Mario Monicelli e la trappola della speranza

«La speranza è una trappola, una cosa infame inventata da chi comanda». Con questa frase cinica, disillusa, nella sua ultima intervista poco prima di morire suicida all’età di 95 anni, Mario Monicelli riassume la propria idea della società e della cultura italiana, pronta da sempre a osannare il primo fantoccio mascelluto affacciato al balcone e incapace di quelle rivoluzioni nelle quali gli altri popoli europei avevano saputo trovare nuove energie e un nuovo inizio. Parole dure, che andrebbero riascoltate, che dovrebbero rappresentare il manifesto di un pensiero critico veicolato attraverso chi, da sempre, e ora fuori dalla metafora filmica, ha saputo mettere sotto la lenite di ingrandimento della commedia e del dramma, i difetti cialtroni e le ingenue virtù della nostra antropologia. Ne ha per tutti, anche per i buoni, anche per coloro che rappresentavano allora, nel 2010, e rappresentano tuttora quanto di accettabile e di spendibile socialmente c’è nell’establishment culturale, e forse anche per questo il suo scomodo testamento culturale, queste sue parole affilate come lame, non hanno trovato un terreno fertile, non hanno saputo o potuto guadagnarsi quella dimensione nazionale che avrebbero meritato, non hanno avuto la cassa di risonanza che pretendevano, non sono arrivate a coloro cui errano destinate, i giovani. Gli stessi giovani cui aveva riservato le proprie speranze per il lieto fine del copione farsesco nazionale e che iniziava a non capire più. E non è facile, nelle nostalgie sessantottine e nel retaggio del vago ricordo dell’egemonia culturale, trovare qualcuno che ammetta che una generazione ha fallito, men che meno se la generazione è quella della contestazione. E invece lui accusa, senza peli sulla lingua, facendo nomi, tirando in mezzo il fascismo e avvisando che non è la cosa peggiore che possa capitare, mettendo l’italiano di fronte alla propria vigliaccheria e alla propria pecoronaggine, debole coi forti e forte coi deboli, traditore e patetico, privo di pudore, come i Gassman  e Sordi della Grande Guerra, che però trovano una loro spinta personale, una forma di dignità finale, a redimere la propria piccolezza, augurandosi, Monicelli, un ricambio totale dell’intera classe dirigente.

E se n’è andato con un gesto estremo, estremamente politico, a sigillare il suo J’accuse: il suicidio. Viveva a Monti, quartiere divenuto negli anni simbolo di quel movimento giovanile da aperitivo nel quale lui non trovava forse più ciò che avrebbe voluto vedere, quella spinta, la gioventù come attitudine critica, come forza naturalmente proiettata verso il cambiamento, come energia pura, invece che una semplice e ottusa autocertificazione di status, ancorata a elementi puramente decorativi, come una cravatta può fare l’onestà di una persona.

La stessa gioventù che quarant’anni fa, nella persona di un arrogante e fastidioso Nanni Moretti, accusa il Maestro di complicità nella creazione di un cinema dominante e di una cultura nazionalpopolare, anche attraverso l’utilizzo dell’attore Albero Sordi, inaccettabile perché non accettata dal mondo degli intellettuali, dei maestri, cattivi maestri, maestricchi, mezzi maestri e quaquaraquà sgambettanti al passo dell’oca di un’egemonia culturale che non parlava più a nessuno, inaccettabile perché espressione sincera di un’italianità concreta, anche se caricaturata, vera, e perciò minacciosa, eretica, fuori dal pensiero unico la cui accettazione era il solo modo per sopravvivere intellettualmente. Lo stesso Nanni Moretti che poi, paradossalmente, diventato simbolo della sinistra all’acqua di rose, dei girotondi e della vacuità di una società civile che faceva meglio a rimanere tale. Lo stesso Monicelli che non poteva non diventare un gigante nel mondo della cultura e del pensiero italiani, il cui gesto e le cui parole dovrebbero rimanere impresse nella testa di chi pensa e soprattutto delle nuove generazioni, cui lui avrebbe affidato il futuro del Paese.

E soprattutto oggi, in un Paese totalmente svuotato da qualunque tipo di passione sincera, totalmente assuefatto alle abitudini e alla disinformazione, irrimediabilmente arruolato nelle fila dell’omologazione e dell’accettazione sociale, tremante di fronte all’idea di uscire dal seminato e da ciò che viene accettato, patetico nel tentativo di dare alla gioventù il senso di una credenziale di per sé, anagrafica se l’età lo permette o esteriore e decorativa se l’età avanza, soprattutto in questo avvilente quadro nel quale Monicelli non vedeva speranza, e anzi, nel quale considerava la speranza come uno sporco inganno, le sue parole andrebbero rilette, il suo gesto ripensato, la sua figura posta là dove merita di stare: nell’Olimpo delle personalità italiane, assieme a quei rari «intelligenti rivoluzionari» che Gianni Rodari si augurava per questo Paese.

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