Protagonismo digitale o amore per la carta? Questo è il dilemma

E’ successo tutto così in fretta…Nel 2005 un gruppo di ragazzi lancia in rete YouTube e adibisce ad ufficio un angusto monolocale, proprio sopra alla pizzeria San Matteo in California. Nel 2006 compare Facebook, concepito in un dormitorio di Harvard e da subito un vero successo tra i teenager che hanno un indirizzo di posta elettronica.

Un anno dopo al convegno di una società di podcast arriva anche Twitter, quasi per caso. Oggi le persone comunicano tra loro più di quanto non abbiano mai fatto prima, chiara dimostrazione di voler essere protagonisti di un processo. Comunicano con brevi cinguettii, con la musica, i video messaggi, gli stati (anche d’animo) sulla bacheca e molte immagini, più o meno modificate, più o meno rappresentative della realtà. Sembra che la tanto acclamata rivoluzione informatica sia finalmente scesa in strada. Ognuno si sente partecipe del cambiamento…ma come in ogni rivoluzione, non si sa cosa accadrà alla fine. E questo appare emozionante e spaventoso allo stesso tempo! I social media cambiano le nostre aspettative sul modo di interagire con le persone e le istituzioni: ci troviamo costretti a reagire a una discussione con la massima velocità e informatività, con il rischio di essere travolti da un’onda d’informazioni che viaggia più velocemente. La sensazione stessa di far parte di un processo comune ci rende ansiosi di condividere con chiunque, ovunque e in qualsiasi momento temi che prima appartenevano alla sfera intima, discussi attorno al tavolo della cucina di casa. L’universalità dei social media, la loro intransigenza e l’onnicomprensività sono caratteristiche sbalorditive. Questi strumenti ci permettono di essere al corrente delle ultime notizie e seguire fatti che si verificano dall’altra parte del globo. Siamo in grado – come si fa su una bacheca pubblica – di condividere fotografie, gioie e delusioni. Ci aiutano a ristabilire amicizie cadute da tempo nel dimenticatoio o a metterci in contatto con conoscenti che credevamo essere irrimediabilmente usciti dalla nostra vita. Siamo portati a caricare in rete tutta la nostra vita e a condividerla con un’ampia cerchia di amici, addirittura con l’intero pianeta, perché no? Naturalmente, la maggioranza di queste conversazioni sono solo un disimpegnato scambio di pettegolezzi che permette a opinioni o ragionamenti futili – altrimenti rimasti inespressi – di venire a galla. In questo senso, i social sono come una vetrina per la vita dell’utente ma diventano contestualmente vetrine per la notizia, portando con sé i vantaggi e gli svantaggi del digitale, della rete che il giornalismo tradizionale deve accettare e, se ne sarà capace, superare. L’avvento dei social ha radicalmente cambiato il mondo dell’informazione: le notizie in rete devono essere veloci, immediate, istantanee pena la perdita di visibilità. Per i media tradizionali l’imperativo è divenuto “esserci” perché se non sei in rete, non esisti. La presenza sui social è utile per farsi pubblicità, raccogliere materiale o creare una rete di contatti. L’uso di questi strumenti è poi talmente immediato da eliminare la barriera tra il professionista (giornalista, ndr) e il lettore che, sullo stesso piano, comunicano, si scambiano consigli e pareri. Un profilo su Twitter o Facebook permette poi di fidelizzare il lettore e aumentare il traffico per la propria testata poiché questi sono ormai divenuti il luogo privilegiato dove l’utente va alla ricerca della notizia. Tuttavia, immergersi a fondo nell’intricata ragnatela social può essere una strada a doppio senso. Da un lato, Facebook o Twitter, e addirittura YouTube con il lancio di video che diventano virali, ha rubato il primato dell’informazione ai media tradizionali. La tempestività e l’enorme volume di notizie è una conseguenza del fatto che sono gli utenti stessi a diffondere in tempo reale la notizia – contribuendo a creare informazione – o di decretarne la gerarchia d’importanza condividendo, a propria discrezione, ciò che più attira. Dall’altro lato, questo nuovo tipo di “citizen journalism” (dove chi condivide una semplice immagine di ciò che sta osserva, può vestire i panni del giornalista), la strabordante onda informativa, la velocità o la dimensione del “tempo reale” non posso prescindere dal giornalismo tradizionale. Senza uno scrupoloso controllo delle fonti o la verifica della notizia, il rischio d’imbattersi in una “bufala” è sempre in agguato. Ecco perché il giornalismo 2.0 (dei mezzi di comunicazione tradizionali che fanno il loro ingresso in rete) e quello degli utenti che creano essi stessi la notizia, sono due facce della stessa medaglia: un modo nuovo di comunicare, più rapido e immediato, ma con un occhio al giornalismo tradizionale ancora depositario di una relativa autorevolezza. È successo tutto così in fretta, è vero…e non sappiamo affatto dove questa rivoluzione informatica porterà. Ma il profumo della stampa fresca, il piacere di sentir scorrere la carta grezza tra le dita o di sfogliare le pagine di una rivista raffinata, o ancora di trastullarsi a lungo con servizi d’approfondimento magari corredati da fotografie d’autore, continuerà ad affascinare gli edonisti della carta stampata. Per questo, potremo star certi che i fedeli della tradizione garantiranno comunque un ristretto, ma solido baluardo alla sopravvivenza del giornalismo tradizionale a scapito del sempre più distratto e ansioso lettore di quello digitale.