Povertà caso nazionale. “I poveri e le chiacchiere” di Stefano Fontana

Povertà a Trieste “caso” nazionale. E’ apparso sul Corriere della Sera, in questi giorni,  un articolo firmato da Mauro Covacich: “se il parroco senza fondi non aiuta gli stranieri”.  Protagonista della storia è il parroco della Beata Vergine del Rosario  di Trieste. L’articolo di seguito scritto da Stefano Fontana, Direttore Responsabile del giornale Vita Nuova, ci porta davanti ad una doverosa riflessione.

in foto un senza tetto all’uscita della Metro’  a Parigi (by flb 2011)

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di Stefano Fontana 

San Martino incontrò un giorno un povero sul ciglio della strada. Era intirizzito dal freddo. Il cavaliere prese il proprio mantello, estrasse la spada e lo tagliò a metà. Mezzo lo diede al povero e mezzo se lo rimise sulle spalle.La storia è nota.   Ma per fortuna che San Martino non ne incontrò poi altri di poveri (la storia, almeno, non ne parla).Se ne avesse incontrato un altro avrebbe nuovamente ripreso mantello e spada e gli avrebbe donato la metà della metà del suo mantello per coprirsi. Se poi ne avesse incontrato un altro gli avrebbe dato la metà della metà della metà. Nel frattempo anche lui avrebbe cominciato a sentire freddo. Non avrebbe scaldato gli altri e sarebbe morto di freddo lui.

Questa voluta forzatura della storia di San Martino dice che la carità deve anche essere razionale, perché altrimenti non riesce ad arrecare un vero aiuto.  Una carità scriteriata e imprudente non è vera carità. Dura un attimo, ci inorgoglisce di essere santi e poi svanisce. Certamente ci sono anche le situazioni di estremo bisogno che richiedono un subitaneo intervento, anche se non risolutivo. Però, fuori dalle eccezioni, anche la carità va organizzata, anche la speranza va strutturata perché possa realisticamente reggere e portare frutti duraturi.

Chi fa la carità non può essere cieco. Non può dare e basta, senza anche un prudente discernimento. C’è anche una giustizia nel fare la carità. Se la carità supera la giustizia non è perché non ne tenga conto. Uno non può essere caritatevole se non è anche giusto.

L’aneddoto di San Martino ci dice anche che la povertà è molto più grande di noi. Ad un povero posso provvedere tagliando a metà il mio mantello. Ma a due, tre, cento, mille poveri non posso provvedere tagliando continuamente il mio mantello. Non solo non risolverei nulla, ma anche danneggerei la situazione, ponendo me stesso nella impossibilità di fare del bene anche domani, ad altri poveri che incontrassi sul mio cammino. Anche un parroco può e deve fare questi ragionamenti.

La Chiesa è uno dei maggiori attori della lotta alla povertà. Lo è sempre stata fin da quando ha cominciato ad aprire lebbrosari e ospedali, curando coloro che la società considerava intoccabili. Anche oggi è in prima fila, non solo con il soldo che un parroco può dare ad un questuante, ma cercando di organizzare la carità e la speranza, cose serie queste ultime, terreno sdrucciolevole per i chiacchieroni e pietra di inciampo per chi ne approfitta per riempire le colonne dei giornali.

Proprio qualche giorno fa uno mi diceva: “Noi paghiamo l’8 per mille alla Chiesa ma ha mai visto lei il Vaticano dare qualcosa a qualcuno”. Beata ignoranza. Non sa che in Vaticano c’è un intero Pontificio consiglio – il Cor Unum – che si occupa di questo, oltre ad altre strutture che gestiscono la carità del Papa. Non sa che la Cei – cui va l’8 per mille e non al Vaticano – finanzia molteplici iniziative di carità e sviluppo in tutto il mondo.

Non sa che a Trieste la Caritas impegna moltissime persone e moltissime risorse ad accogliere i bisognosi, prospettando però loro una organizzazione della risposta al bisogno che permetta di protendere la carità nel tempo e di farla fruttare con la assunzione di responsabilità del soggetto bisognoso.

Nella lotta alla povertà la Chiesa fa la sua parte, non le pattuglie di intervistati e di intervistatori che sui polveroni suscitati ad arte circa i poveri hanno pure il loro tornaconto.