Omissis 2012 Novae Experientiae Riflessioni

Ancora una volta Omissis si presenta come una struttura solida e tenace, capace di coinvolgere non solo l’intera città di Gradisca d’Isonzo, ma un territorio, quello del Friuli Venezia Giulia, che piano piano è stato ripulito da tutte le istituzioni che volgevano uno sguardo attento e curioso alla contemporaneità. Le proposte, nove spettacoli con alcune repliche, suddivise in tre serate, spaziano dal teatro classico di parola, al teatro sperimentale, fino ad arrivare alla videoarte e alla danza. Come ogni anno, le compagnie coinvolte provengono, oltre che dall’Italia, da diversi stati europei e ciò ci permette di avere una panoramica più ampia, per quanto mediata dalle preferenze degli organizzatori, sulla situazione delle arti visive e del giovane teatro.

Le tematiche affrontate sono quelle sulle quali da sempre si arrovella l’essere umano, ovvero il mistero della vita e della morte, l’amore e i rapporti di coppia, ma soprattutto l’esperienza che di tutto questo ne fa il nostro corpo, macchina che ancora oggi ci appare sconosciuta e con la quale non sappiamo rapportarci. Che siamo incapaci di comprendere e accettare proprio perché è lo specchio della fioritura e del declino, della sofferenza o della felicità. Un contenitore con il quale abbiamo poca confidenza e che cerchiamo di cambiare ancora prima di conoscere, del quale sappiamo che tutto quello che sta dentro è sporco e ripugnante e che ciò che sta fuori è bello solo se assomiglia a qualcosa d’altro, se corrisponde ad un modello che è stato deciso dall’alto, dal potere. Così ci è stato insegnato. A questo ci siamo adeguati. E da lì non ci siamo mossi. Passiamo l’intera esistenza a scrutare, a scrutarci, a criticare negativamente; a rincorrere la perfezione estetica, certi in questo modo di poter elemosinare un po’ d’amore e convinti del fatto che potremmo farlo fintanto che saremo giovani e belli. Eppure, credo che mai come in questi anni, l’essere umano si sia sentito così brutto, vecchio e così lontano dal contatto fisico con l’altro. Così alieno anche a se stesso. Ci siamo resi inutili grazie a quello che abbiamo costruito e proprio quando abbiamo raggiunto questa sorta di “realismo terminale”, dominato da agi e prodotti tecnologici, abbiamo iniziato a chiederci a che cosa potessimo ancora servire. E a questo punto, affascinati dalla proliferazione incontrollata dell’oggetto e dalla seduzione che esercita, ci siamo piegati ancora una volta e abbiamo iniziato ad assumerne le medesime fattezze.

Abbiamo cercato di rivendicare libertà, indipendenza ed autonomia dalle persone, diritti sul lavoro, ma ci siamo resi mano a mano schiavi di elementi inanimati. Alienazione e degrado spirituale sono tematiche care al performer Giulio Morgan che, accompagnato quest’anno dal musicista Giorgio Pacorig ci parla di lavoro. Lo fa attraverso un monologo che fonde in tre atti i pensieri divergenti di Céline, Marx e Weil. La scena, spoglia, è allestita solo da lampade che scandiscono tre momenti che potrebbero rappresentare un tempo passato, presente e futuro, ma che in realtà ci raccontano di come le problematiche legate all’esistenza siano sempre le medesime e di come, proprio quella luce artificiale che Morgan accende ad ogni cambio di postazione, corrisponda con l’inizio delle nostre prime ansie e frustrazioni. Sì, perché se con la nascita della luce artificiale l’uomo ha avuto la possibilità di scegliere con quali ritmi lavorare, e dunque come gestire la propria giornata, indipendentemente dalla natura, oggi, ‘grazie’ a cellulare ed email si è concesso la possibilità di essere sempre reperibile ed operativo. Ha aumentato i mezzi di controllo su se stesso e sugli altri, non rendendosi conto che così facendo andava ad alimentare le proprie paure e crisi esistenziali. E, soprattutto, che si stava facendo divorare (o era lui stesso a divorarlo?) dal tempo che non c’è più. Non c’è mai. Non c’è per niente e per nessuno. Non c’è per andare a trovare le persone, per gli amici, non c’è per fare figli e crescerli, per mangiare, non c’è per vivere una storia d’amore. “In tutte le grandi città, le persone vanno sempre di fretta, rincorrono la propria ombra e cercano di tenersi stretto tutto ciò che possiedono. Se ti viene chiesta l’ora, rispondi?”, si domandano i protagonisti di City, spettacolo recitato di danza che vede protagonista la compagnia meticcia Bloom!, i cui ballerini provengono da Italia, Ungheria, Slovacchia, Spagna e Regno Unito. È uno spettacolo semplice e minimale, che affronta in modo ironico le tematiche sopracitate giocando senza malizia con la nudità, che parla della difficoltà di liberarci da potere e pregiudizio, ma che sembra proporre come soluzione (benché i finali siano più di uno e si presentino, pertanto, come varie possibilità), l’essere se stessi e il rivendicare la propria identità e fisicità senza timori. L’importanza di scegliere quale direzione prendere, di fare qualcosa, anche di piccolo e non restare fermi. In fondo basterebbe così poco per rallentare il tempo, basterebbero delle cose minime, basterebbe imparare ad utilizzare in modo costruttivo e parsimonioso la tecnologia. Ne è un esempio la performance per un solo spettatore del duo ispano-inglese Me and the machine che con When we meet again ci rende protagonisti di un momento intimo e delicato, di un ‘a tu per tu’ con uno sconosciuto che non possiamo vedere ma solo sentire e che ci chiede di affidarci e di fidarci maggiormente di ciò che non vediamo o non conosciamo. Di smettere di vivere in una situazione di costante allarme. Sono nove minuti fatti di momenti che potrebbero essere definiti dai più, banali o smielati, momenti di cui, ora più che mai, ne avremmo sempre più bisogno. Siamo all’interno del Torrione San Giorgio, dove uno degli artisti ci fornisce delle cuffie e degli occhiali, attraverso i quali possiamo vedere un video che muterà la percezione del nostro corpo e dell’ambiente che andremo a percorrere. L’unica cosa che dobbiamo fare è seguire chi ci conduce, lasciarci andare, pensare alla musica, danzare, guardare l’oceano e infine toccare e mangiare una fragola. Riprendere il contatto con i sensi sopiti, soprattutto con il tatto. Chiudere gli occhi e imparare a sentire con le mani e ad usare di più l’immaginazione e l’immaginario. Essere più visionari ed interattivi.

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Prosegue il percorso nell’altrettanto suggestivo contenitore del Palazzo Monte di Pietà, dove, al centro della sala è collocata una teca in vetro con il corpo bianco e seminudo di una donna. Un corpo quasi mummificato, che da immobile tableau vivant si fa misuratore dello spazio e interagisce con la proiezione che dall’alto ne percorre, come una radiografia, tutti gli anfratti, trasformandosi in un corpo a corpo silente e cinetico tra il fisico e l’etereo. In un confronto serrato fra la materia e l’anima che non riescono più a trovare pace ed equilibrio. Che non sanno riconoscersi. La carezza del vetro dei romani Three Minutes Ago / Quiet Ensemble ricerca, attraverso dei connotati puramente estetici, ordine e pulizia formale e gioca con la luce per restituire armonia ad un corpo atrofizzato. Dopo aver contemplato gesti minimi e azioni lente fatte di silenzi Viagra Online, la spagnola Angélica Liddell cerca di farci schiantare a terra e di riportarci, con due spettacoli in prima nazionale, a quella vita che, come sostiene l’artista stessa, è poco più che un laccio schiacciato sull’asfalto dove l’amore è destinato al fallimento, l’intelligenza al fallimento e dove ci distruggiamo gli uni con gli altri per codardia, dove umiliamo e siamo umiliati fino alla fine. Lesiones incompatibles con la vida e Broken Blossoms ci parlano delle sconfitte dell’uomo come essere umano e delle sue brutture.

Nel primo caso l’attrice, il cui volto è sostituito da una maschera che la ritrae bambina, è seduta a terra. È avvolta da una sorta di camicia di forza e i piedi, cementificati, le impediscono di muoversi agevolmente. Può solo trascinarsi. Può solo strisciare. Come un verme. È questo in fondo ciò che siamo, no? Alle sue spalle un video mostra una foto di famiglia, affiancata a contesti tristi e deprimenti. Lei, così piccola e protetta al centro dai genitori, non avrebbe di certo potuto immaginare che la vita sarebbe stata un crescendo di perdite di ideali e aspettative. La vita è un inganno. Non esiste l’amore, non esiste il bene, non esiste l’uomo buono. La società è misogina e fallocentrica e non vi è nessuna possibilità di redenzione o di miglioramento. Non c’è nulla da fare. La famiglia è solo una facciata che serve ad alimentare il potere. “Non voglio avere figli” ripete fino alla nausea nel video. “Castigo il mio corpo per disobbedire”. “Mi faccio del male per ribellarmi contro le lesioni causate dal nuovo puritanesimo sociale”. Mano a mano che le immagini scorrono alle sue spalle, la Liddel si strascica verso il centro e ci sbatte in faccia quell’origine du monde che ha dato vita a degli esseri così crudeli e dalla quale ora fuoriescono solo elementi inerti. Sassi, macigni. “Come può sopravvivere l’uomo dopo le atrocità che ha commesso nel Ventesimo secolo?” Come può andare avanti? “No quiero aportar nada al mundo salvo mi profundo horror por el mundo”. Bene. E quindi? Che si fa? Rispondiamo al nulla con il nulla? Quello della Liddel è uno spettacolo che mi lascia perplessa su più fronti. E la prima domanda che mi pongo è se oggi abbia ancora valore, se abbia ancora forza questo tipo di contestazione. Se sia necessario cercare di scioccare, di scuotere le persone con delle modalità performative in voga negli anni Sessanta. Inscenare una sorta di protesta di piazza che stupisca le masse benpensanti o se, al contrario, la semplice proiezione del video, con una maggiore cura anche nell’editing, non fosse stata più efficace, più incisiva. Ha senso denunciare il degrado con altro degrado? Parafrasare quello che già vediamo tutti i giorni? Denunciare le disgrazie, il malessere, senza trovare una soluzione costruttiva, senza proporre o tentare nulla di nuovo? Come dire… non rimane che il suicidio…

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Broken Blossoms ha, al contrario, un piglio leggero ed ironico, che sfuma purtroppo nella parte finale in futili e ridondanti manierismi che indeboliscono e banalizzano un lavoro divertente ed intelligente.
Rimanendo sempre nell’ambito della spettacolarizzazione che verte sulla prova fisica e sulla resistenza, incontriamo anche quest’anno i VestAndPage. Genuini, ma incapsulati ancor più dell’anno scorso, nella loro autoreferenzialità, il duo ci presenta una performance ed un video incentrati sulla fragilità dell’essere umano e sul rapporto con i suoi simili e la natura. Svaniscono in Terra Nova la tensione ed il dialogo fra la coppia che avevano connotato Balada corporal I e IV e il risultato è un percorso ad ostacoli in cui si succedono un groviglio di immagini, che spiace non riescano a far esplodere le potenzialità visionarie e l’intensità che hanno in nuce, risultando dei semplici frame slegati fra loro, delle cose messe a caso. Verena Stenke e Andrea Pagnes presentano una sorta di teatro di strada che coinvolge il pubblico pur mancando però di uno scambio energetico con esso e dove il dialogo risulta serrato solo all’interno delle mura domestiche. Molto simili a due bimbi che sperimentano senza averne la consapevolezza, essi sembrano mano a mano fare esperienza di ciò che incontrano nel loro cammino: scoprono che i vetri tagliano e tagliandosi scoprono il sangue, si distendono sul ghiaccio e si accorgono che è freddo, provano a danzarci sopra ma scivolano… Anche sin∞fin, video girato fra le nevi dell’Antartico e facente parte di una trilogia che investiga varie sfere dell’individuo, da quella intima, alla coppia, dal sacro, all’ambiente, non capisco se sia stato concepito o meno come una parodia del Drawing Restraint di Matthew Barney e mi chiedo se per domandarci chi, in questo mondo, sia il giocatore e chi la pedina e a chi spetti la prima mossa, sia necessario farlo in modo così didascalico, ovvero giocando a scacchi fra i ghiacci…

Il resoconto di queste tre piacevoli e variegate serate si conclude con Nude Studies, della compagnia di danza olandese United – C. Uno spettacolo intenso e raffinato, curato in tutti i dettagli, davvero minimi. Sul palco, nudo come le ragazze che si succedono nei quattro atti, l’attenzione viene immediatamente calamitata dalla grazia e dalla forza dei corpi che si muovono in moti ipnotici. Erotica e lasciva, Lucie Petrusova concentra, nella sua minuta e sinuosa fisicità, tutto il colorismo e la delicatezza di una tela simbolista, per esplodere, sul finale, in uno stato di possessione controllata. Intriganti ed estremamente pittoriche le ‘pennellate’ di luce che fendono il palco buio e che si riverberano sulla capigliatura rossa e sui tessuti epidermici, mettendone in risalto il candore abbacinante. Incede, elegante come un cigno, nel secondo atto, Marleen Kleinstapel. Il passo silenzioso e il lento scoprirsi della figura, denotano un’essenza al contempo virginale e spudorata. Androgina e sfrenata come una seguace di Dioniso, Marjolein Vogels affascina nel terzo assolo per i forti contrasti fisici che vedono un viso angelico e quasi da putto, incastonato in una corporeità possente e maschile. È forte ed energica nel dominare il materasso, con cui danza vibrante per tutta la scena. Appare infine, nella potenza del suo impressionante fascio muscolare, Andrea Hackl: una scultura michelangiolesca sulle cui pieghe si insinua tutta la fragilità degli scatti di Francesca Woodman che mi appaiono come una visione nella parte psichedelica finale, in cui la ballerina cerca un connubio con l’architettura dello spazio. Perfette interpreti dei loro ruoli e maestre nel mutare il loro corpo in qualcosa d’altro, le quattro ninfe si contraddistinguono per la libertà e potenza espressiva e per la forza con la quale riescono a ridefinire il corpo femminile, oggi più che mai vestito solo di stereotipi. Circondati da protesi ed artifici, da elementi posticci e donne ingessate, ci dimentichiamo troppo spesso di quanto possa essere intensa l’intimità di un corpo naturale. E di quanto sia incantatorio ed affascinante sentirlo parlare e vederlo muoversi. Un corpo che sarà sì fragile e vulnerabile, ma che proprio perché forgiato dal tempo e dai nostri moti interiori è scrigno prezioso della nostra unicità.

Foto credits: Silvia Profumi | STUDIO14