Quattro minuti, trentatré secondi

«Mostratemi qualcosa di nuovo e ricomincerò tutto da capo»

John Cage

Il tempo di leggere il testo che segue?
No.
Una delle opere della musica colta più provocatorie e dissacranti del Novecento che mantiene tuttora intatto il suo caustico fascino dadaista.

Un tornado proveniente dall’ America del jazz di nome John Cage era più che deciso a spazzare via ogni tipo di conformismo ed abitudine che si erano instaurati e radicati nell’ambiente classico: i rituali polverosi del concerto, modi di comporre vetusti, strumenti ampiamente superati.
Il compositore, grazie ad una cultura eclettica e ad una visione e prospettiva del mondo del tutto nuova, si impose togliendo il frac e la tuba all’Europa e vestì l’Arte con un paio di jeans.
A interessarlo erano le sperimentazioni, il fermento proteso verso la Novità e concetti tutti da scoprire senza il gravoso peso culturale e morale del vecchio continente.
L’opera 4’33” entra persino nella cultura popolare italiana quando negli anni Settanta viene presa ed inserita in un concerto di musica – di allora – contemporanea con Alberto Sordi come prototipo dello spettatore genuinamente semplice ed incredulo dinanzi alla composizione che sta ascoltando.
Ed ancora oggi desta scalpore e mantiene intatto il suo graffiante messaggio.
Il segreto sta tutto nel creare attesa, un po’ come uno scrittore che svela il nodo cruciale del suo romanzo solamente alla fine.

4’33” è il tempo in cui l’esecutore deve mantenere il più rigoroso silenzio davanti al proprio strumento ed al pubblico, con tanto di inchino al principio ed alla fine della performance.

Il tutto misurato da un cronometro.

Un atto rivoluzionario in cui il silenzio prende la rivincita sul suono, principe indiscusso della musica. O meglio, il silenzio si trasforma in musica ovvero una successione aleatoria e casuale di rumori prodotta dal pubblico presente in sala; immaginando le prime esecuzioni del brano era sicuramente palpabile l’aspetto emotivo di prendere parte alla creazione di un’opera d’arte mai più replicabile. In presenza di un silenzio inaspettato e prolungato le percezioni si acuivano e l’aspettativa aumentava a dismisura: il tempo perdeva la sua oggettività dilatandosi e ci si chiedeva che senso avesse tutto ciò. L’attesa di un qualcosa che non arriverà costituisce essa stessa un cardine dell’opera.

“Non esiste una cosa come il silenzio. Succede sempre qualcosa che produce un suono”, sentenzia Cage in uno dei suoi tanti saggi.

Alla luce di questo la pausa diviene un evento importante al pari della musica poiché ne amplifica l’effetto a dismisura. A certificare l’intuizione di Cage basti notare il silenzio di preparazione quasi spirituale che precede l’inizio di un brano, il modo di rompere questo silenzio, sottolineare le pause e piccole interruzioni all’interno del brano stesso, facendo piccoli o grandi “respiri” nel dispiegarsi della frase musicale.

La musica colta dei secoli precedenti faceva un uso misurato della pausa, quasi temendo inconsciamente il grande potere coloristico della sua “assenza”: un horror vacui che peraltro accomuna grandi artisti di ogni tempo come Piranesi, Michelangelo o Giulio Romano.

In questi tempi di diluvio sonoro diffuso, quello di John Cage nel 1952 è un chiaro messaggio a ripensare la direzione che il nostro presente ha imboccato.

Credits foto: immagine tratta dal web