Perché abbiamo ancora bisogno della filosofia

«C’è qualcosa di molto materiale nello spirituale. E le sigarette e il caffè aderiscono perfettamente allo spirito filosofico». Con queste parole finisce l’intervista con Mirt Komel, giovane filosofo, scrittore, saggista, pianista amatoriale e Geistarbeiter (così recita il suo profilo Twitter). Vi lascio quindi indovinare come si sia svolta e vi confesso che è stato davvero un grande lavoro scriverla. Perché sì, il pensiero non è qualcosa che si adatta bene alle abitudini della vita (post)moderna e pensare è faticoso. Ma possiamo davvero farne a meno?

Quest’anno hai insegnato filosofia alla Facoltà di Scienze Sociali di Lubiana come materia obbligatoria nel percorso di studi. Cosa vuol dire insegnare filosofia?
La filosofia oggi è percepita come un lusso intellettuale per i pochi che ne condividono i complessi enigmi, ma anche il semplice piacere di pensare. Per quanto sia d’accordo che il pensare non sia un dato di fatto dell’essere un umano, ma qualcosa che si impara e  si deve nutrire costatamene e per questo un affare riservato ai pochi. Dovrebbe essere non solo un diritto, ma anche una necessità di tutti. Insegnarla vuol dunque dire espandere gli orizzonti non solo delle persone che la studiano, ma anche della filosofia stessa. E’ quello che definirei un solipsismo altruistico: devo, come filosofo, essere capace di tradurre quello che mi passa per la testa in qualcosa che sia comprensibile agli altri, così che contemporaneamente quel concetto diventi più chiaro anche per me. Insegnare in questo senso è un pensare insieme agli altri.

Perché hai scelto la filosofia?
Non ho scelto un bel niente. Non sono io che l’ho scelta. In qualche modo è stata lei a scegliere me. E se dovessi considerarla come gli antichi direi che è stato fato, o per dirla in un modo più moderno, possiamo dirlo romanticamente: la filosofia è come l’amore – non sei tu che la scegli, ma ti capita. Su questo punto non credo nell’ideologia del libero arbitrio, la filosofia non si sceglie tra le altre cose mondane, come un abito o una macchina: sta lì, la prendi, la usi, la parcheggi. È una cosa che si vive o pure no. Per questo credo che la filosofia mi sia successa e ora è ciò che sono. Ma non credo di essere solo filosofo. Come Dr. Jekyll e Mr. Hyde in me ci sono il dottore, filosofo e docente universitario, e il mio alter ego letterario che è convinto che la letteratura ha la capacità di essere un’alterità di controllo sulla filosofia.

Negli anni, infatti, ti sei dedicato anche alla letteratura e al teatro. Come mai questa necessità multidisciplinare?
Il teatro negli ultimi anni è passato in secondo piano rispetto alla letteratura nel senso di poesia e prosa, ma se dovessi trovare un punto di convergenza tra i miei interessi sarebbe rappresentato da un cardine della filosofia europea e occidentale: i Dialoghi di Platone che sono filosofia, teatro e letteratura contemporaneamente. Sono filosofia, certamente, ma hanno anche un forte aspetto estetico e letterario, sono filosofia in forma di poesia. In più se consideriamo che hanno sempre Socrate come protagonista e vicende a lui connesse, sono assimilabili a pièce teatrali. Ma la forma non è indifferente al contenuto, perché proprio attraverso la forma dialogica Platone cerca di essere fedele alla filosofia di Socrate, che la praticava discutendo insieme agli altri.

D’altronde la divisione in generi diversi è piuttosto recente, anche nella letteratura italiana Galileo e il suo Dialogo sono considerati a tutti gli effetti produzione letteraria. Cosa ne pensi?
Accade lo stesso per Omero, nelle sue grandi opere epiche l’Iliade e l’Odissea troviamo pura poesia, narrazione storica e filosofia, e persino spunti tecnici sulla navigazione e come preparare una cena ai tempi della guerra di Troia. Se guardiamo ai classici greci fino a Platone la filosofia è stata sempre unita alla poesia: Parmenide ha scritto in forma di poema ed Eraclito in aforismi poetici. Platone continua questa tradizione con i suoi dialoghi drammatici che trattano temi vari. Ma da Aristotele in poi le discipline iniziano a essere separate: di solito Aristotele viene dipinto come il promotore della scienza ma questo progresso è stato compiuto a scapito della filosofia. La divisione delle competenze della filosofia secondo il tema che tratta – anima, fisica, cielo, logica, retorica – questa è l’eredità più pesante del pensiero aristotelico che ha dettato come fare filosofia anche nei secoli successivi.

A cosa serve la filosofia?
Quando si chiede se la filosofia serve a qualcosa nella società (post)moderna si pensa troppo spesso che sia solo uno strumento della scienza, a essa sottomessa e il suo modo di esistere operativo e utile. Oggi si pensa che la filosofia sia una sottospecie della scienza, ma la relazione tra filosofia e scienza è ben altra: la scienza aristotelica e poi moderna è solo un sottogenere della filosofia, che ha man mano cominciato, attraverso i secoli e non senza l’influenza monoteistica cristiana, a dominare la nostra concezione di realtà, di cosa sia vero o falso in senso assoluto. Se dovessi rispondere in una sola frase direi sicuramente che la principale utilità della filosofia è il suo non essere utile. La filosofia non serve a niente e i filosofi devono avere il coraggio di affermarlo e riaffermarlo per sottrarsi alla legittimazione attraverso l’ideologia, un po’ vetusta, dell’utilitarismo. La filosofia non è un mezzo o uno strumento grazie al quale giungere a un determinato fine o realizzare uno scopo preciso, ma un fine in sé.

La  filosofia slovena contemporanea va davvero molto forte nel solco del filosofo superstar Slavoj Žižek. Hanno incontrato anche la tua formazione?
Io ho studiato per il dottorato di ricerca con Mladen Dolar che è un membro del ‘partito lacaniano lubianese’ insieme a Slavoj Žižek e Alenka Zupančič. La Scuola Lacaniana di Lubiana è nata nella seconda metà del secolo scorso attorno alla rivista Problemi e alla collana Analecta. Žižek è sicuramente diventato il loro front man, ma non è sbagliato pensare a Žižek come Mick Jagger e Dolar come Keith Richards, c’è bisogno di un complesso per fare un buon suono. Io considero Dolar il mio maestro e non ho paura di dirlo, a differenza di tanti studenti di filosofia che non dichiarano né scelgono una scuola in cui inserirsi, sforzandosi di essere autonomi e aperti e incappando ancora una volta nella trappola dell’illusione del libero arbitrio. Proprio per questa ragione non comprendono la prospettiva storica della filosofia e non riescono a interpretare il nostro tempo perché sono completamente immersi nell’ideologia della libera scelta. Già Hegel prima di Marx ha detto che l’esercizio della filosofia e il suo scopo più alto sono comprendere il proprio tempo, per questo il ritorno a questi due filosofi come moderni par excellence è importante. Devono essere pensati e ripensati ancora e ancora, ed è questo che fa la Scuola di Lubiana attraverso Lacan, che con la sua psicoanalisi ha fornito un altro punto di visto sulla filosofia. Non a caso un motivo ricorrente della Scuola dice con molto spirito che Hegel sia il miglior discepolo di Lacan.

Qual è la situazione della filosofia in Slovenia?
È interessante vedere cosa succede in filosofia rispetto alla contemporaneità storica slovena. Alla fine degli anni ottanta e nei primi anni novanta, quando la Slovenia diventa indipendente e ha un progetto di emancipazione nazionale in una nuova repubblica, la casa intellettuale, e allo stesso tempo la legittimazione della politica nazionalistica, è la corrente fenomenologica. Una volta consolidato questo processo e mentre la Slovenia si avvicina al modo di pensare e di vivere Occidentale prevale, invece, la psicanalisi con la scuola lacaniana lubianese. Se la filosofia deve comprendere e riflettere la propria epoca allora la fenomenologia rispecchiava il nazionalismo, come la filosofia lacaniana di oggi interpreta la società postmoderna. È il modo più attuale di comprendere la nostra contemporaneità perché ne è il riflesso più fedele.

Ed ecco che esce il postmodernismo che hai trattato attraverso l’analisi di una serie televisiva famosissima, Twin Peaks. Perché ti sei servito di David Lynch per raccontare il postmoderno?
Twin Peaks è – e rimane – la mia serie televisiva preferita, un amore che dura oggi già da venticinque anni. Ma ci sono anche ragioni più filosoficamente fondate delle mille sentenze estetiche che potrei dire facendo un elogio a Lynch e a Twin Peaks. Una specificità del postmoderno è inoltrarsi nelle particolarità, in questo senso è molto hegeliano, o, se lo leggiamo in senso opposto, Hegel è il primo postmodernista filosofico. La filosofia moderna e molte delle filosofie contemporanee sono noiose perché cercano di cogliere direttamente l’universale, astraendo dal particolare che è ciò che accade. Qui falliscono perché con le loro sentenze universali mostrano in realtà solo la loro parzialità. L’hegelianesimo, e mutatis mutandis il postmodernismo, si immerge nella particolarità per estrarne e produrre l’universale. Per questo Twin Peaks è il particolare che ho analizzato per cogliere il senso universale del postmodernismo come tale.

Uno dei limiti che più spesso viene imputato al postmoderno è la superficialità del gioco fine a se stesso. Cosa cambia nella tua prospettiva?È una metodologia completamente diversa in cui ritorna la dialettica e soprattutto al centro c’è il contenuto che è l’unico modo di accedere in tempi come i nostri. Il problema del postmoderno, secondo i suoi detrattori che lo analizzano e lo criticano,  è infatti che non coglie e non è interessato all’universale in maniera frontale. Mentre il giro dialettico – inoltrarsi nel particolare per cogliere l’universale – non è un gioco o una deviazione non essenziale, ma un passo necessario per una riflessione vera.

Spesso ci illudiamo che la filosofia non serva. Non credo sia così, nel nostro cervello ci sono delle categorie che usiamo inconsciamente. Siamo davvero pervasi di filosofia?
La riflessione su come il linguaggio ci prende e ci fa dire ciò che diciamo poiché sembra vero è perché siamo condizionati da un determinato tempo, da una determinata ideologia e da un determinato orizzonte. Questa riflessione è la base del pensiero della filosofia stessa. Marx, quello giovane che critica Hegel, dice che il pensiero è condizionato dalla realtà sociale, dell’economia e dai rapporti politici, e che tutto questo condiziona anche la filosofia. Ma il Marx maturo che ritorna a Hegel, se analizzato attentamente, procede in maniera completamente diversa e inizia anche la sua opera magna, il Capitale, con l’analisi della merce come concetto. Da questa prospettiva si capisce che il concetto e le relazioni concettuali determinano le relazioni sociali, economiche e politiche. Non viceversa. Non è una nuance ma  il punto di partenza. Quello che un’analisi pone come base è che prima di tutto bisogna saper riflettere sui propri concetti. Qui entra Lacan che approfondisce il tema del linguaggio, come il nostro inconscio è strutturato come il linguaggio – non semplicemente italiano, francese e sloveno – ma quale tipo di discorso ci fa dire quello che diciamo. Per questo la linea Hegel-Marx-Lacan è altamente stimolante non solo per la comunità intellettuale ma anche per il grande pubblico.

A proposito di Hegel hai recentemente fondato insieme a altri due colleghi un’associazione. Quale?
Insieme a Gregor Moder e Jure Simoniti abbiamo fondato l’Associazione Hegeliana Internazionale (International Hegelian Association), tramite la quale facciamo eventi filosofici invitando gli Hegeliani più influenti. Il tempo era maturo per tornare a Hegel e fondare quest’associazione dopo il periodo molto marxista degli ultimi anni. In ex-Jugoslavia Marx era parte dell’ideologia dominante ma solo rari casi leggevano realmente Marx: come nella Chiesa per la Bibbia, leggere il Capitale era la cosa più blasfema che si potesse fare. Un dato di fatto, e anche molto interessante è che, non nella Yugoslavia, ma negli anni Novanta, più la Slovenia diventava capitalista, più si leggeva Marx. Ma lo si leggeva selettivamente, quasi sempre solo la sua produzione giovanile che criticava Hegel come un filosofo di destra e conservatore. Noi cerchiamo di recuperare un altro Hegel, quello di sinistra, cercando di guardare non solo come Marx sia stato il miglior studente di Hegel, ma anche come Hegel sia il miglior studente di Marx.

In questo caso però Hegel è un po’ particolare. Cosa avete fatto per renderlo contemporaneo?
Perché anche G.W.F. Hegel segua lo Spirito del tempo gli abbiamo creato un profilo Facebook che a sua volta ha fondato il profilo-evento dell’Aufhebung, l’associazione hegeliana internazionale. Un modo di essere di Hegel contemporaneo. Se lo Spirito è un osso, come dice Hegel nella Fenomenologia, allora Facebook e i Social media sono davvero un osso duro da maneggiare e da pensare.

Filosofi e social media. Facebook o Twitter?
Io sono su Twitter ma non su Facebook. Credo che Facebook sia più focalizzato sulla visualizzazione dei pensieri, diciamo come un foto-album, mentre Twitter è più articolato e dà maggiore attenzione alla parola. In termini filosofici credo abbia rivitalizzato l’arte perduta dell’aforisma. Sono in contatto con molti filosofi che producono aforismi in formato Twitter, per esempio un filosofo tedesco che si chiama Nein. Io l’ho soprannominato in maniera hegeliana Our nihilism aufgehoben. Ma ce ne sono anche tanti altri.

Ti piace la letteratura?
La letteratura di per sé non proprio. Ma certi autori – da morire. Da un paio di anni sono innamorato di Nabokov. Capisco perché sia diventato celebre in America per le sue provocazioni letterarie a cominciare da Lolita fino alle ultime. Ma adoro soprattutto il suo stile letterario. Se esiste un postmoderno ad alto livello letterario questo è Nabokov, perché per primo usa citazioni moderne e le riarticola in modo contemporaneo e poi salta tra genere e genere con l’eleganza di un cigno. Il mio interesse per Nabokov sono i suoi giochi di parole, il suo ben dire, e l’uso della lingua inglese prima come lingua straniera dopo la lingua russa per poi diventare lo stilista inglese per eccellenza, padroneggiandolo alla perfezione. È piacere letterario puro.

In che lingua leggi Nabokov?
In inglese, anche se ultimamente l’ho letto anche il sloveno per cercare di capire come si potrebbe fare uno stile nabokoviano in sloveno. Mi è servito moltissimo per il mio stile letterario, perché sta per uscire il mio romanzo che deve moltissimo a Nabokov. Ecco, per dirla in filosofese, Nabokov è il mio maestro spirituale in fatto di letteratura.

Tu parli e leggi in quattro lingue (sloveno, italiano, inglese e francese), più un po’ di greco antico e moderno. Cosa ne pensi della traduzione come tale?
Benjamin ha detto che la traduzione dimostra che la lingua originale non esiste, se c’è un originale è la traduzione stessa. Il solo fatto che le lingue siano traducibili, pur ammettendo che si perde qualcosa di autentico, deve evidenziare il lato ottimistico, cioè che attraverso la traduzione si guadagna qualcosa che non c’era nell’originale, si produce un surplus che non esisteva nella lingua precedente. Questa traduzione del perduto nel surplus è il lato più interessante della traduzione e la posizione che ogni traduttore dovrebbe avere. Si producono cose nuove che non potevano essere né prodotte né concepite nell’originale, ma potevano essere inventate solo traducendo. Per esempio Lacan che traduce Freud dal tedesco al francese produce concetti completamente nuovi, non solo perché cambia lingua ma perché nei suoi seminari di anno in anno sviluppa le sue teorie alla luce di altri contesti.

Un altro tema che hai trattato spesso è stato “il tocco”. Nel romanzo in uscita Pianistov dotik (Il tocco del pianista) e un saggio uscito da poco intitolato Sokratski dotiki (Il tocco socratico). Perché il tocco e il toccare?
Il tocco è un tema che mi interessa moltissimo per la sua relazione con il linguaggio. Per parlare non si può o e non si deve toccare, ma quest’intangibilità è essenziale se si vuole toccare con la parola. Per esempio, le metafore ci toccano non solo perché sono belle, ma perché dimostrano la proprietà tattile dello linguaggio stesso. Il tocco non è stato, fino alla recente linea Lacan-Derrida-Nancy, di interesse filosofico. Ma guardando attentamente, rileggendo la storia della filosofia occidentale, c’è una corrente tattile che inizia da Platone e arriva fino ai nostri giorni. Negli Sokratski dotiki, per esempio, ho cercato di interpretare Socrate e la sua pedagogia erotica tramite il tocco. Nel Pianistov dotik sono andato a esplorare il rapporto tra tocco e musica in termini letterari. Quanto al tocco nel nostro quotidiano basta pensare agli ingegni del tocco – telefonini, tablet, etc. – che dichiaratamente ci fanno sentire più vicini, ma in realtà hanno mortificato il contatto umano nella stessa misura in cui hanno digitalizzato il tocco come tale. Ecco, se esiste un senso della mia filosofia del tocco è questa: come rivitalizzare il tocco in un era nella quale il tocco non esiste più.

Se siete arrivati alla fine dell’intervista, avete capito perché ci sono stati più caffè e molte sigarette.