Perché l’occidente non ha capito le Primavere Arabe

Le parole d’ordine erano autodeterminazione dei popoli, libere elezioni e giovani; un futuro democratico si profilava all’orizzonte. Complici i media, i paesi del Patto Atlantico cominciarono a vedere le Primavere Arabe come una nuova opportunità per queste regioni nonché una replica moderna dei movimenti che, a cavallo tra ‘700 e ‘800, portarono alla nascita delle repubbliche più longeve della storia d’Occidente.

Ben presto però, lo sguardo tanto ammirato si sarebbe trasformato in una maschera di orrore per ciò che noi stessi avevamo contribuito a creare. Ci è voluto davvero poco per passare dalle proteste pacifiche ad oltranza, a scontri armati che hanno reso intere regioni ingovernabili. Dalle ceneri dei vecchi regimi ne sono sorti di nuovi, non molto più democratici e raramente aperti verso i diritti civili.

La colpa di tutto questo è senz’altro (anche) nostra.

Innanzitutto abbiamo immediatamente creduto in un Islam moderato a tutti i costi ed alle sue ragioni, pur non intravedendo un chiaro progetto politico alla base delle proteste. Drammatico in tal senso l’esempio della Libia, dove le potenze europee hanno subito spinto per armare i ribelli, creando i presupposti per tramutare questi eroi della rivoluzione nelle truppe che oggi combattono una sanguinosissima guerra civile, della quale non si intravede nemmeno lontanamente la fine. Ancora più grave la colpa dell’Italia in questo frangente. Vista la nostra conoscenza e contiguità con l’area, avremmo dovuto suggerire un approccio molto più ragionato e di lungo respiro rispetto a quello scelto seguendo Francia ed Inghilterra in operazioni che avevano ben altre mire rispetto alle nostre esigenze.

Non è da meno il caso egiziano. Qui, i moderatissimi giovani delle piazze e dei social network hanno portato al governo un movimento tutt’altro che d’ispirazione democratica e dalle non ampie vedute sui diritti civili. Pronto l’intervento dei militari con deposizione del governo e passaggio ai metodi spicci ma efficaci.

Ancora più controversa è la situazione in Siria. Quando le circostanze erano pacifiche, ed una presa di posizione morale sarebbe stata più che doverosa, tutto l’Occidente languiva. Allo scoppio della guerra civile, tutti si sono espressi in maniera compatta a favore dei ribelli, salvo poi accorgersi che il regime di Assad stava diventando il male minore, ultimo argine contro il dilagante estremismo degli insorti. Come risultato oggi il nord della Siria, che l’esercito non riesce più a controllare, è ormai largamente nelle mani dell’ISIS.

Un primo motivo di questo epilogo delle Primavere Arabe è senz’altro da ricercarsi nel fatto che, in quasi tutti i casi, non vi era un’alternativa precisa rispetto a ciò contro cui si manifestava. Questo ha aperto le porte a derive nazionalistiche, anche contro i paesi occidentali, i quali non solo non hanno fatto nulla per aiutare ma, fino al giorno prima, appoggiavano per convenienza la gran parte di questi regimi.

Errore catastrofico è stato armare i ribelli senza procedere parallelamente a formare una classe politica indipendente; da qui partiti, pigliatutto come quelli pro Sharìa che hanno portato non pochi imbarazzi a noi europei.

Ciò che infine non si è compreso è stato il fatto che la Tunisia, paese in cui tutto questo è cominciato, era l’eccezione e non la regola. Grazie ad una popolazione meno stratificata ed ad un livello d’istruzione generalmente più alto rispetto a quello dei confinanti, la sollevazione popolare ha portato a libere elezioni che, nonostante un elevato livello di frammentazione partitica, sono sfociate nella costituzione del 26 gennaio 2014.