Predator, born to kill

I droni militari sono diventati un simbolo quasi ambivalente delle guerre condotte dall’Occidente nei vari teatri del mondo a più o meno intenso stato di belligeranza. Sono da un lato una costosissima meraviglia tecnologica che consente di colpire nemici con una precisione millimetrica senza che questi sentano minimamente il pericolo che incombe sulle loro teste.

D’altro canto sono anche la manifestazione più evidente della paura che hanno tutti i governi della Nato a schierare truppe sul campo dopo i fallimenti delle ultime campagne in Iraq e Afghanistan. Questo timore è influenzato in buona parte dal giudizio dell’opinione pubblica, ormai refrattaria all’uso della forza in relazione alle grandi spese che questa comporta, in particolare in un periodo di ristrettezze economiche come quello che stiamo vivendo. I nostri beniamini statunitensi in particolare, trovano sempre più difficile giustificare la morte di migliaia di loro giovani uomini e donne a migliaia di chilometri da casa, in un momento in cui dire che si va a “difendere la libertà” sventolando una bella e sempre evocativa bandiere a stelle e strisce non sembra più bastare.

Per questo motivo gli USA stanno conducendo sempre più operazioni comportanti l’uso della forza letale attraverso i droni, così da dare poter portare a termine azioni dall’alto potere distruttivo senza mettere in pericolo una singola vita americana, dato che le basi dalle quali vengono controllate si trovano tutte in Nord-America. Tuttavia siamo nel classico caso in cui una repentina innovazione tecnologica ha lasciato indietro il diritto, il quale sarebbe responsabile di assicurarne un controllo e un uso appropriati, nel rispetto delle leggi interne ed internazionali. E qui iniziano ad affiorare i problemi. Innanzitutto la questione etica. Ogni volta che si sceglie un bersaglio con un Paese che formalmente non è in stato di guerra con l’aggressore si hanno due fattori da tenere in considerazione: il primo è che il bersaglio non subisce un regolare processo, venendo così condannato a morte con un regime che in patria sarebbe senz’altro considerato criminale. In secondo luogo bisogna tener conto dei danni collaterali che derivano dal fatto che a) spesso l’attacco viene portato a termine nonostante vi siano ulteriori soggetti sul luogo dello strike, con la perdita di vite umane che spesso non sono nemmeno state precedentemente identificate. Si colpisce quindi senza tener conto del contesto nel quale si calerà il missile ritenendo prioritari gli obiettivi militari. Qualche volta si uccidono dei miliziani, qualche altra dei civili. Oltre a ciò bisogna tener conto dell’errore umano, legato all’intelligence che individua i bersagli sottoponendoli poi alle proprie sovrastrutture. Nessuno nega che queste operazioni comportino necessariamente lo sporcarsi le mani, tuttavia l’assenza di stati di guerra veri e propri rende il tutto più controverso.

La questione di diritto va posta in termini molto forti per quanto richiamato sopra, ovvero sulla legittimità della condanna a morte inflitta dal Presidente degli Stati Uniti contro persone che non hanno mai subito alcun processo. Oltre a questo, più parti rilevano alcune irregolarità nel comportamento della Cia, l’organo deputato alla gestione dei dati di intelligence necessari per portare a termine gli attacchi con i droni. Alcuni recenti articoli di TheGuardian e Spiegel metterebbero in risalto alcuni procedimenti scorretti da parte dell’agenzia la quale sfrutterebbe la mancanza di una regolazione chiara in materia, unitamente al fatto che le proprie missioni sono secretate e non necessitano quindi di essere sempre portate a conoscenza di Presidente e Congresso, per condurre delle operazioni sotto il solo controllo dei vertici dei servizi segreti. Per porre un freno a questa situazione si era abbozzata una legge che avrebbe trasferito i poteri sui così detti targeted killings dalla Cia all’esercito, con la possibilità di ottenere maggiore trasparenza sulle attività relative ai droni ed alle procedure che portano all’ok per lo sgancio dei temutissimi missili Hellfire. In ogni caso, anche se la riforma fosse stata approvata, dalle indiscrezioni di cui sopra, avvallate tra l’altro dalla testimonianza di un ex pilota di droni, parrebbe che già ora gli Uav (Unmanned Aerial Vehicle) fossero pilotati da membri della Air Force. La questione non è priva di importanza in quanto le operazioni dei militari dell’esercito dovrebbero essere poste sotto il preventivo ok del Pentagono (il quale fa capo al Congresso). Se la Cia avesse effettivamente usato membri dell’esercito per portare avanti operazioni classificate senza preventivamente ottenere l’ok della sovrastruttura militare si potrebbe giungere ad ipotizzare che l’amministrazione, nonostante fosse a conoscenza delle missioni portate avanti dalla Cia, abbia lasciato carta bianca a quest’ultima per porre in essere delle azioni che, se svolte alla luce del sole, non avrebbero mai ottenuto il consenso del Parlamento e del popolo americano.

Se il diritto interno esce malconcio dalla sfida lanciata dai droni, lo svilimento peggiore lo subisce quello di natura internazionale. In questo ambito infatti, appare fin da subito evidente come gli Stati Uniti finiscano per violare tutta una serie di norme che l’Onu avrebbe posto a salvaguardia della pace e della sicurezza tra le nazioni; questo grazie al proprio peso politico e alla propria presenza decisiva nel Consiglio di Sicurezza tra i membri permanenti (quelli dotati di potere di veto).

Secondo il diritto internazionale la disposizione di misure implicanti l’uso della forza è rimessa interamente alle decisioni del Consiglio di Sicurezza, il quale per decidere ha bisogno di una maggioranza di nove membri su quindici, comprensivi dei cinque membri permanenti. Tuttavia, la mancata applicazione dell’art 47. della Carta Onu, il quale sanciva la necessità di creare un esercito composto dalle forze di tutti i Paesi aderenti ma capitanato dalle Nazioni Unite, ha fatto sì che spesso l’utilizzo delle armi fosse messo in campo un po’ più agilmente di quanto non si sarebbe voluto. Così il Consiglio si è più volte visto sorpassato dalla volontà dei singoli stati, come successo con il recente attacco alla Libia, non autorizzato dall’Onu, con le tristi conseguenze che ormai ben conosciamo. In ogni caso, qualsiasi ricorso alla violenza è vietato dalle norme fondamentali del diritto internazionale e la mancata osservanza di questo principio può essere ricondotta a diverse forme di illecito internazionale. Peccato che quest’ultima norma non trovi difficilmente attuazione. Il motivo non è, come si potrebbe pensare, lo strapotere economico statunitense e la paura di eventuali rappresaglie commerciali, bensì un’oggettiva difficoltà nel riuscire ad imputare qualcuna delle fattispecie previste agli Usa a causa della natura e delle procedure previste dagli organismi giudicanti. Nel caso dell’attacco all’Afghanistan ad esempio, la giustificazione addotta dall’amministrazione americana è stata quella della legittima difesa (che in linea teorica sarebbe causa di esclusione dell’illegittimità dell’uso della forza). Tuttavia non si deve dimenticare che sebbene consentita, questa pratica debba attenersi al principio di proporzionalità, il quale sembrerebbe non essere stato rispettato se consideriamo la vera e propria invasione subita da Kabul con rovesciamento dell’emirato islamico nel nord-est del paese. Un secondo e più recente caso è quello dell’attacco di un drone Predator in Pakistan a seguito del quale sono morti un cittadino americano ed uno italiano. Lasciando da parte la polemica nazionale, che non interessa ai fini della trattazione in esame, vi sono state diverse proteste da parte di Islamabad la quale lamentava di non essere stata informata dell’attacco (esattamente come successe durante l’operazione che portò alla morte di Osama Bin Laden). Ebbene, questa si qualifica a tutti gli effetti come una violazione della sovranità territoriale dello stato pakistano da parte degli Stati Uniti, la quale contrasta con uno dei principi di diritto fondamentali, ovvero la non ingerenza nelle questioni di uno stato straniero. A questa norma è possibile sottrarsi solo con l’ottenimento del consenso (preventivo all’azione) dello stato entro il quale si vorrebbero compiere tali operazioni. In una siffatto contesto il Pakistan si è trovato inerme in quanto: a) non gli è possibile rivolgersi alla Corte di Internazionale di Giustizia in quanto questa è competente a giudicare solo le controversie nelle quali le parti abbiano dichiarato di volersi sottomettere al giudizio della corte, e agli Stati Uniti è difficile che venga voglia di farlo visto che sono in torto; b) qualora accettassero e la Cig ne riconoscesse la violazione con relativa condanna, potrebbero non adempiere alle riparazioni disposte dalla corte dato che l’organismo che dovrebbe farsi garante delle sentenze è proprio il Consiglio di Sicurezza, all’interno dei quali il veto Usa può bloccare qualsiasi vertenza.

Si delinea così un sistema nel quale non solo è difficilissimo far valere la colpa delle superpotenze emerse vincitrici dal secondo conflitto mondiale (USA, Russia, Gran Bretagna, Cina e Francia) ma nel quale sono le stesse super potenze a caratterizzarsi sempre più per la violazione e lo svilimento di norme e principi ai quali la comunità internazionale si ispira. I droni rappresentano senz’altro il futuro, in rapidissima espansione della guerre occidentali ma devono essere regolamentati, soprattutto qualora siano usati al di fuori di teatri di guerra (così è in Pakistan e Yemen). Questo perché oltre a danneggiare i rapporti con i paesi che subiscono lo strapotere delle potenze della Nato, i quali si vedono negata la possibilità di reagire a storture e soprusi, ci si inimica permanentemente la popolazione locale che si sente scrutata e spiata (senza che il proprio stato possa farci nulla), ed identifica le forze straniere con le migliaia di morti che gli attacchi dei Uav causano ogni anno tra la popolazione civile.