Neri De Grandi. Un lavoro che apre le porte a svariati pensieri e riflessioni…

Neri – De Grandi

27 novembre 2011

ore 11.15

Le vedute di Marco Neri sono strutture portanti che mettono in luce l’essenza, la forza, le ossa della pittura. Sono paesaggi asciugati, epurati anche dalla colorazione, che si limita, tranne rare eccezioni, alle tonalità del bianco, del nero e del grigio. Lavorare in serie. Lavorare sullo stesso tema e sullo stesso soggetto per poterne cogliere le variazioni, il movimento, il cambiamento. I segni curvi e contorti di Mirabilandia li percepisco – in particolare da una visione laterale -, come due corpi intricati. Come due corpi portati alla loro estrema scarnificazione ma dotati di una morbida flessibilità. Penso al bacio di Max Ernst o alle bagnanti del periodo surrealista di Picasso, prosciugate dalla loro fisicità, dalla massa. Sono contorni leggeri, aerei, ovattati. Corpi che divengono profili vestiti da una foschia che nasconde e al contempo mette in mostra. Sono incastri che appaiono perfetti se visti ad una certa distanza  ma che al contrario evidenziano le loro ‘sbavature’ ad una visione ravvicinata. Come se ad un certo punto ci fosse stata una sterzata, un cambiamento di rotta. Ritorna prepotente il concetto di errore. Di sbaglio, inteso come altra possibilità, come qualcosa di alternativo, presente anche nelle altre opere in mostra.

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Della necessità di sbagliare.

La serie dei Giardini ha una parvenza più fredda e minimale. Penso a Mondrian e alla ricerca dell’essenza. Penso al tracciato di un contorno, all’attenzione volta alla superficie per dare mistero alla profondità, che va ricercata. Vi è una contrapposizione di linee, una tensione visiva fra le due serie. Movimento e staticità. Classicità e contemporaneità. Linea retta e linea curva. Struttura aerea e struttura radicata. I padiglioni si stagliano come dei templi classici, tanto che all’interno della villa, alcuni pezzi vengono affiancati a delle miniature di sculture antiche, probabili ricordi di viaggi dei proprietari. Marco Neri cattura, attraverso dei semplici segni, stavolta non dipinti con le tempere, ma tracciati come confini con il nastro adesivo telato, le particolarità di ogni edificio e con questo gesto, semplice, manuale, controllato e al contempo istintivo ed imperfetto, ripercorre in modo sentimentale dieci anni di carriera artistica. Ritorna indietro a quello che è stato il suo punto di arrivo, ma soprattutto quello di partenza: la Biennale di Venezia del 2001, Platea dell’umanità, all’interno della quale, unico pittore italiano invitato da Harald Szemann, aveva decorato la facciata esterna del Palazzo delle Esposizioni (allora Padiglione Italia), con le bandiere di tutto il mondo.

Un lavoro che apre le porte a svariati pensieri e riflessioni…

L’importanza di avere una identità, di essere riconosciuti. Di lasciare delle tracce del nostro passaggio, del nostro vissuto. Che ne è oggi del padiglione Italia? Che ne è di un pittore fra i migliaia di pittori a dieci anni dall’esordio nel mondo? Cosa rimane? Cosa è successo? Quanto è importante per l’essere umano essere riconosciuto e rispettato come tale e per l’essere umano artista venire apprezzato per quello che fa? Non sentirsi inadeguato?

03 dicembre 2011

ore 11.45

Dell’inadeguatezza dell’essere.

Sul grottesco, deforme, carnascialesco.

I giullari, il matto, Dioniso.

Il verde è il colore della Natura e di Venere. Della speranza ma anche del veleno e della putrescenza.

10 dicembre 2011

ore 12.30 testimonial vigorelle

Verista. Crudo. Sporco.

C’è qualcosa di nascosto, di ambiguo, di destabilizzante dietro le nature rigogliose di Francesco De Grandi. I cieli sono plumbei, le atmosfere sinistre. È un mondo incontaminato o alterato? È abitato da uomini primitivi o da alieni? Non sappiamo se ci troviamo nel cavernicolo o nel post atomico. Chi sono i sopravvissuti? Ci stiamo incamminando verso l’ignoto. Siamo alla scoperta di qualcosa che abbiamo iniziato a consumare ancora prima di conoscere: la Natura e la nostra anima.

È un percorso iniziatico all’interno di foreste scure e rigogliose, fra acque melmose e torbide.

Un ‘passaggio difficile’ fra anfratti e piante carnivore. Fra pericoli ed inganni. Siamo immersi in un contemporaneo Bosco di Mostri di Bomarzo, popolato da figure mitologiche deformate, serafini, zombie, ninfe tossiche o esseri geneticamente modificati e dove la terra pare essersi trasformata in un fossile post-atomico.

La natura è invasiva, inquieta, corrosa. Umana. Quasi avesse subito dei processi innaturali.

I rami di un piccolo albero, un roveto, si fanno incontenibili e, simili ai serpenti di Medusa, si divincolano ferocemente cercando di uscire dalla gabbia della tela.

Le piante sono carnivore e, avide come uomini, cercano di fagocitare quel poco che è rimasto.

Anime in pena, si avveleneranno anche loro…

L’uomo, anche quando non compare, è centrale.

Le acque della cascata sono torbide. Simili a coloranti. Le tinte sono cupe e accese e nella parte bassa della tela predominano il non finito, il ‘graffiato’. Il grezzo.

Sono molte le incursioni di De Grandi nella storia dell’arte: dal realismo, alla pittura pittocchesca, dall’impressionismo, all’espressionismo dei volti carnascialeschi di Ensor.

Ancora il verde. È un verde veleno quello che avvolge i fantasmatici suonatori e le loro ombre. Si sono dimenticati di essere vivi…

La sua sensibilità volge lo sguardo ai margini, verso ciò che viene considerato degradato, che è abbandonato. Che si sviluppa e cresce in modo anarchico ed incontrollato. Alla condizione di isolamento dell’essere umano, alla sua solitudine e povertà interiori.

Chi sono i matti? Chi sono i barboni? Sono loro i diversi, i degradati? Ninetta dorme, distesa a terra. Non si vede la sua testa. Il taglio è fotografico, la pittura materica, quasi organica emana l’odore della terra. Brulica.

Ribellarsi al corpo di plastica. Far fuoriuscire la carne con i suoi odori e sapori. Recuperare la consistenza delle cose. Recuperare la vita.

“Chi è privo di intuito e sensibilità, chi guarda solo con gli occhi, chi usa niente altro che le facoltà mentali e logiche, non può intendere il divino, né riconoscerlo. Lo abbassa al suo stesso livello, presumendo non vi sia nulla di superiore rispetto all’uomo, ai suoi ordini, al suo potere materiale, al suo controllo dello spazio e del tempo, alla sua ragione. Ma fallisce.”

(Leda Bearné, Dioniso e le donne. Ovvero la gioiosa follia)

 

11 dicembre 2011

ore 10.10

È l’ultimo giorno di apertura della mostra.

Si ripartirà ad aprile con la residenza degli artisti scelti dai tutors e dall’ideatore del progetto, Andrea Bruciati.

Luca Bertolo: Riccardo Baruzzi, Pesce Khete;

Andrea Bruciati: Dario Pecoraro, Ivan Malerba;

Francesco De Grandi: Thomas Braida, Vito Stassi;

Maria Morganti: Sara Enrico, Lucia Veronesi;

Marco Neri: Silvia Chiarini, Gionata Gesi Ozmo.

continua…

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ph. foto courtesy: emotionlabstudio, Udine; Eva Comuzzi