Miona Deler racconta il suo progetto “Surma Eyes”

Avete presente la ‘perfetta’ pianista classica, timida e di poche parole, tutta concentrata sulla sua arte e poco attenta a quello che succede nel mondo che la circonda? Ecco, dimenticatela. Miona Deler è un vulcano di idee che non si ferma mai e che, nonostante la sua giovane età, ti spiazza per la maturità e la profondità delle sue riflessioni sulla vita, sull’arte, sulla crisi che l’arte sta attraversando in questo momento, specialmente nel mondo occidentale.

Pianista, compositrice e cantante nata a Belgrado, Miona è laureata in pianoforte presso la Facoltà di Musica alle Università delle Arti di Belgrado con il massimo dei voti. Vincitrice di premi pianistici internazionali, oltre la musica classica, da molti anni si dedica anche ad altri generi, dal rock alternativo alla musica free, sia come cantante-cantautrice che come pianista. Capace di passare con disinvoltura dal classicismo di Mozart ad un pezzo dei King Crimson, da un po’ si dedica anche alla regia con la realizzazione di Surma Eyes em , suo film d’esordio presentato al teatro Miela di Trieste nell’ambito del festival “I Mille Occhi”.

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Come nasce l’idea di Surma Eyes?

Quando mi regalarono la polvere nera sconosciuta, il trucco kajal, che in alcuni paesi viene chiamato surma, furono anni di buio piatto. Senza la brezza di un sogno di svegliarsi integri. Dopo qualche anno fuggii a casa di mia madre, a Belgrado, per qualche mese; il non-nascondiglio. Un giorno mi svegliai con le sirene. Erano gli anni dopo i bombardamenti. Da quelle sirene ritardate tirai fuori il motivo iniziale della canzone Surma Eyes

– Comincia così il racconto di Miona, che oggi ha scelto di vivere a Milano dove lavora con un’importante agenzia come modella ed attrice, e poi prosegue: “Tutto parte dall’idea della danza tribale attorno a un cerchio, un’immagine che sempre mi ha attratto, e che deriva dagli antichi rituali di magia della Serbia dell’est. Ero in un periodo relativamente difficile della mia vita, sentivo tanti sguardi intorno a me ma non tutti positivi.. così, svegliata dal suono delle sirene di strada, ho cominciato a scrivere un brano ispirata da quest’immagine”. –

Come si è sviluppato il progetto?

Il film è stato girato per intero nella Val Rosandra vicino a Trieste, un posto che per tanti versi ha cambiato molto la mia vita. La Val Rosandra era il posto giusto per la sceneggiatura che nel frattempo avevo scritto, ci torno spesso perché lì è come se qualcosa fosse successo e cambiato per sempre dal momento in cui questo abbiamo fatto questo film. In passato avevo fatto qualche video da regista ma in questo caso le riprese sono andate avanti per due anni, lavorando nelle pause di tempo tra un impegno di lavoro e l’altro, e ho rischiato la vita più volte per realizzarlo.

Ora lo stai portando in giro, come ti sembra che viene accolto?

C’è stata l’anteprima a febbraio a Belgrado in un posto molto particolare, si chiama O3one Art Gallery dove succedono molte cose interessanti. Alla serata è intervenuto il regista Goran Markovic che ha presentato il progetto a vari giornalisti ed esperti del settore, poi c’è stata una mia breve performance  tra musica e teatro che mi piacerebbe presto ripetere. Ci sono stati dei momenti in cui mi chiedevo se quello che avevo fatto aveva un senso, dopo aver visto cheSurma è stato apprezzato come film mi sento davvero ‘liberata’, in questo senso posso dire che per me si è trattato di una esperienza realmente catartica!

Che cosa ti ha spinto a portare il tuo pezzo sullo schermo?

In realtà tutto avviene dentro di me in modo molto naturale, quando scrivo i miei brani, che di solito poi sono anche cantati, c’è sempre un’immagine di partenza che mi guida, in un certo senso è come se prima li ‘vedessi’. La stessa cosa avviene anche al contrario, per esempio di recente mentre scattavo alcune fotografie ho sentito nella mia testa un sottofondo musicale che poteva stare bene con le foto. In questo caso abbiamo preso la registrazione del pezzo dal vivo, senza possibilità di fare il missaggio come all’inizio avrei voluto: ma sacrificando la perfezione tecnica ho ottenuto un effetto che è sicuramente più ‘vero’, realistico ed emozionante. Così come nelle cose che scrivo vengono fuori i ritmi tipici del ebalkan sound in un modo del tutto ‘incontrollato’, perché io provengo da una formazione di tipo classico, ed anche da ragazzina non ho mai ascoltato né suonato la musica folk Eppure questo suono è qualcosa che resta impresso come una specie di ‘timbro’ nel nostro inconscio, un ricordo delle mille cose che ogni giorno sentiamo camminando per la strada o chissà dove…

Quali sono le maggiori difficoltà che hai incontrato durante la realizzazione del progetto?

Il problema nasce dopo, quando ti misuri con il music business che è presente in tutto quello che mi circonda e nei settori dove lavoro, sia come pianista che come attrice.. In questo momento vedo intorno a me tanti artisti validi ma è il sistema in generale che gira male e non permette all’interprete di svilupparsi come autore e artista. Basta pensare ai festival di musica contemporanea dove ci sono due persone in sala e si suona della musica che io non ascolterei mai perché non comunica, e non mi riferisco solo al numero di spettatori… Lavorare nell’arte in questo momento è davvero difficile, bisogna avere delle grosse motivazioni, nel mio caso l’interesse per il pop mi ha aiutato moltissimo. Nel dicembre 2012 ho pubblicato per il mercato online e americano Reach Touch, un album pop azz in collaborazione con il cantautore americano Art Bell. Sono molto felice di averlo realizzato, così come in questo ambito ho trovato delle persone di altissimo livello musicale con cui collaborare. Lo stesso discorso vale anche per il cinema: non è vero che se un disco o un film è campione d’incassi vuol dire che automaticamente è una schifezza, penso che qualcosa dovrà per forza cambiare nel sistema ed in tempi anche brevi, altrimenti non so quanto potremo resistere. E penso soprattutto al teatro classico, alla lirica, che se continua come sta facendo ad essere un’arte per pochi difficilmente sopravviverà.

Per un po’ di anni hai studiato anche a Trieste, che ricordi ti porti di questa città?

La bora e poi…la frase ‘no se pol’! (sorride, ndr). La porterò a vita come un grande trauma perché il mio entusiasmo supera qualsiasi tipo di ostacolo, sia nel bene che nel male e difficilmente prendo un ‘no’ come risposta. In realtà sono arrivata a Trieste da giovanissima dopo un master e direi che ci sono rimasta quasi per karma, per destino.. Trieste è stata una grande scuola di vita, i ritmi e gli orari di una città del tutto particolare come Trieste credo che mi siano rimasti come un grande insegnamento. Ora vivo a Milano, dove si respira un’aria comunque diversa, dove non ci sono domeniche o pause pranzo e si lavora finché il lavoro non è finito.. Forse una cosa bella di Trieste che ho notato più volte è che qui le persone hanno un grande rispetto per il prossimo, e in questo penso che c’entri anche la sua posizione, sul confine tra il mare e le colline del Carso senza però appartenere completamente a nessuno dei due… ecco, credo che Trieste abbia trovato la sua identità in questa diversità, ed è questo che la rende così particolare.