anche perché, a differenza del Quixote che in punto di morte rinsavisce, l’incantatore catalano a 94 anni non sembra voler abbandonare il personaggio che si è costruito, magari perché è convinto che la sua saviezza non arriverà mai a compensarci del piacere che egli ci ha dato con le sue stravaganze. Trickster fino alla fine, dunque, l’ex sindacalista, l’ex Croce di San Giorgio e recente neo-collezionista di scandali e di ex-qualcosa, benché fornitore di una nuova occasione per interrogarsi più concretamente del solito sul rapporto tra realtà e finzione. Accostamento che in ogni caso va preso con le pinze perché, non solo Enric Marco, con la sua spregevole condotta, esorbita dalle costumanze cavalleresche, ma il suo “impazzire” nasce da un fortissimo sentire narcisistico, del tutto estraneo al Quixote. E poi, si sa: che uno diventi pazzo per qualche motivo, è cosa che non fa ne caldo ne freddo. Il merito sta nel perdere il cervello senza motivi.

Coincidenze e paragoni a parte, tutto sembra partire per arrivare al Quixote, a volte senza una logica, come in un quadro di Escher. La forza del suo ingegno è tale da scomodarlo anche quando di arte e letteratura apparentemente non c’è traccia, o almeno, non a una prima impressione. Ma così è. Del resto, Don Quixote non ci avrebbe mai lasciati senza di lui in questo mondo. E allora continua a vivere nuove vite, incarnandosi qua e là in aspiranti scrittori o in affermati farabutti che forse ignorano di agire in nome suo, mentre Cervantes continua a scrivere capitoli di una storia che non si è esaurita con la sua morte, né tanto meno con quella del suo cavaliere. Festeggiamo, dunque, questi quattrocento anni di ombre che nel bene e nel male hanno fatto parlare di sé, richiamato nuove forme e sancito nuova gloria al Quixote. Dormi tu che nascesti per dormire, o fa’ pure quel che altro ti talenta: io farò quel che più si addice ai miei intenti.