Nucleare iraniano, accordo in vista

La trattativa si era preannunciata difficile fin dall’inizio, con Netanyahu salito sulle barricate contro un accordo che, secondo il primo ministro di Israele, avrebbe messo a repentaglio la vita del suo popolo. Il concetto era già stato ben ribadito di fronte al Congresso americano, con un discorso fortemente voluto dai repubblicani che aveva dimostrato, nel caso ce ne fosse stato bisogno, che le elezioni di midterm hanno fortemente compromesso la forza del governo Obama che deve mostrarsi intransigente anche se in realtà sa di avere molto poco margine di azione. L’amministrazione del Presidente USA punta infatti a ridurre il proprio impegno nella penisola arabica, senza però lasciare il campo libero a Cina e Russia. Il tentativo statunitense sarebbe quello di emancipare le grandi potenze della zona ovvero Turchia, Israele, Iran e Arabia Saudita, rimanendo però ago della bilancia fondamentale per garantire gli equilibri geopolitici tra questi giganti.

Punto di partenza è stato senz’altro il presupposto che l’Iran non ha e non dovrà avere nei prossimi anni la possibilità di dotarsi di un’arma atomica.

È da questa prospettiva che si può tentare di osservare gli sforzi che il Consiglio di Sicurezza (più la Germania) sta cercando di mettere in campo per raggiungere un accordo sul nucleare iraniano. La questione ha origini antiche, si parla del 1979 con l’inizio dei tentativi di arricchimento dell’uranio, poi messi da parte a seguito delle sanzioni degli Stati Uniti e della forte preoccupazione della comunità internazionale sulla possibilità che il paese stesse tentando di dotarsi di un’arma atomica. Timore reso ancora più forte dalla posizione dell’Iran riguardo all’esistenza di Israele, piuttosto negativa, per usare un eufemismo. Dopo anni di stop, il negoziato ha ripreso vigore a seguito dell’elezione di Hassan Rouhani a presidente della nazione. Grazie alla sua indole più moderata ed al suo passato come mediatore sulla questione del nucleare persiano, non sorprende che sia la persona che probabilmente riuscirà ad aggiudicarsi il premio per la vittoria finale.

Punto di partenza è stato senz’altro il presupposto che l’Iran non ha e non dovrà avere nei prossimi anni la possibilità di dotarsi di un’arma atomica. Questo perché si vuole evitare una prolificazione nucleare in un’area così calda ed instabile; inoltre vi sono oggettivi motivi di preoccupazione per Tel-Avi. Gli scettici sostengono che un attacco preventivo iraniano ad Israele è improbabile, in quanto ne seguirebbe un annientamento in poche ore dell’attaccante (cosa tra l’altro vera e che a Teheran devono sapere bene). È anche vero tuttavia che per la sua conformazione geografica e per le caratteristiche della distribuzione della propria popolazione, il paese guidato da Netanyahu non può permettersi di subire un attacco di questo tipo, perché ne verrebbe annientato. Detto questo, è ritenuto prioritario da parte di tutte le potenze occidentali garantire la sicurezza di Israele ed il suo diritto all’esistenza.

Per questo si pensa di permettere all’Iran di far funzionare il 40% delle proprie centrifughe di arricchimento dell’uranio (6.000 delle circa 19.000), condizione che permetterebbe di portare avanti un programma civile per la produzione di energia elettrica. Si darebbe al contempo modo di contrastare un’eventuale violazione dei patti da parte delle autorità persiane in quanto con le risorse in dotazione previste dall’accordo, l’Iran avrebbe bisogno di un anno per dotarsi di un ordigno nucleare, lasciando così alla coalizione internazionale un discreto margine di tempo per scoprirlo ed intervenire. È prevista inoltre una vigilanza piuttosto stretta su tutti gli impianti ad oggi conosciuti, anche in considerazione del fatto che il paese in passato si è dimostrato disponibile a barare, lavando i panni sporchi lontano da occhi indiscreti. Per soggiacere a queste condizioni l’Iran chiede che siano immediatamente ritirate tutte le sanzioni commerciali imposte nei suoi confronti, ipotesi che lascia scettici gli occidentali che preferirebbero un meccanismo progressivo che premi l’osservanza del piano un poco per volta. Ulteriore motivi di frizione risiederebbero sulle tempistiche degli accordi, che il diretto interessato vorrebbe si limitassero a 5-10 anni, mentre gli altri partecipanti per almeno i 10 ed i 15. Sulla sorte delle risorse di uranio in mano a Teheran, queste si potrebbero “diluire” in modo che non vengano usate per scopi impropri oppure andranno consegnate ad un paese terzo e garante, la Russia.

Ciò che chi siede oggi al tavolo delle trattative sa bene è che portare la trattativa fino al baratro come ha fatto ieri il ministro degli esteri russo è concesso, ma il fallimento non dovrebbe essere considerato un’opzione. Questo perché se la questione dovesse chiudersi con un nulla di fatto si lascerebbe all’Iran la possibilità di fare quello che desidera del proprio programma nucleare, senza la possibilità di esercitare alcun controllo da parte dei paesi esterni. Non secondario sarebbe anche il risvolto che delle più amichevoli relazioni tra Usa e Iran avrebbero sulla capacità di azione della coalizione anti-Isis, la quale gioverebbe senz’altro del migliore coordinamento degli attori coinvolti nonché della minore schizofrenia dei rapporti internazionali. L’arresto della trattativa significherebbe per l’Europa perdere l’unica alternativa al gas russo, viste le ingenti quantità delle quali l’Iran dispone e che si potrebbero tranquillamente trasportare verso il Bosforo attraverso la Turchia. Anche l’Italia, per una volta, potrebbe trarre qualche vantaggio. Vi erano infatti, prima degli embarghi commerciali, delle interessanti posizioni economiche nei confronti di Teheran che potrebbero essere riconsiderate se le sanzioni venissero a cadere. Se nei prossimi giorni le cose andranno bene si dovrà aspettare giugno per la ratifica del documento finale.

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