Paolo Ermano e il Future Forum di Udine: ”fare squadra per un nuovo Friuli Venezia Giulia”

L’anno scorso abbiamo seguito con interesse la prima edizione del Future Forum, incuriositi dalla formula insolita e rischiosa dell’evento diffuso a livello temporale (un mese e mezzo) e territoriale (l’intera provincia di Udine), dalle tematiche proposte anche in maniera pungente e provocatoria ma utili per un territorio in bilico tra centralità europea e chiusura culturale e da un livello di ospiti e partner al quale purtroppo in Regione non siamo abituati.

Promosso dalla Camera di Commercio di Udine, in collaborazione con l’Ocse, con il Copenhagen Institute for the Future Studies, con l’Institute for the Future di Palo Alto, con l’Associazione vicino/lontano e con l’Università di Udine, il Future Forum ha saputo dare un contributo importante al dibattito su quali saranno le sfide che i prossimi anni ci riservano attraverso workshop tematici e attraverso la presenza di personalità di punta negli studi e nelle politiche legate all’innovazione, declinate di settimana in settimana su temi del lavoro, dell’industria, del sapere, della città, della scienza e sul futuro stesso.

Nonostante il successo dell’anno scorso in termini di partecipazione a workshop e seminari e alle singole conferenze, con una presenza massiccia e confortante di scolaresche, e di risonanza mediatica, l’edizione di quest’anno presenta delle sostanziali novità che non possono che arricchire di curiosità la nostra già ottima impressione del lavoro e del valore dell’iniziativa. Ne parliamo con Paolo Ermano, uno degli organizzatori dell’evento.

 

Siamo giunti alla seconda edizione del Future Forum. Nonostante i meritati riscontri dell’anno scorso, quest’anno si cambia formula. Ci spieghi quali saranno le novità e come mai si è deciso di cambiare la squadra che vince?

“L’anno scorso molti ospiti sostenevano con forza l’importanza di crearsi un futuro: è importante ascoltare i migliori consigli, che per noi vuol dire avere come partner prestigiosi istituti internazionali, ma il vero passo per costruirsi un futuro parte da noi stessi, dal condividere un orizzonte comune. Così quest’anno abbiamo affiancato all’attività “convegnistica”, la creazione di due agende per il futuro, una per la città di Udine e una per la nuova manifattura. Quest’ultimo è un progetto che vede insieme la CCIAA di Udine e quella di Pordenone, poiché i confini delle due provincie sono oramai obsoleti: fare sistema vuol dire riconoscere la contiguità dei territori e delle esigenze.

Le due agende saranno delineate da una collaborazione fra l’OCSE e dei tavoli di lavoro organizzati appositamente che coinvolgeranno le principali realtà economiche, sociali e culturali della città di Udine (circa 180 persone) e le realtà imprenditoriali e politiche dell’area manifetturiera fra Udine e Pordenone. Un innovativo percorso di confronto sia dall’alto verso il basso che dal basso verso l’alto.

L’obiettivo di delineare un’agenda del futuro per l’area friulana partendo dalla base, cioè dai rappresentanti delle categorie produttive della zona, è già una bella sfida dal punto di vista metodologico. Seconde te il luogo comune forse ingeneroso del friulano individualista che vuole fare da solo ha ancora senso? Già la scelta di mandare dei rappresentanti delle varie categorie a collaborare e delineare una visione comune ai tavoli di lavoro indica una fiducia da parte vostra in questo senso. Ho letto bene?

“Scontiamo un campanilismo di vecchia data in Friuli Venezia Giulia. Per fare un esempio, molti udinesi non sono mai andati a visitare Trieste, e viceversa. Eppure in questo territorio nei primi del ‘900 le realtà cooperative e mutualistiche sono state uno strumento straordinario di sviluppo. Tuttavia, le associazioni di categorie e gli altri soggetti interpellati hanno risposto molto positivamente al nostro invito; evidentemente qualcosa sta cambiando, soprattutto nella consapevolezza che da soli non si va da nessuna parte. E perché no, un pizzico di curiosità verso una proposta davvero unica ci ha aiutato.

Aggiungo che il nostro progetto ha l’ambizione di far discutere persone con ruoli diversi: non è improbabile che, ad esempio, il presidente dell’associazione degli industriali dialogherà con un membro di un’associazione culturale. Due mondi e due ruoli diversi e lontani, così lontani, forse, da poter individuare nel dialogo nuove prospettive, nuove proposte, nuove relazioni per un nuovo futuro condiviso. Per questo, portarli in uno stesso tavolo e farli parlare insieme, per noi, è un grande risultato”.

Il Future Forum si pone l’orizzonte temporale dei 20-25 anni. Pensi che la mancanza di innovazione sia stata uno degli errori dell’imprenditoria del nord est durante il cosiddetto boom economico dei primi anni ’90? Pensi che oggi l’importanza di innovare sia stata recepita e si possa recuperare l’attitudine imprenditoriale di 25 anni fa alla luce delle nuove lezioni imparate dalla crisi?

“In regione abbiamo 3 università d’eccellenza: Trieste, Udine e la Sissa. Formiamo da anni personale altamente qualificato; molti, però, vanno a far fortuna altrove e le cause sono molte. Sicuramente la mentalità del piccolo imprenditore-padrone è una delle principali: le PMI locali sono il risultato della volontà di comandare fino alla fine di artigiani o operai che hanno deciso di lavorare in proprio negli anni ’70 e ’80. Quel mondo è finito negli anni ‘90, ma molti lo stanno capendo solo ora. Rimane ancora un muro da rompere: far capire che innovazione non riguarda solo la scoperta scientifica o la creazione di un prodotto migliore. Amazon, Zara, H&M, IKEA o Apple non hanno inventato nessun nuovo prodotto: hanno innovato dal punto di vista della logistica, del marchio, del rapporto col cliente, del design dell’oggetto. Questi concetti non sono stati ancora metabolizzati nella nostra cultura. E’ il momento di fare un salto di qualità strutturando un pensiero verso un futuro di medio lungo periodo”.

Come nasce la collaborazione con il Forum Universale delle Culture di Napoli? Quali paralleli si possono delineare tra due realtà italiane ma così diverse dal punto di visto culturale ed antropologico?

“La collaborazione nasce dalla professionalità: il Forum Universale delle Culture di Napoli ha trovato in noi un contenitore e un contenuto di assoluta qualità e ci ha chiesto di portarlo nella capitale campana. Portare lì un po’ di Friuli è motivo d’orgoglio per noi e rappresenta una speranza nella volontà di un maggior dialogo fra Nord e Sud basata non sull’enunciazione di qualche principio buonista, ma sulla professionalità. Bravi noi a farci conoscere; bravi loro a cogliere l’opportunità di fare un percorso insieme”.

Dobbiamo aspettarci una costante evoluzione da parte del Forum nei prossimi anni? Pensate di allargare anche alle vicine Austria e Slovenia o Croazia, già incontrate nella scorsa edizione, il dibattito, nell’ottica della creazione di un’area più vasta rispetto a quel regionale?

“La formula del Forum è in evoluzione, così come in evoluzione è nostro il futuro: noi cerchiamo di capire le esigenze del mondo imprenditoriale legato alla Camera di Commercio per dargli risposte appropriate. Aprirsi ai nostri vicini europei è una possibilità che abbiamo già esplorato e che stiamo cercando di esplorare anche in questa edizione. Per fortuna le relazioni fra noi e nostri vicini sono molto migliori, a livello di imprese e di enti pubblici, di quanto si creda”.

Tu insegni anche economia all’Università di Udine. Su cosa dovrà puntare secondo te la Regione nei prossimi vent’anni?

“Schematicamente punterei su due questioni. Primo, la popolazione migrante: è composta da giovani affamati di sapere che portano esperienze e visioni diverse dalle nostre. Completare il processo di integrazione vorrebbe dire completare un percorso di apertura al nuovo e al diverso che farebbe del bene a tutti, soprattutto a noi. Secondo, la comunicazione: esistono in regione diverse esperienze straordinarie che nessuno conosce poiché noi non sappiamo farci conoscere: conosco diversi ragazzi emigrati che poi sono ritornare in regione quando hanno scoperto (spesso casualmente) che anche qui potevano fare il percorso che ambivano.

Presentarci meglio è un modo per fare squadra e superare i campanilismi. Così si crea un nuovo Friuli Venezia Giulia”.