Mauro Suerzi Stefanin. Il sapere fare squadra con la propria famiglia

Per festeggiare i 30 anni dall’inizio della fortunata iniziativa fashion commerciale, Mauro Suerzi Stefanin ha scelto la sua Trieste e il suo negozio nel cuore del centro cittadino, “capostipite” della catena di abbigliamento “Max&Co”.

Lo scorso sabato pomeriggio, il 3 dicembre, in piazza della Borsa nello storico numero “zero” del brand, ha ospitato un party per le 30 candeline del marchio nato ufficialmente il 30 agosto 1986, e che ha visto coinvolti, (allora, così come lo sono tutt’ora nel capoluogo giuliano), oltre a Suerzi Stefanin, la sorella Eleonora e il fratello Alessandro. E da alcuni anni anche la giovane nipote Zoe de Visintini, che sta brillantemente mettendo a frutto la laurea in economia. A felice conferma, che tra i punti di forza dei successi imprenditoriali del Nordest, dal Veneto al Friuli, alla Venezia Giulia, e valore aggiunto, c’è il saper fare squadra con la propria famiglia.

Il grintoso Liu Jo, l’hipster – oriented Gallo, il classico con brio Max&Co. Tutti brand di successo, rivolti a un segmento di pubblico molto trasversale quanto fidelizzato. Quale dei tre, se così è e si può affermare, occupa però un posto speciale nel suo cuore?

“Non posso certo negare di essere molto legato a Max&Co, e per più di un motivo. In primis, perché ha preso forma, si è sviluppato ed è nato a Trieste, città pilota del progetto pensato e creato, allora, un po’ come costola easy – chic accessibile al grande pubblico, amante della qualità e dell’immagine di stile senza tempo dell’iconica Max Mara. E, in secondo luogo, perché mi ha permesso di coinvolgere e lavorare sul territorio assieme ai miei fratelli. Inoltre, ma certamente non da ultimo, perché realizzare un marchio che è stato in un certo senso capofila di una linea di retaling stores innovativa, ovvero di brand che coniugano glamour con prezzi contenuti, è stato, ed è, sicuramente gratificante”.

Come spesso avviene per le imprese e le idee di successo, per l’imprenditore triestino la chiave di volta nasce, infatti, dall’intercettare, prima ancora che se ne delineino i contorni, un’esigenza da colmare in un determinato segmento commerciale, vale a dire, una nicchia di mercato scoperta. A metà anni ’80, Suerzi Stefanin – che all’epoca lavora per Max Mara e, quindi, per la famiglia Maramotti – comprende che nel campo della produzione stagionale del programmato, non c’è un marchio in grado di coniugare stile e modernità a costi contenuti: da un lato c’era, infatti, il prêt-à-porter glamour da signora con un’alta capacità di acquisto, dall’altro, la moda giovane, svelta e economicamente non impegnativa, però senza quel “tocco di classe” che la può rendere un passe- partout da indossare in occasioni formali, ma non troppo. In altre parole, l’abito da meeting aziendale per la giovane neo laureata, il completo non “ingessato” per l’archittetta appena entrata nello studio dei suoi sogni, il cappottino dal taglio (e tessuto) impeccabile o, ancora, il tubino grintoso per il consiglio d’amministrazione, la laurea, le serate “sex and the city” con le amiche del cuore, e via discorrendo. Soprattutto, senza spendere una fortuna. In termini materici e economici, insomma, la felice equazione tra design, lo stile Max Mara e il prezzo sostenibile.

Qual è invece la linea di pensiero stilistico – imprenditoriale che ha gettato le basi di Liu Jo, brand alla felice conquista dei mercati del Far East, della Russia, dell’area dell’Europa orientale e dei paesi arabi? Un target commerciale ambizioso e delicato, quello dei paesi musulmani, in cui marchio e società sono riusciti ad entrare con diplomatico aplomb e, per così dire insomma, a passo felpato. Come si sposano oggi nella società contemporanea, stile e tradizione restrittiva dei costumi?

In verità, in modo meno complicato di quanto possa apparire agli occhi di noi occidentali, che ne cogliamo solo il contesto esterno, ovvero, la donna con gli abiti impersonali di clausura al mondo esterno. Mentre, invece, altrimenti non avrei imboccato questo percorso, le donne nel loro contesto femminile o comunque nella propria casa, desiderano sentirsi femminili, “ben vestite” e, come tutte le donne del mondo, comunicare attraverso l’abbigliamento la propria posizione nella scala sociale.

Una felice intuizione, questa, che ha fatto sì, la compagine societaria di Mauro Suerzi Stefanin in collaborazione con la Liu Jo di Marco Marchi, di cui siamo agenti per i paesi dell’est e del Medio oriente, si concretizzasse in quasi cento negozi franchising tra Russia e paesi dell’est, per poi, diramarsi tra svariati paesi arabi – e qui il mercato è florido soprattutto tra gli expats occidentali che ci lavorano e l’altra metà del cielo locale, con potere d’acquisto.

Ma nel multi brand del suo gruppo c’è spazio per l’uomo?

Eh certo! Noi siamo più che attenti all’immagine maschile, che seguiamo con una cura maniacale per la qualità, in senso ampio. L’uomo ha, infatti, per un certo verso, meno sfiziosità nel vestire della donna e, quindi, entrano in campo la pignoleria nei tessuti, nei dettagli e nella la cura sartoriale. Difatti, la licenza della linea Liu Jo uomo, sia per la distribuzione sia per la realizzazione, è affidata all’ottima tradizione e professionalità dei sarti napoletani.

Obiettivi a medio-breve termine?

Direi che la progettualità è e rimarrà sempre vivace però, in verità, dei prossimi 30 anni spero se ne occupi sempre di più Zoe”.