Maurizio Belpietro: conversazione con il “cattivo” del giornalismo italiano

Confermando la meritata fama di mastino del giornalismo, Maurizio Belpietro, direttore di Libero, non le manda a dire. E ne ha per tutti, per i colleghi giornalisti, per i politici di sinistra, per giudici e magistrati. Uno sguardo sul presente di un’Italia «che ha paura del futuro», «un’Italia che non ha il coraggio di voltare pagina», sospesa tra l’infatuazione riformista del momento e la tendenza culturale alla conservazione, tra le garanzie dello stato di diritto e il tintinnar di manette, tra Rivoluzione e Vandea, tra buoni e cattivi. E Belpietro, nel suo ruolo di cattivo, sta perfettamente a suo agio.

Com’è cambiato il mestiere del giornalista da quando lei ha iniziato a scrivere?

Io ho cominciato che c’era ancora il piombo, i giornali venivano ancora com- posti in maniera quasi artigianale, oggi non e più così, è tutto molto più veloce, perché intanto si chiude con tempi diversi, ma soprattutto si deve fare i conti con delle fonti d’informazione che sono diverse e degli strumenti che diffondono notizie che son diversi. Quando ho cominciato io non c’era internet, non c’erano i siti, non c’erano gli smartphone, non c’era quella concorrenza che oggi conosciamo, ma non c’erano nemmeno così tante trasmissioni televisive di approfondimento e così tante edizioni dei telegiornali. Non c’era Media- set. Non c’erano neanche le radio libere. Quindi, l’unica fonte di informazione era il quotidiano oppure radio e televisione, ma su fatti nazionali, sui fatti locali o comunque non degni di essere riportati in un telegiornale o in un radiogiornale c’era soltanto la carta stampata.

Nell’era del digitale c’è ancora spazio per l’approfondimento?

Secondo me ne esiste di più: nel senso che paradossalmente nell’era del digitale tu hai delle informazioni che sono molto veloci e che ti arrivano rapidamente e però non hai l’approfondimento. Faccio un esempio: quando ho iniziato esistevano i quotidiani del pomeriggio. I quotidiani del pomeriggio avevano la funzione di riempire un vuoto informativo nel senso che i quotidiani uscivano la mattina con le notizie del giorno prima, sostanzialmente, e quindi il quotidiano del pomeriggio cercava di colmare la lacuna. Erano quotidiani molto efficaci da un certo punto di vista ma anche con una capacità di approfondimento assai limitata tanto è vero che gli articoli erano molto ma molto brevi, davano la notizia punto e basta e ai quotidiani toccava approfondirla. Ecco, secondo me internet ha un po’ sostituito la funzione dei quotidiani del pomeriggio, che i lavoratori che uscivano alle cinque dal luogo di lavoro prendevano per essere informati e oggi tu hai il telefonino che però ti dà l’informazione base: quando devi sapere realmente, nel dettaglio, le faccende o come sono andati certi fatti, hai bisogno di un’in- formazione più approfondita, a volte di un’inchiesta, a volte di un’opinione o di un’interpretazione di quello che succede.

Oggi, soprattutto dopo la conquista di Palazzo Chigi da parte di Renzi, assistiamo ad un giornalismo molto docile nei confronti del Governo. Secondo lei il giornalismo può essere filogovernativo senza rinunciare alla sua vocazione di cane da guardia della democrazia o deve per forza mantenere una diffidenza a priori nei confronti del potere?

Secondo me non deve avere una contrarietà a priori perché i pregiudizi son sempre sbagliati. Certo, quando vedo l’asservimento della stampa, dei mezzi di informazione nei confronti di Renzi oppure anche, nel passato, di Monti, lo trovo imbarazzante: perché si è passati da un pregiudizio contro Berlusconi a un pregiudizio invece a favore a prescindere di Renzi o a favore di Monti.

Quali sono il suo giudizio e la sua previsione sul processo di riforme inaugurato dall’Esecutivo Renzi?

Renzi ha sicuramente un merito: io non sono tra i sostenitori e cantori di Renzi, ma bisogna riconoscere che ha lo straordinario merito di aver deciso di fare qualche cosa. Le riforme le ha varate. Funzioneranno? Secondo me non del tutto. Secondo me sono riforme fatte in maniera un po’ frettolosa e qualche volta forse anche controproducenti, soprattutto perché consegnano nelle mani di una sola persona troppe decisioni e quindi potremmo anche scoprire che molte di quelle decisioni non vanno nella direzione di modernizzazione del Paese. Ciò detto, almeno sta facendo qualche cosa, quindi almeno si vede un risultato: questo è il Paese in cui si sono fatte non so quante commissioni bicamerali per discutere delle riforme ma nessuna le ha tradotte in pratica e stiamo ancora a discutere del bicameralismo perfetto quando forse serviva una costruzione costituzionale molto più dina- mica e più adeguata ai tempi. Quindi tutto sommato ben venga anche questa decisione di Renzi di fare qualche cosa.

Quella di Renzi, soprattutto dopo l’elezione di Mattarella al Colle, è davvero la Terza Repubblica? Se sì, sembra molto simile alla prima.

No, io non penso che sia molto simile alla prima. È vero che ai vertici della Repubblica c’è un signore che sta in Parlamento dagli anni Ottanta e che comunque viene da una famiglia politica che esiste almeno dagli anni Cinquanta, quindi, da questo punto di vista ci sarebbe una continuità perché il padre di Sergio Mattarella era Bernardo Mattarella, ministro a sua volta. Ma al di là di questo aspetto penso che dal punto di vista delle modifiche che si stanno approvando in fondo ci sia un passaggio ulteriore, cioè non torneremo più ai partiti così come li abbiamo visti. Paradossalmente Renzi è, ancora più di Berlusconi, la svolta dal punto di vista dei partiti personali, dei partiti fatti a immagine e somiglianza del proprio leader, cioè il comitato centrale e la segretaria. La segreteria del Pd oramai ha una parvenza di segreteria, non esiste più, perché Renzi va in segreteria, annuncia quello che loro devono votare e quelli votano. Non so se vi ricordate quando annunciò che avrebbe sfiduciato Letta e lo avrebbe costretto alle dimissioni: lo decise lui, si presentò in Segreteria e annunciò che voleva cambiare il Presi- dente del Consiglio con un’inedita formula, perché le crisi in genere non si fanno così, dovrebbero essere per lo meno crisi parlamentari, passare attraverso un voto. Invece lui andò tranquillo e sereno in una riunione di partito dicendo che avrebbe mandato a casa un presidente eletto per sostituirlo con sé stesso che non è mai stato eletto. Letta era almeno stato eletto in Parlamento mentre Renzi non lo è neppure. Un cambiamento totale di tutte le procedure, di tutti i riti di cui eravamo abituati in settant’anni di Repubblica.

In cosa ha fallito la cosiddetta Seconda Repubblica, di cui Berlusconi è stato uno dei protagonisti indiscussi?

Un fallimento soprattutto economico, nel senso che, a parte tutte le riforme che non si riuscivano a varare, tutti si dimenticano un piccolo dettaglio: nel 1994, quando nasce la Seconda Repubblica, Berlusconi pone al centro del dibattito politico la riforma delle pensioni e su questa riforma è caduto. Perché è vero che poi il colpo di grazia venne dato dall’avviso di garanzia a Napoli, ma in realtà l’argomento che mette in fibrillazione la maggioranza di Berlusconi è questo. Il sindacato si schiera contro, la sinistra parla di lesa maestà. Risultato: arriviamo alla riforma delle pensioni con un ritardo di vent’anni e già questo dà la misura di quello che non funziona in questo Paese. Poi c’è l’articolo 18: Berlusconi viene eletto di nuovo nel 2001 e la prima mossa che fa è la riforma del lavoro. Succede il finimondo, Cofferati si porta in piazza tre milioni di persone, o dice di averne portati tre milioni, viene bloccata la riforma, non si modernizza il mercato del lavoro, lo si tiene congelato come sappiamo, dopodiché, con un ritardo di quasi quindici anni, la riforma arriva. Praticamente le stesse cose che Berlusconi aveva suggerito. Sempre nel 2006, Berlusconi riesce a far passare la riforma che abolisce il Senato eletto e che cosa diceva sostanzialmente quella riforma che è molto simile a quella varata oggi? Diceva semplicemente che sarebbe entrata in vigore alla legislatura successiva, quindi nel 2008, visto che si andò a votare, quando venne rieletto Berlusconi; noi avremmo già potuto avere un Senato ridotto. Invece siamo nel 2015 e quel Senato ridotto – per opposizione della sinistra che fece un referendum conservativo, come scritto nella Costituzione, nell’idea che si sarebbe scardinato l’impianto costituzionale – è ancora in fase di discussione. Quindi ho fatto un elenco di tutte le cose che non hanno funzionato e che in vent’anni sono state rese impossibili dall’opposizione della sinistra. Oggi Renzi, avendo smantellato gran parte di quell’apparato ideologico, fa passare le cose che per vent’anni o quindici la sinistra ha fermato. Le fa passare bene? Le fa passare male? Comunque le fa passare. Vent’anni di ritardo. Quanto è costato al Paese tutto ciò? Quanto è costato in termini di debito pubblico, di mancata crescita, di disoccupazione? Questo è tutto da addebitare dalla prima all’ultima riga alla sinistra, che si è opposta per vent’anni alle leggi di Berlusconi.

Come mai, a suo giudizio, la destra ha sempre fatto fatica a imporre i propri intellettuali, che pure non sono mancati e non mancano, nel dibattito culturale italiano? C’entra il retaggio dell’egemonia culturale della sinistra?

C’entra il complesso di superiorità della sinistra. Anni fa una rivista dell’Ordine dei giornalisti fece un’inchiesta sull’orientamento politico dei giornalisti italiani. E siccome il 75% era di sinistra, si capisce che quelli che sono in minoranza non se la passano tanto bene: nel senso che tutte le volte che sostengono tesi vengono etichettati come servi, mentre quando si leggono degli articoli dove si elogia con tanta saliva il Presidente del Consiglio di sinistra, quella è una libera, autonoma e indipendente presa di posizione del giornalista. Allora, se uno dice, guardate che questo governo di centrodestra sta facendo bene, essendo lui di area politica assimilabile al centrodestra, è un servo, se invece un giornalista di sinistra parla bene del governo di sinistra, anche con lodi sperticate, a volte persino imbarazzanti, persino compromettenti per chi le ha scritte, invece è un signore che ha del coraggio perché ha il coraggio delle proprie opinioni. Allora è il pregiudizio della sinistra progressista che condiziona il nostro mondo, il nostro piccolo mondo di giornalisti. C’è un razzismo culturale che segna le cose: quando leggo, faccio un piccolo esempio, tutti questi che parlano di come bisogna aiutare gli immigrati, di quelli che arrivano, sono gli stessi che scrissero degli editoriali in cui dicevano che invadere la Libia non avrebbe provocato alcunché ma avrebbe consentito di portare la democrazia in quel Paese, non ci sarebbe stato Califfato, non ci sarebbe stata l’invasione dei profughi. Oggi siamo di fronte al Califfato e all’invasione dei profughi e quegli stessi signori, dall’alto della loro supremazia e del loro pregiudizio, ci spiegano ancora una volta che cosa si deve fare. Anziché tacere e vergognarsi per non averne mai azzeccata una nella vita. Dalla rivoluzione e dalla lotta di classe ad oggi, ancora pretendono di insegnarci come funziona questo Paese. Sono la nostra rovina.

Come ha cambiato il modo di fare giornalismo l’esperienza di Tangentopoli?
L’ha cambiato nel senso che i giornali e le redazioni sono diventati gli uffici stampa delle Procure. Per cui, tutte le volte che una Procura apre un’indagine, i giornali applaudono, i giornalisti si mettono al servizio dell’informazione del magistrato, senza nessuna voglia e capacità di approfondire davvero le accuse. Guardi, ho qui sul tavolo in questo momento il libro di un signore che faceva il manager fino a qualche anno fa quando un bel giorno fu arrestato con l’accusa terribile di essere un delinquente per aver fatto non so quante cose. Bene, il risultato, dopo anni, è che è stato assolto. È rimasto un anno in carcere ed è stato assolto perché contro di lui non c’erano alcuni elementi ma tutti i giornali avevano scritto come se lui e altre persone che erano state coinvolte nella stessa inchiesta fossero un’associazione a delinquere. Nessuno si è vergognato di tutto ciò. Credo di essere stato l’unico giornalista che per primo ha detto: ma scusate ma perché tenete in carcere queste persone? Ma perché se c’è un’accusa di frode non fate i processi invece di mettere le manette? Ecco, noi siamo diventati quelli che applaudono tutte le volte che scattano le manette anziché dirci, sarà davvero così? Cerchiamo di leggere le carte prima di accusare qualcuno e di mettere nero su bianco queste accuse. Non ci capita mai. Non abbiamo imparato niente!

Chi sono i maestri del giornalismo oggi? E quali i giovani più promettenti?
Mi basterebbe che ci fossero i bidelli del giornalismo, anziché i maestri, io non vedo più né maestri né niente, ho appena descritto una situazione che francamente non fa ritenere ci siano tanti maestri.

Qualche rondine che non fa primavera, non la vede?
Vedo tanti giovani anche bravi, che hanno voglia di fare, che si danno da fare, però confesso che ormai i giornali son diventati un tempio di conformismo e di conservazione, del resto non poteva essere altrimenti. Ricordiamoci una cosa: i giornalisti sono stati i difensori del passato. Quando nelle redazioni cominciarono a essere introdotte le nuove tecnologie, i giornalisti si schierarono contro e già questo dice che sono contro la modernità, contro il futuro, contro la voglia di cambiare. L’atteggiamento dei cronisti, dei giornalisti, dei colleghi e delle redazioni è sempre stato quello di rifiutare l’innovazione e il cambiamento e quindi si capisce che ancora siano fermi al secolo scorso anche dal punto di vista ideologico, dal punto di vista delle tesi, non hanno mai guardato oltre il proprio naso, hanno sempre cercato di conservare l’esistente. Il risultato è disastroso, perché le condizioni oggi del settore e della carta stampata in particolare sono delle condizioni di grande affanno e difficoltà che certo sono dovuti all’introduzione delle nuove tecnologie ma che i giornalisti non hanno saputo cavalcare.

È il cattivo giornalismo che crea un’opinione pubblica immatura o viceversa?

Sicuramente l’opinione pubblica non è così immatura come la si descrive, del resto non ci sarebbero stati tanti fenomeni se il cattivo giornalismo avesse potuto condizionare l’opinione pubblica. Cito due esempi, di cui in qualche modo sono stato testimone: il primo riguarda la Lega Nord, che quando fece la sua prima apparizione tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, fu descritta da tutti i giornali – che non capirono questo fenomeno politico importante, che ha segnato un ventennio, e ancora oggi rappresenta un’area di pensiero politico – come una sorta di fenomeno folcloristico, dopodiché abbiamo visto quello che è successo: nel 1992 ci fu la vittoria della Lega Nord, il che vuol dire in sostanza che i giornali non condizionano le idee degli italiani e nemmeno a volontà degli elettori. Lo stesso si è riverificato qualche anno dopo, nel 1994, con Silvio Berlusconi che aveva tutti contro, i talk show, Santoro, che allora imperversava, e con i giornali che scrivevano cose imbarazzanti: ebbene, non ne hanno azzeccata una. Se oggi noi prendessimo qualcuna delle previsioni dei nostri maestri del giornalismo, di quelli che vengono considerati i maestri del giornalismo, ci sbellicheremmo dalle risate. Me ne viene in mente una in cui un signore come Scalfari sosteneva che l’Unione Sovietica ormai aveva sostanzialmente vinto e aveva ottenuto la supremazia sul capitalismo e che i piani quinquennali sarebbero stati formidabili e che avrebbero consentito alla Russia di scavalcare per produzione e capacità tecnologica il mondo occidentale: si è visto com’è andata.

L’Italia, nella classifica della libertà di espressione, compare al 73esimo posto, superata da Ungheria, Burkina Faso e Niger. Qual è l’antidoto per questa pericolosa deriva?

Questa è un’altra di quelle cose comiche. Se queste classifiche le buttassimo nel cestino sarebbe meglio per tutti perché fa ridere tutto ciò. Ma mi scusi: quand’è uscita questa statistica ho detto, voglio vedere domani mattina le prime pagine dei giornali; ricordo che in passato ci furono titoli su tutti i quotidiani, quando al Governo c’era Berlusconi, e addirittura si fece una trasmissione televisiva con Adriano Celentano, il re degli ignoranti, definizione sua, in cui elencava questa classifica e poi fece apparire il martire della televisione italiana, Michele Santoro, che era talmente martire che percepiva uno stipendio da europarlamentare a Bruxelles, abbastanza cospicuo, da quel che mi risulta, e ci fu un grande scandalo perché stavamo al cinquantesimo, cinquantaseiesimo o cinquantaquattresimo posto, non ricordo quale fosse la graduatoria. Dopodiché andiamo al settantatreesimo, superati anche da tutta un’altra serie di Paesi, alcuni dei quali anche ritenuti non propriamente democratici e nessuno dice niente. Addirittura sulle pagine dei giornali, sono andato a verificare, ho trovato in qualche caso delle brevi, in altre neanche quelle: il che la dice lunga sull’onestà del giornalismo italiano.

Dopo l’attacco islamista alla redazione di Charlie Hebdo si parla molto di libertà di espressione. Secondo lei esiste un limite oltre il quale anche la satira non deve spingersi?

Io penso che il limite debba esserci e non ci debba essere l’insulto anche se si tratta di satira; l’offesa è un’offesa sia che tu la dica sorridendo e cercando di fare una battuta, sia che tu la dica senza il sorriso sulle labbra: sempre di offesa si tratta. Ma qui non siamo di fronte ad un problema di libertà di stampa oppure di libertà di satira, siamo di fronte a un altro tipo di problema, siamo di fronte all’intolleranza religiosa: quando c’è dimezzo l’intolleranza religiosa, il problema non è che magari tu hai rappresentato in maniera offensiva un simbolo religioso, magari hai semplicemente dissentito rispetto a una religione, semplicemente hai detto che non condividi, semplicemente hai deciso di rappresentare l’immagine di Maometto, che di per sé non è un’ingiuria dal nostro punto di vista e sulla base dei principi occidentali di libertà di opinione e di libertà religiosa, ma per qualcuno lo è. Quindi siamo di fronte ad un problema di intolleranza religiosa. È inutile girarci intorno, come fanno alcuni. Qui non siamo di fronte a una cosa che riguarda la libertà di espressione, siamo di fronte a un problema più complesso: è tollerabile, integrabile un certo tipo di islam con la nostra cultura? Secondo me no. È incompatibile. Alcune cose di una determinata religione sono incompatibili. Se oggi noi applicassimo quello che faceva l’Inquisizione, saremmo incompatibili con il mondo moderno. Se oggi fosse accettato che la sposa deve seguire il marito e quando lui muore lei debba essere bruciata viva, questo sarebbe incompatibile con i nostri principi di rispetto dei diritti dell’uomo. Allora, vale di più la libertà religiosa o il principio dei diritti dell’uomo? Secondo me vale di più il principio del rispetto dei diritti dell’uomo, quindi o guardiamo in faccia la realtà e quindi badiamo bene che il tema vero non è tanto la libertà di espressione ma questo, oppure non capiremo dove stiamo andando e infatti non lo stiamo comprendendo.

Com’è fatta l’Italia che lei vorrebbe?

Come la vorrei? La vorrei più moderna, la vorrei meno ancorata al passato, la vorrei meno ostaggio delle ideologie, la vorrei meno rancorosa. È un’Italia incattivita quella che io vedo, è un’Italia che non ha il coraggio di voltare pagina su tutto e anche su vent’anni di storia che ci sono stati, tanto è inutile recriminare. Prendiamo la pagina, giriamola e iniziamo a costruire. È un’Italia che ha paura del futuro, è un’Italia che non sceglie di cambiare università perché bisogna difendere il sistema. È un’Italia conservatrice. Paradossalmente noi che parliamo sempre di sinistra e del progressismo, siamo vittime del conservatorismo della sinistra, che non vuole cambiare. La giustizia non si può cambiare perché l’autonomia dei giudici va preservata. I giudici sbagliano? Bisogna cacciare i giudici che sbagliano, come ovunque bisogna cacciare le persone che non sono capaci di fare il proprio mestiere come i giornalisti, come gli insegnanti. Perché devo tenermi un insegnante che non è capace? Perché non do alle scuole la possibilità di scegliersi gli insegnanti migliori e licenziare i peggiori? O di licenziare quelli di cui ritengono di poter fare a meno? Cioè dobbiamo creare un’evoluzione. Non siamo tutti uguali! L’egualitarismo non esiste, siamo diversi tutti. L’importante è con- sentire a tutti di avere una chance, poi uno se la gioca: allora uno se è bravo va nella scuola migliore, cerca di insegnare bene e quindi avrà mercato. Se non è bravo, andrà in un’altra scuola. E chi ha la possibilità di andare in quella migliore, ci andrà, per imparare e per diventare classe dirigente. Noi questa cosa non la vogliamo accettare, vogliamo dire che siamo tutti uguali e non è vero. È una legge contro natura.

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