Micheal Jordan spiegato da Dan Peterson

Quasi ottant’anni e non sentirli: Daniel Lowell Peterson, meglio conosciuto come “Dan”, è un’icona e una memoria storica della pallacanestro italiana, pur essendo nato negli Stati Uniti. Sì, perché si tratta di una figura duttile e multidimensionale, che non si può inserire solamente in un campo: allenatore di pallacanestro, giornalista, telecronista sportivo. Sono solamente tre dei campi di azione di questo personaggio che da noi è diventato famoso anche per lo spot di Lipton Ice Tea, ma in precedenza aveva allenato la nazionale del Cile, la Virtus Bologna e l’Olimpia Milano. Incrocio ideale di rendimento sul campo e capacità di sfruttare l’immagine nel campo del marketing, è un po’ l’esempio di quello che ha fatto Michael Jordan come giocatore: immagine, carisma e personalità al servizio di capacità professionali comunque di grandissimo livello. Attualmente è direttore responsabile di Superbasket, storico magazine italiano fondato nel 1978 da Aldo Giordani e ritornato in auge dopo due anni di stop.

Michael Jordan più che un semplice campione è un’icona della cultura popolare, un giocatore che ha rivoluzionato il concetto stesso di basket. Qual è stato il vero elemento rivoluzionario nel suo modo di intendere questo sport?

Possiamo dire che, a parte il fatto che si trattava del “numero uno” di sempre a livello di giocatore, è stato probabilmente anche il primo atleta a capire in maniera corretta come sfruttare l’immagine, la comunicazione, il marketing e lo show business.

Lei ha vissuto l’epopea di Jordan anche attraverso le telecronache: qual è stato il momento più esaltante che ricorda, relativamente alla carriera del numero 23 dei Chicago Bulls?

Per me è impossibile definire un momento più esaltante di una carriera del genere; se mi sforzo, mi ritorna in mente la serie di finale di playoff contro Portland, nel 1992. Jordan si trovava ad affrontare i Trail Blazers di Clyde Drexler, designato dai più come suo ipotetico rivale nel ruolo di guardia tiratrice, e rispose con una prestazione da 35 punti e 6/6 da tre nel solo primo tempo. All’ennesimo canestro, una scrollata di spalle verso Magic Johnson seduto in tribuna, come dire «che ci posso fare? Entrano tutte».

Parliamo proprio di televisione: lei è famoso non solo per la sua carriera come allenatore e telecronista, ma anche per la celebre pubblicità di Lipton Ice Tea. Da testimonial a testimonial, quanto pensa abbia influito il brand Jordan sul modo di porsi e di gestire la propria immagine che oggi hanno molti campioni di vari sport?

Come ho già avuto modo di dire, credo che sia un tema fondamentale. Basti pensare a una cosa: qualsiasi altro brand avrebbe potuto firmare e raggiungere un accordo con Michael Jordan, ma la Nike è stata più aggressiva e lui ovvia- mente non si è lasciato sfuggire l’occasione, riuscendo a capire il mondo del marketing con un buon anticipo. Proprio per questo, oggi le sue scarpe hanno tale valore; l’equazione Nike = Jordan è vera, come peraltro anche quella Jordan = Nike; due nomi che vengono associati quasi automaticamente.

Nel 2013, in occasione del cin- quantesimo compleanno di Michael Jordan, lei rilasciò un’intervista nella quale dichiarava: «È il Maradona del basket, un atleta assoluto». Lo pensa ancora, a due anni di distanza? E, soprattutto, c’è qualche giocatore NBA che, in questo momento, può essereanche solo avvicinato a Jordan? 

Probabilmente Jordan rappresentava un qualcosa che andava oltre a quello che era Maradona nel calcio e lo penso ancora oggi. Nella pallacanestro odierna, forse solo LeBron James (fuoriclasse dei Cleveland Cavaliers) è paragonabile a Jordan, con una differenza importante però: Michael Jordan ha vinto sei titoli, LeBron James ne ha conquistati appena due. Certamente James è davvero un giocatore fuori dal comune e scegliere tra questi due atleti direi che è impossibile.

Lei, nel 1985, ha avuto l’occasione di incontrare da vicino Michael Jordan in un’esibizione: che cosa si ricorda in particolare di lui? C’è qualche aspetto che lo differenziava già all’epoca dagli altri giocatori?

Esatto: una partita di pre-campionato, in Valtellina; un’amichevole nella quale lui vestiva la maglia della Stefanel Trieste. Le sensazioni che mi ha trasmesso sono quelle di una persona molto affabile, gentile, sincera ed amichevole: un ragazzo assolutamente non montato, una persona come noi. Un sorriso sincero, grande come una casa.

Si parla sempre di Jordan come un vincente, soprattutto a livello mentale. Secondo lei, quando ha influito il fattore psicologico sulla carriera di questo fuoriclasse? 

Michael Jordan, a parte i mezzi tecnici e fisici che possedeva, era un fuoriclasse soprattutto per quel che riguarda la parte psicologica: lui assolutamente rifiutava la sconfitta e riusciva a coinvolgere i compagni e a motivarli a dare sempre di più sul parquet. Anche giocatori come Luc Langley, Bill Cartwright e Bill Wennington, gente non facile da “scuotere”, sono migliorati sotto questo punto di vista grazie alla vicinanza di Michael Jordan. Lo definirei un maestro, in quest’aspetto.

Dan Peterson, come coach, avrebbe voluto allenare Michael Jordan? E, secondo lei, in quale delle tante squadre che ha allenato si sarebbe inserito meglio?

Per cercare di far rendere al meglio Jordan io avrei fatto esattamente come ha fatto Phil Jackson, il suo allenatore ai tempi dei Chicago Bulls. Una struttura che inquadrasse i giocatori, per avere un’organizzazione di base, ma con il “semaforo verde” in qualsiasi momento per Jordan, in maniera da poter scatenare i suoi istinti. Poi, direi che avrei cercato di sfruttare in maniera massiccia il contropiede.

Parliamo di integrazione razziale: lei ha vissuto un’epoca in cui a basket giocavano prettamente i bianchi ed era malvisto chi faceva giocare atleti di colore. L’avvento di Michael Jordan in che maniera ha influito su questo modo di pensare? 

Direi che, nella quotidianità, il lavoro di integrazione è stato fatto molto prima: penso ad esempio al baseball, con Jackie Robinson, oppure a Bill Russell (storico centro dei Boston Celtics) nel campo della pallacanestro. Direi che Michael Jordan ha contribuito a diffondere un’immagine bellissima degli atleti di colore, un po’ come aveva fatto prima di lui “Doctor J” Julius Erving.

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