Netanyahu rieletto, brutte notizie per Israele?

In un paese così profondamente diviso in tante anime diverse la conferma di Benjamin Netanyahu appariva tutt’altro che scontata, tanto che i sondaggi sia d’opinione che più prettamente politici lo davano sconfitto per circa quattro seggi. Invece la rimonta c’è stata ed è imputabile a due motivi: si è riusciti a spostare il focus dell’elezione dall’ambito politico alla figura del primo ministro in carica, facendo diventare il quesito elettorale una sorta di referendum sulla persona di “Bibi”; in secondo luogo è stata una scelta azzeccata, da parte dell’ormai vincitore, quella di puntare tutto sulla questione palestinese e sulle paure che affliggono il popolo israeliano. Così il cerchio si è chiuso ed un sorpreso Likud si è trovato ad avere 30 seggi su 120, ovvero la maggioranza relativa. Sbaragliata la concorrenza dalla statura politica di Netanyahu, il quale ha saputo sfruttare le elezioni anticipate da lui stesso volute per liberarsi di una maggioranza di governo divenuta ingovernabile e riacquistare il potere. Tra i principali contendenti, il partito di centro sinistra Zionist Union ha conquistato 24 scranni, mentre il partito che riuniva tutti i partiti arabi di Israele è arrivato terzo con ben 14 seggi.

Quest’ultimo dato ci porta ad una delle riflessioni principali che derivano da questo esito elettorale. Il di-nuovo-premier Netanyahu è riuscito a ribaltare tutti i sondaggi che lo davano sconfitto grazie ad una grande promessa: “non ci sarà uno stato palestinese”. Questa frase ha fatto breccia nei cuori dell’elettorato ma rischia di andare nettamente in controtendenza. “Lista Comune”, il partito che raggruppa tutte le componenti politiche arabe rintracciabili in Israele, è riuscito a conquistare 14 seggi, ovvero un quarto di quelli che servono per avere la maggioranza assoluta del Knesset, il parlamento israeliano. Questo risultato indica una tendenza che si sta consolidando nel paese e che vede la componente araba in rapida ascesa all’interno della comunità israeliana, la quale non se ne può liberare visto che il principale partito di governo ha appena basato la sua vittoria sulla negazione della “teoria dei due stati”, uno palestinese ed uno sionista. Il rifiuto delle rivendicazioni dell’OLP rischia inoltre di inasprire i rapporti con tutta la comunità internazionale che ha invece conferito alla Palestina lo status di osservatore ONU nel 2012 (con grande sdegno di Netanyahu). Ci si sarebbe probabilmente spinti oltre se la questione non fosse stata bloccata in sede del Consiglio di Sicurezza dal veto degli Stati Uniti, i quali evidentemente non sono ancora pronti a rischiare di inimicarsi l’unico stato davvero benigno nei loro confronti all’interno della penisola arabica, nonché unica vera democrazia nell’area.

Ciò nonostante è parso subito evidente come la notizia della rielezione di Netanyahu non sia stata apprezzata dalla Casa Bianca, con un fastidio divenuto palpabile visto che Obama non ha chiamato il neo premier per complimentarsi, lasciando al secondo in carica, Kerry, l’onere di fare gli auguri di rito. La rottura si era già avuta dopo l’ultimo discorso del primo ministro israeliano al Congresso americano, nel quale il leader sionista si era lanciato in un’iniettiva contro l’Iran che aveva messo in seria difficoltà lo staff del presidente americano, che molti vedono impegnato in un tentativo di mediazione sul programma nucleare dello stato sciita in vista di una possibile alleanza dei due paesi contro lo Stato Islamico. Sembra in ogni caso finita la stagione in cui gli Stati Uniti garantivano per Israele facendo passare ogni critica alla condotta del secondo come un insulto razzista ed antisemita. Non si dovrebbero quindi più ripetere le violazioni dei diritti umani alle quali abbiamo assistito in questi anni, come la costruzione di un muro alto venti metri che limita nella sostanza alcuni diritti fondamentali della popolazione palestinese, come quello all’istruzione ed alla salute, impedendo il loro accesso a questi servizi con l’imposizione del passaggio attraverso dei check-point controllati dall’esercito israeliano. Anche l’uso spropositato della forza nel rispondere agli attacchi palestinesi potrebbe diventare un ricordo se non sostenuto dagli Stati Uniti, come nell’ultimo caso nel quale si era addirittura arrivati all’uso del fosforo bianco (bandito in gran parte dei paesi occidentali) e bollato dalla comunità internazionale come l’ennesimo caso di eccesso di legittima difesa da parte di Tel-Aviv.

Tornando all’esito elettorale, spetterà ora al presidente Rivlin affidare a Netanyahu l’incarico di formare una coalizione di governo. L’operazione non sarà semplicissima ma dovrebbe riuscire mobilitando tutte le forze di estrema destra, molto interessate al denaro che le casse pubbliche possono offrire per foraggiare le proprie cause, anche se questo vorrà senz’altro dire limitare gli investimenti in altri settori strategici, vista la crisi economica che anche qui non ha tardato a manifestarsi. A vincere in ogni caso, è stata una percezione più psicologica che politica. Gli elettori hanno fatto capire che hanno paura e che vogliono qualcuno che li rassicuri dalla galassia di nemici che hanno attorno. Tra questi il più prossimo è la Siria con la fazione dei ribelli (che Israele ha probabilmente foraggiato) che ha aperto le porte all’invasione dell’ISIS da nord. Altro attore ostile è senz’altro l’Iran, che oggi tuttavia appare più concentrato sullo Stato Islamico anche se l’ayatollah non può aver messo da parte le sue considerazioni discutibili sul diritto all’esistenza dello stato ebraico. Tutt’attorno c’è il caos: Yemen e Iraq sono nel pieno di due guerre civili che non si placheranno molto presto mentre l’Arabia Saudita regge il colpo ma è piuttosto esposta sul fronte controllato dal califfato. Di amici ne rimangono pochi e, ad eccezione del Kuwait, nessuno ha base nel Medio Oriente. Una situazione quindi che vede gli israeliani trincerati e pronti a resistere a qualsiasi cosa li aspetti.