Michael Jordan? Il mio candidato ideale alla Casa Bianca

Un sigaro fumante, un caffè ed un largo sorriso: è una calda mattina in un caffè di Trieste, sulle tanto amate Rive.
Bogdan Tanjevic è a suo agio, in una città che lo ha accolto da Caserta e lo ha designato a idolo della panchina: ma Trieste è solo una delle tappe della carriera dell’allenatore montenegrino naturalizzato italiano, che è stato anche CT della nazionale azzurra oltre che capo allenatore di formazioni come Limoges, Olimpia Milano, Buducnost, Villeurbanne, Virtus Bologna e della nazionale della Turchia. Recentemente vittorioso alle Olimpiadi dei piccoli paesi con la selezione del Montenegro, lo incontriamo insieme all’amico Paolo Zini, un’altra figura importante dello staff dirigenziale ai tempi della Stefanel Trieste, e i novanta minuti di intervista volano veloci tra un ricordo e l’altro.

In questo numero parliamo di due tra i più grandi sportivi di ogni epoca: Michael Jordan e Muhammad Ali. Qual è il suo ricordo personale a proposito di Jordan e quale sensazioni le trasmette?

Il ricordo più grande risale certamente alla finale NCAA del 1982, quando un ragazzo che nemmeno era all’ultimo anno di università, a quarantacinque secondi dalla fine, decide la finale contro Georgetown. Un tiro dalla media distanza che Jordan segnò per North Carolina, allenata a quell’epoca da Dean Smith: una decisione inconsueta, dal momento che molti avrebbero preferito giocare lungo quel possesso, ma che dimostra tutta la personalità di quel giocatore fin da giovane. Non è comunque il primo flash di Jordan che ho avuto, dal momento che già nel 1981 lo avevamo incontrato proprio a Chapel Hill: forza e talento, due caratteristiche che sono sempre state proprie di Michael Jordan, gli hanno permesso di prendere quella decisione importante per il titolo dell’Università del North Carolina. Un altro flash è senz’altro nel 1985, al Valtellina Basket Circuit: lo incontro quando lui è già il miglior giocatore del mondo. Siamo a fine agosto, arriva in Italia per un tour promozionale della Nike, per pubblicizzare una nuova linea di scarpe: si ricordava ancora di Dalipagic, di quando avevamo fatto un tour negli Stati Uniti giocando contro varie università e “Praja” (questo il soprannome di Dalipagic) segnò 44 punti contro la sua squadra. Non solo, in quei tre-quattro giorni che trascorremmo assieme in Valtellina, dimostrò tutto il suo charme e la sua personalità: gli misi accanto Mike Davis, per permettergli di allenarsi, poi dopo qualche giorno ci ritrovammo a Trieste, in un’amichevole tra Stefanel e Juve Caserta. Avrebbe dovuto giocare un tempo con una squadra e uno con l’altra: alla fine giocò solamente con i padroni di casa, mandando pure in frantumi un tabellone. Per dire delle sensazioni che mi trasmette Michael Jordan, prendo ad esempio un giocatore che ho avuto in Montenegro: Jerome James, pivot di 216 centimetri e grandi potenzialità che ha giocato anche a Seattle in NBA, ma non ha avuto una carriera pari alle aspettative. Lui mi raccontò una storia relativa proprio a un suo incontro con Michael Jordan durante un camp: James incrociò Air, che lo avvicinò dicendogli «ragazzone, se ti innamori della pallacanestro, la pallacanestro ti restituirà quello che gli hai dato». Queste parole rendono bene l’idea della linea di pensiero di Jordan, un vero e proprio portatore sano di questi valori: una persona che avrei visto benissimo nel ruolo di futuro presidente degli Stati Uniti.

Molti sostengono che esista un basket “prima” e un basket “dopo” Jordan: come succede con i geni e con le rivoluzioni, niente potrà essere più come prima. Qual è stato il vero aspetto rivoluzionario di Jordan?

Il vero aspetto rivoluzionario di Michael Jordan? Ci sono due aspetti fondamentali da sottolineare: il primo è che, oltre ad essere il miglior attaccante al mondo, era capace di essere contemporaneamente anche il miglior giocatore difensivo, mantenendo la stessa intensità da una parte e dall’altra. Questo deriva dal suo desiderio di essere il migliore, ma non dimentico nemmeno la sua abilità nel rendere migliori i compagni: pensiamo ad esempio a due giocatori come John Paxson e Steve Kerr, autori di canestri determinanti in due diverse finali NBA su assist proprio di Jordan. Andando oltre l’aspetto puramente tecnico, penso alla sua capacità di essere leader a livello mentale, anche con gesti che andavano fuori dal parquet: al momento della scadenza del primo contratto firmato era già diventato un giocatore affermato. All’epoca guadagnava circa due milioni e novecentomila dollari a stagione, dunque una cifra ridotta per il valore del giocatore, che però nel frattempo aveva già iniziato a guadagnare di più a seguito degli accordi pubblicitari, del discorso Nike e di tutto quello che circolava attorno al suo personaggio. L’altra stella della squadra, Scottie Pippen, guadagnava anch’esso abbastanza poco ma a differenza di Jordan mugugnava parecchio; tutto questo rischiava di danneggiare l’atmosfera di squadra e allora proprio Jordan si prese la briga di fare un gesto significativo per Pippen. Gli regalò una Ferrari nuova fiammante, cosa che venne interpretata al meglio dall’altra stella di Chicago: un segno di grande generosità verso tutto il team, perché in questa maniera ha risolto una serie di problemi che potevano venirsi a creare. Proprio per questo dico che avrebbe tutte le capacità per guidare gli Stati Uniti: la sua leadership e la capacità che ha di unire tutti quanti grazie alla sua personalità sono due cose trascinanti, proprio per il carisma che trasmette.

Lei è uno dei simboli del basket balcanico qui in Italia: qual è, a suo modo di vedere, il personaggio europeo che più si è avvicinato a Jordan in termini sportivi e quale invece può esservi accostato a livello mediatico?

Direi che personaggi come Drazen Petrovic e Praja Dalipagic non hanno avuto lo stesso seguito mediatico che ha avuto Michael Jordan; Dalipagic aveva tutte le potenzialità per diventare il capocannoniere anche in NBA, ma purtroppo il suo talento non è stato compreso appieno dagli allenatori americani. Se devo spendere un nome, mi viene in mente quello di Kresimir Cosic (centro di 209 centimetri che ha studiato anche negli Stati Uniti a Brigham Young ed ha giocato a livello europeo con Zara, Lubiana, Virtus Bologna e Cibona Zagabria): pur giocando trent’anni prima di Michael Jordan, è stato un personaggio rivoluzionario proprio come lui, grazie al suo carisma. Lui era davvero un genio e riusciva a risolvere situazioni spinose con battute che avrebbe fatto un uomo di ottant’anni: quando ad esempio Carlo Caglieris si arrabbiava perché Cosic cercava di dirigere il gioco a modo suo, lui rispondeva con frasi del tipo «Charly, ma perché ti arrabbi? In ogni buona azienda di costruzioni servono i muratori e gli architetti. Tu sei il muratore, io sono l’architetto», lasciando senza parole l’interlocutore. Siamo cresciuti insieme e mi ricorderò sempre l’influenza che esercitava, con la sua personalità, sui compagni di squadra.

La storia ci racconta di una pallacanestro che si è avvicinata sempre di più a quella americana negli ultimi anni. A livello di immagine, comunicazione e intrattenimento, però, siamo ancora molto lontani dal modello statunitense: cosa c’è ancora da fare, secondo lei? Ma, soprattutto, il basket europeo deve essere per forza così teso ad emulare il modo di giocare dei professionisti americani o dovrebbe invece difendere la propria tradizione di gioco?

Parlando di America, direi che la NBA è proprio un diverso tipo di fare business: in Europa, per chi cerca di raggiungere un determinato tipo di risultato ad alto livello, si tratta di un salasso economico. Non si può sperare di guadagnarci, in questo mercato e in questo momento: qui da noi non si può arrivare a quel livello, anche perché negli Stati Uniti il basket ha grande seguito in televisione. La legge del mercato è che se non vai in televisione, non esisti: certamente anche in NBA si stanno creando dei trend sbagliati, come quello di sforare quasi abitualmente il “salary cap” (tetto salariale massimo di spesa che ogni club non deve superare: serve a mantenere l’equilibrio fra giocatori di un certo livello, ndr), cosa che ha portato una decina di club a essere in rosso. Da noi in Europa non bisognerebbe puntare a imitare in maniera precisa quel modello: la cosa principale sarebbe quella di calmierare certe scelte economiche; fin quando avremo sempre qualche “Paperone” che arriva e investe una certa somma di denaro in un progetto fine a sé stesso senza molti anni di durata, la genialità di alcune persone verrà costantemente fiaccata e sarà impossibile riuscire a esprimere certi talenti anche a livello dirigenziale. Una volta, con i cartellini, si poteva riuscire a costruire qualcosa: penso, ad esempio, al Bosna Sarajevo con cui siamo arrivati dalla Seconda Divisione alla conquista dell’Eurolega nel 1979, o alla Stefanel che portammo dalla terza serie italiana alla Serie A. Oggi il problema è legato agli agenti, che vanno dai giocatori di sedici anni e li bruciano, senza dargli modo di fare il loro percorso naturale: non è più possibile, come dicevo prima, perseguire un progetto. E comunque è molto difficile comparare il sistema degli USA con quello dell’Europa: negli Stati Uniti sono riusciti a fare delle scelte interessanti come il sistema del Draft (che assicura alle formazioni più deboli nella stagione passata la possibilità di scegliere per prime i giocatori più promettenti, ndr), cosa in cui noi siamo ancora lontani. Apro una parentesi sul basket americano: è bello, mi piace, ma personalmente diminuirei le partite di stagione regolare a una sessantina, non di più. Attualmente i giocatori giocano praticamente ogni giorno e passano la loro vita da un aereo all’altro: è impossibile riuscire a mantenere un alto livello di intensità e garantire sempre un certo rendimento se ci sono questi ritmi. Giocando di meno, probabilmente si aumenterebbe di gran lunga la qualità dello spettacolo, che già è buono.

Italia, Jugoslavia, Francia, Turchia: lei ha visto molte realtà differenti. Può raccontarci che cosa ha tratto da ogni esperienza?

Le mie esperienze? Da ognuna ho tratto qualcosa di buono, sicuramente. In Italia ho vissuto i tempi del non professionismo, arrivando a Caserta e portandola dalla Serie A2 alla Finale Scudetto, vivendo queste avventure con un gruppo di giocatori come Gentile, Dell’Agnello, Schmidt. Poi ci sono stati gli anni di Milano e devo dire che in Italia ho sempre avuto la fortuna di poter scegliere i giocatori, specialmente i giovani: si spendevano cifre “normali”, senza esagerare. Poi, quando ho aperto la parentesi della Nazionale Italiana, posso dire di aver vissuto un’esperienza bellissima con un gruppo di uomini straordinari. In Francia, a Villeurbanne, sono invece capitato in un ambiente professionista ma anche un po’ rilassato: abbiamo vinto lo scudetto ventuno anni dopo l’ultima affermazione, con un gruppo di giocatori capitanato da una persona come Yann Bonato. Di lui ho un ricordo molto particolare, nel senso che si tratta di un combattente che, nel momento del bisogno, non ti tradiva mai e anche determinate scelte da lui fatte sono emblematiche. Penso a quanto, in un momento di crisi economica del club, c’era la necessità di diminuire del 70% il compenso ai giocatori: Bonato è stato il primo a farlo, dando l’esempio ai propri compagni che lo hanno poi seguito. Parlavamo di leadership? Ecco qua.

Chi è oggi, nella NBA, il vero erede di Michael Jordan?

Direi che l’identikit ideale è quello di LeBron James: l’unica sua sfortuna, a differenza di Jordan, è quella di non avere una guida spirituale in panchina com’è stato Phil Jackson. Ha una forza fisica e una tecnica invidiabile, ma è anche generoso come Jordan: se lui riuscisse a fidarsi un po’ di più dei propri compagni, farebbe quel salto di qualità che lo accosterebbe a Jordan. Faccio un esempio che mi tocca da vicino: a Caserta avevamo un fuoriclasse come Oscar Schmidt, bomber brasiliano che faceva sempre canestro. Giocavamo contro la Berloni Torino e, nel solo primo tempo, aveva già segnato qualcosa come 24 punti senz’alcun errore al tiro; decido di toglierlo dal campo per dargli un po’ di respiro e permettere agli altri giocatori della squadra di mettersi in ritmo in attacco. Lui si innervosisce ed allora decido di tenerlo più a lungo a riposo; la stessa cosa mi capita con un altro giocatore, Marco Ricci, e anche per lui c’è la panchina. Quando il mio vice Lamberti mi aggiorna sui nervosismi dei giocatori appena sostituiti, decido di finire la partita con cinque esterni in campo: vinciamo di dieci punti e il lunedì dopo faccio una “lavata di capo” alla coppia Schmidt – Ricci, che capiscono. Questo è il concetto: c’è qualcuno che deve riuscire a “cambiare” LeBron James, a convincerlo che non può vincere le partite sempre da solo; facendo questo passo in avanti, potrà sicuramente vincere altri titoli, pure se al momento non vedo un allenatore che abbia la personalità per poterlo persuadere, fatta eccezione per Gregg Popovich, l’allenatore dei San Antonio Spurs.

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