Preziosi: la “seconda” su genius

Già ospite della nostra rivista con il “dietro le quinte” del Don Giovanni, Alessandro Preziosi aveva già avuto modo di scambiare battute ed opinioni con il nostro direttore Francesco La Bella ed il comune amico Fabrizio Pertot: lo incontriamo per la seconda volta, parlando proprio di teatro, regia e filosofie.


Alessandro, ti abbiamo visto negli ultimi anni a teatro prima in Amleto, poi in Cyrano: ora, il Don Giovanni. Ci spieghi la scelta di interpretare questi personaggi e testi teatrali? È una scelta legata a un ciclo ben preciso, quello del Seicento. I tre spettacoli sono in qualche modo un approfondimento editoriale per raccontare tramite queste tre figure teatrali le tematiche del tempo, segnato dalle grandi passioni, dagli eccessi, dalle innovazioni. La filosofia baconiana in Amleto, l’avvento dell’età moderna e la nascente letteratura scientifica con Cyrano, personaggio oltretutto realmente esistito, l’evoluzione costante rispetto all’estetica e al decoro popolare nel Don Giovanni.

Quali sono la caratteristiche e gli aspetti peculiari della tua regia? In che modo ti distingui?
La regia è basata su un voler raccontare il Don Giovanni partendo da tutti i Don Giovanni della storia, del teatro, della musica e della letteratura; due ore di spettacolo che arrivano fino al Don Giovanni del XXI secolo. Ciò che ho poi voluto far emergere è l’incredibile uso dialettico del linguaggio mirato alla persuasione utilizzato del protagonista, e dare ai personaggi, grazie all’aiuto di attori di grande valore come Nando Paone, le caratteristiche con cui poter ostacolare la coerenza del protagonista verso la sua dannazione. Ho voluto dare una speranza al Don Giovanni che va, solo, verso la morte. Dare al Don Giovanni uomo (il mito è infatti già condannato a morte) maggiore consistenza grazie al rapporto con Ravanello, ma anche alzando la sfida a tutti i personaggi, creando scontri, opposizioni, dicotomie che possano far emergere la riconversione di un uomo che vorrebbe riconvertirsi, ma che di fatto non può, avendo un destino ormai già segnato.

Quali opportunità offre la possibilità di dirigere e al contempo interpretare uno spettacolo teatrale e quali sono le difficoltà?
Sicuramente la possibilità di possedere lo spettacolo in maniera piena, assoluta, dove il regista riesce a definire l’interprete inquadrandolo in modo migliore, man mano che si sviluppa lo spettacolo. Si tratta di un viaggio meraviglioso, accompagnato da collaboratori grazie ai quali poter intervenire su ogni aspetto, dalla musica alla scenografia. Un percorso dove la difficoltà è data dalla ricerca quasi maniacale del movimento e del gesto, che mira quasi in maniera ossessiva alla generazione della costante curiosità dello spettatore.

I classici, nella loro interezza, rappresentano una società non ancora finita. Rendere moderno un testo classico non vuol dire cambiarlo ma creare delle interazioni, senza apportare degli sconvolgimenti che cambino l’essenza e la cultura del classico.

A tuo avviso, perché è importante riproporre i classici e come possono essere riportati al presente? Fedelmente rispetto alla loro stesura o con alcune contestualizzazioni riconducibili ai giorni nostri?
I classici, nella loro interezza, rappresentano una società non ancora finita. Rendere moderno un testo classico non vuol dire cambiarlo ma creare delle interazioni, senza apportare degli sconvolgimenti che cambino l’essenza e la cultura del classico. Nello spettacolo, ad esempio, sono stati inseriti alcuni elementi della cultura moderna attraverso musiche, piuttosto che immagini e proiezioni in 3D, al fine di dare allo spettatore il senso di essere all’interno di una finta classicità, diversa. Tra gli obiettivi del regista, infatti, vi deve essere, a mio avviso, la volontà di far immergere lo spettatore nella forza delle emozioni grazie alle nuove e differenti possibilità date dalla tecnologia.

Nel testo emerge spesso il termine cielo con un significato che rimanda a una dimensione letteraria, mitologico-classica. Nella lettura presentata nel tuo spettacolo, il soggetto giudicante e punitivo mantiene questa identità divina oppure rappresenta, forse, un’entità più sociale o personale?
Il Don Giovanni vive nell’irrisione sociale e del cielo. Un nobile come lui non ammette altro giudice della sua vita che non sia la sua stessa coscienza. Del cielo, di Dio, non ha nessun rispetto perché si accorge che sotto il falso mantello della religione si accorre solo per tutelare e coprire la proprie malefatte. Per cui, l’unica apertura che si concede è quella di morire per incontrare Dio personalmente. Sintesi, questa, della denuncia che Molière fa dell’ipocrisia, o meglio, dell’abuso di ipocrisia, rifiutando una religiosità prettamente esteriore e conformista.

Il teatro di Molière rispecchia gli atteggiamenti critici dell’epoca e analizza con ironia e vivacità comica le debolezze della natura umana. A tuo avviso, sono ancora questi gli scopi della comicità dei giorni nostri, oppure si è persa una certa profondità di pensiero che sta dietro la risata?
La comicità è sempre il risultato dato dalla ricezione dello spettatore collegata al cinismo della società in cui viviamo. Lo spettatore dimostra una profonda sensibilità verso le provocazioni di Don Giovanni, sorridendo con piacere alla stravaganza del personaggio e al contempo all’ignoranza di Sganarello. La debolezza altrui è ciò che scatena sempre la comicità, che cambia di Paese in Paese e di città in città. La magia della scrittura di Molière è data dal far riflettere e commuovere, e dal riuscire a provocare il pianto dove prima era nata la risata.

Credits foto: Noemi Commendatore