Painting Detours. Impressioni di Eva Comuzzi

PAINTING DETOURS – 22 OTTOBRE 2011 / 24 GIUGNO 2012

IMPRESSIONI

di Eva Comuzzi

I seguenti scritti sono pensieri da me annotati durante il periodo di ‘residenza’ al Guado dell’Arciduca a Nogaredo al Torre, appunti abbozzati per le visite guidate e completati con esse.

Sono suggestioni legate alle tele degli artisti e alle atmosfere del luogo, impressioni maturate nei mesi di novembre e dicembre, nel corso della mostra Senza di te, che sarei mai io?, all’interno della quale erano presenti le opere dei tutors: Luca Bertolo, Francesco De Grandi, Maria Morganti e Marco Neri e durante la residenza di un mese, degli artisti da loro selezionati: Riccardo Baruzzi, Thomas Braida, Silvia Chiarini, Sara Enrico, Pesce Khete, Ivan Malerba, Gionata Gesi Ozmo, Dario Pecoraro, Vito Stassi e Lucia Veronesi.

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Senza di te, che sarei mai io?

22 ottobre – 11 dicembre 2011

Scuderia e stanze della villa

 

Maria Morganti – Luca Bertolo

Nogaredo al Torre, 22 ottobre – 11 dicembre 2011

 

13 novembre 2011

ore 10.05

Tutto procede lentamente qui.

Superata quella soglia che corrisponde alla piccola chiesa di Sant’Andrea, si viene inglobati in una bolla ed è come se da quel momento in poi il mondo là fuori non esistesse più. Protetti e pronti a recuperare il tempo, quel tempo che oltre la linea immaginaria viene fagocitato dall’esistenza stessa. Una falla continua. Chissà perché… Chissà perché la gente lavora in un modo così forsennato, perché ha deciso di vivere in un modo così compulsivo ed isterico. Continua a correre, a lavorare. A correre e lavorare. Arbeit macht frei.

Ci hanno creduto e ci credono ancora…

A cosa serve lavorare se poi non si ha il tempo per vivere? Se poi non si trova il tempo per godere di istanti o luoghi come questi? Degli affetti, delle passioni… Che senso ha?

Qui si impara ad ascoltare e ad osservare. A rallentarsi…

Oramai riesco a riconoscere le ore dalla posizione del sole. In questo istante gli sono di fronte. È una splendida giornata d’autunno e la gente sta andando a messa. Oggi c’è la benedizione delle macchine agricole. Alcuni ritornano dai campi, altri vanno a correre dietro l’argine…

Chissà come sarà l’incontro fra questo tempo sospeso e gli artisti che vivranno per un mese nel borgo. Chissà quali energie scaturiranno e da che cosa verrà influenzato ognuno di loro.

Quali nuove atmosfere ed umori assorbirà la tela…

 

19 novembre 2011

ore 12.30

Anche un quadro è finito quando ha avuto il suo tempo.

Il tempo si sedimenta.

Si appoggia sulla pelle come la polvere su un oggetto. Crea strati sempre più solidi, offusca. Consuma.

È circolare.

Ogni cosa a suo tempo. Ogni cosa ha un suo tempo. Poi, o finisce o cambia.

Non esiste la staticità, nemmeno in pittura.

Non cambiare significa ossidarsi. Significa essere rassegnati. Morire.

Intimista, lenta, meditativa. Spirituale. Circolare. Sono i primi aggettivi che mi vengono in mente quando guardo i lavori di Maria Morganti. Un pensiero, un evento, annotati su un diario sempre aperto.

Frammenti plasmati dalla forza centripeta della memoria che, come un vortice, tutto mischia, sovrappone, confonde, andando a creare una nuova realtà.

Nessun colore è puro, tutti sono mischiati a quelli precedenti e a quelli precedenti ancora. Non c’è nulla di puro. Tutto è influenzato e influenzabile. Anche i pensieri. Noi siamo quello che mangiamo, che vediamo, che sentiamo, che osserviamo, che amiamo e tante altre cose ancora. Elementi che, uniti e sovrapposti creano il colore puro, dove per purezza intendiamo la nostra unicità. La nostra alchimia. Tanti strati 7, 20, o strati infiniti come nel quadro ‘della vita’: il deposito di ricordi personali, umori e atmosfere, che si stratificano, giorno dopo giorno, nel suo studio, senza, probabilmente, vedere mai la fine.

Che cosa si kollagen intensiv nasconde sotto la pelle? Fino a quale strato noi stessi o gli altri, riusciamo a penetrare? Quale è il limite fra la pelle e la corazza? La pelle prima o poi diventa corazza? È per quello che avvizzisce? Che diventa brutta? Perché ha assorbito tutte le paure?

Siamo un paesaggio che cambia continuamente colore e consistenza. Bisognerebbe avere la curiosità, la pazienza, e l’amore per conoscerli tutti. Che differenza c’è fra l’acqua del mare e quella della laguna? La striscia sottile che porta all’isola di Pellestrina le divide. Apparentemente uguali eppure così diverse per colori, odori e probabilmente anche sapori. Per sfumature. Guardare alle sfumature delle cose. Guardare le cose in modo diverso. Cambiare il punto di vista, l’orizzonte, che non è solo frontale ma è anche laterale. Anche sua mamma ha una visione laterale delle cose che è causata da una malattia degenerativa chiamata maculopatia. Macula. Macchia.

 

20 novembre 2011

ore 15.45

Le tele di Luca Bertolo sono invase dalle macchie. Talvolta simili a macchie di Rorschach, altre a prove di colore stampa. Che cosa può diventare una macchia? Quali potenzialità ha in nuce un elemento così apparentemente insignificante? Che cosa provocano quelle cancellazioni, quegli errori? Il non previsto, quello che non è stato messo in conto? Un’altra possibilità, un’altra strada. Spesso una via d’uscita. Un confine. Stare sul confine, sul limite. Tra. Tra qualcosa che è successo e che può accadere. Tra quello che è e quello che può diventare. Lasciarsi stupire dalla processualità e casualità degli eventi. Col tempo la macchia è diventata quasi la sua firma, un elemento di riconoscibilità dal quale fuggire. Sono libere associazioni di racconti e memorie. Sono immagini surrealiste e metafisiche. Immagini malinconiche e sospese dove il protagonista è l’imprevisto, il non detto o il sussurrato. Quello che sta sotto, dietro. È sempre lì che bisogna cercare, come scrive nel testo di presentazione alla personale dell’artista, Chiara Camoni: “Mio nonno scriveva cartoline quando era via, a fare il militare. Mia nonna sapeva che le frasi più intime lui le scriveva sotto il francobollo”.

 

26 novembre 2011

ore 17

Destrutturare la pittura. Costruirne una grammatica. Esiste una grammatica della pittura?

Non solo macchie ma anche forme geometriche. Il triangolo e la fascinazione per la matematica: un nesso con la sua tesi in logica matematica?

La copia, il doppio. Tutte le opere di Bertolo in mostra vertono sulla tematica del doppio. Dittico, ma anche trittico. È difficile fare dei riferimenti alla storia dell’arte del passato. Penso subito ad una dimensione onirica e sospesa. Talvolta malinconica. Penso ad un paesaggio di foglie cadute, mi soffermo ogni giorno su dei particolari diversi. Una macchia azzurra che si distingue fra i grigi, o una macchia arancione fra i verdi. Dei tentativi di cancellazione, di eliminazione… Penso ad un gioco di pieni e vuoti. Il titolo della mostra ha trovato la sua personificazione visiva proprio in un lavoro di Luca. Innen + Aussen. Dentro e fuori. Contenitore e contenuto, pelle e ossa. Essere complementari.

Si può usare la pittura per non rappresentare nulla?

Se mi soffermo sulle poche figure delle sue tele qui presenti penso a Bacon, a Manet, a Goya. A Cézanne.

Sono le cose non chiare che non smettono mai di sorprenderci. Il mistero. Il non-detto, l’attesa, la tensione.

“Non è assolutamente indispensabile che ci sia qualche progresso perché lo spettacolo ci entusiasmi. Basta anche l’enigma…” (Maurice Maeterlinck)

All’interno dell’abitazione le macchie diluite di colore nei piatti di plastica, si trasformano nei paesaggi di Et in arcadia ego e si fanno posto, come piccoli oblò di una nave, fra le maschere primitive appese alla parete. Sono forme in divenire. Macchie che diventano vegetazione e che rimandano a certe vedute turneriane, ai mattini sulla Senna di Monet, alla pittura romantica di Constable e Lorraine.

continua…