Mario Andreose: mezzo secolo di (storia dell’) editoria (in un libro)

La carriera di Mario Andreose nel mondo dell’editoria italiana si può dividere in tre grandi momen­ti. Il primo, lasciata una Venezia grigia con ancora i segni della guerra, è l’arrivo a Milano, presso l’appena nato Saggiatore del gruppo Mondadori. Un decennio più tardi, nel ’69, il trasferimento alla casa madre, dove si occupa di libri d’arte, per bambini e di divulgazione scientifica. Infine, nel 1982, il passaggio al Gruppo Fabbri (comprendente anche la Bompiani) come direttore editoriale. Attualmente è direttore letterario della RCS Libri.

In oltre cinquant’anni di vita passata «ad accendere e spegnere le luci a chi era destinato a stare sotto le lampadine», Andreose ha avuto l’immensa fortuna di imparare da un lato dai grandi intellettuali-politici degli anni Sessanta e Settanta, tra cui Debenedetti, Argan o Bianchi Bandinelli. Dall’altro di conoscere personalmente scrittori del calibro di Moravia, Sciascia, Eco, Bufalino, Kundera, Patricia Highsmith, Bret Easton Ellis e altri protagonisti assoluti del Novecento.

Il suo libro, Uomini e libri (Bompiani), una sorprendente e piacevole collezione di articoli pubblicati negli ultimi anni, racconta le due facce dell’editoria di ogni tempo e paese attraverso l’inesauribile rapporto tra scrittore e editore, diventato in tempi più recenti anche «dialettica agente/editore, il sale – ma anche il pepe – che ha condito la storia dell’editoria». E infatti, dopo la breve rassegna di quei viri illustres che hanno avuto il vizio di saper fare la storia con l’arte, il libro cambia tono e conosciamo anche chi, quell’arte, l’ha saputa tramutare in affari, in mercato e tendenze, in soldi. Veniamo così (un po’ brutalmente per chi non se lo aspetta) immersi nell’universo delle fiere del libro per come le vivono gli “editor/cacciatori”, abilissimi nel muoversi nei lunghi corridoi tra uno stand e l’altro e poi, se necessario, a cena e dopocena nei locali gremiti dai vip dell’editoria internazionale. Scopriamo i «trucchi per riempire librerie», i libri «costruiti a tavolino» e anche la ricetta per l’autore che «vuol essere milionario».

L’arte, per essere tale, deve per forza passare attraverso il vaglio impietoso di critici – non sempre laureati – che con un lieve movimento del sopracciglio o del mento ne decidono la buona e la cattiva sorte?

Il ruolo del critico si è andato abbastanza ridimensionando, perché è venuta meno la tradizione della cosiddetta critica militante. Se sfogliamo quotidiani e periodici, le pagine dedicate alla letteratura sono sempre meno. Firme autorevoli come i grandi critici del passato? Oggi non so quante ne po­tremmo contare. La fortuna letteraria e il successo commerciale hanno ormai un’indeterminatezza legata a più di una ragione, non si passa più solo attraverso giudizio critico.

Nel suo libro parla di «allergie ereditate dall’idealismo crociano e poi dal materialismo storico capaci di tenere al bando certi autori». Si può dire allora, che una volta era una specie di sol­lievo ideologico, anche moralistico, a decretare il successo di un libro, mentre oggi contano sol­tanto le esigenze del mercato?

Per fortuna nostra – mi metto dalla parte dei lettori – siamo ancora in grado di valutare la qualità di un’opera. Esistono fenomeni legati a ragioni commerciali e strategie di marketing, ma grazie al cielo un libro buono di un autore valente si impone in ogni caso, perché i lettori veri, i lettori forti se ne accorgono. Certamente abbiamo attraversato delle fasi in cui la moda o tendenze sia ideologiche sia politico-sociali hanno favorito questo o quell’autore, pensiamo solo a quello che è avvenuto sotto la dittatura fascista e la grande rivoluzione di lettura che si è verificata nell’immediato dopoguerra quando abbiamo potuto leggere liberamente gli autori che prima appartenevano a nazioni nemiche. Ci sono state ondate successive in cui l’egemonia del pensiero e della politica orientati a sinistra è stata in grado di orientare o ha fatto prevalere una cosiddetta letteratura impegnata. Per cui certi au­tori in questo senso potevano ottenere il favore dei critici e quindi essere favoriti nella diffusione.

Lei ha conosciuto una classe di intellettuali prestati alla politica. Cosa rimane oggi degli intel­lettuali che legittimati da questo concetto di egemonia culturale influenzavano la politica e la società?

Abbiamo visto che intellettuali prestati alla politica anche in anni più recenti non hanno dato risulta­ti significativi, sono esperienze che si sono esaurite. Cacciari è forse l’eccezione che conferma la re­gola, ma ha fatto il sindaco di Venezia da cittadino veneziano molto radicato nella città, e lo ha fatto egregiamente. Diverso forse è stato il caso di Alberto Moravia che, come parlamentare europeo, aveva a suo tempo condotto una campagna contro il pericolo nucleare che ha avuto un significato ben preciso. Oggi i politici fanno i politici e gli intellettuali fanno gli intellettuali e le volte che ven­gono chiamati in causa giustamente si ritraggono. Umberto Eco è stato sollecitato diverse volte a di­ventare ministro della cultura o presidente della RAI, ma se n’è guardato bene! Non vedo un’interfe­renza, una connessione o una sinergia tra classe politica e intellettuali, in questo momento.

Cita anche André Gide, quando dice che «l’estetica è la morale». Oggi cos’è l’estetica e cos’è la morale?

Gide aveva fatto della sua pederastia una bandiera e di questa sua attitudine aveva intessuto la sua opera. Oggi sarebbe stato crocifisso dal politically correct, sarebbe stato un grosso equivoco e un grosso pasticcio di cui non oso immaginare le conseguenze. Ci sono ancora scrittori omosessuali, ma il fatto che Gide conducesse una vita in cui, alla luce del sole, con grande libertà e senza remore andasse a fare turismo sessuale nei paesi del nord Africa – di cui poi scriveva pagine sublimi – oggi sarebbe un po’ imbarazzante. Pensiamo anche alla cerchia di raffinatissimi intellettuali inglesi dell’e­poca di Virginia Woolf, il Boomsbury Group: si sentivano tutti assolutamente liberi di praticare e di mettere in atto orientamenti e gusti senza timore di offendere nessuno, né tanto meno avere guai con la legge. Tutto avveniva nel nome dell’estetica e della libertà assoluta dell’individuo. Oggi, la moralità ha dei guardiani in difesa di chi ha meno possibilità, come i minorenni.

Perché un libro come Cinquanta sfumature di grigio oggi ha successo? Si è davvero realizzata così la lotta per l’emancipazione della donna portata avanti, ad esempio, da Erica Jong con il suo Paura di volare?

C’è stata un’evoluzione sociale e culturale grazie anche al movimento femminista dei tempi della Jong. Le donne, che sono la stragrande maggioranza delle lettrici di Cinquanta sfumature di grigio, non si sentono più minacciate dalla supremazia del maschio, sanno di non avere un ruolo inferiore nella società. E, proprio perché si sono emancipate, non si peritano di giocare alla sottomessa. È un gioco che attiene proprio al principio del piacere, che vuol dire avere esperienze che scelgo io, libe­ramente. Io vengo sedotta da un personaggio che in altri tempi mi avrebbe creato diffidenza, se non ripugnanza. Invece proprio in nome del principio del piacere voglio sperimentare fino in fondo, da protagonista. Mentre Simone de Beauvoir col Secondo sesso aveva sì predicato la libertà sessuale, la parità uomo-donna e, citando il caso di Brigitte Bardot cui aveva dedicato un’interessante monografia, la lodava perché si comportava come un uomo predatore che cambiava partner tutte le volte che ne aveva voglia e l’opportunità, adesso le donne non hanno più questo timore, questo bisogno di essere incitate. Si è molto attenuata questa differenza di potere tra i due sessi nella società, nel comportamento privato. È come dire: mi pace giocare con il fuoco.

Lei lo ha letto?

Ho letto qualche pagina poi mi sono annoiato. Aveva questo odore di scandalo e di assoluta novità, ma che novità non era, perché basta frugare nel catalogo della vecchia Bompiani per trovare un ca­polavoro assoluto che è Histoire d’O, primo romanzo scritto da una donna, la cui vicenda si svolge proprio all’insegna della schiavitù volontaria di una donna bellissima che si fa letteralmente mettere al guinzaglio dal proprio amante. De Sade poi, al confronto, è un maestro assoluto. Comunque la globalizzazione ha fatto il resto. Sade era una lettura riservata ai libertini colti dei suoi tempo post-rivoluzionari. Non dimentichiamo che Cinquanta sfumature di grigio è nato in rete, per iniziativa della scrittrice, fortunata e furbissima. Solo dopo è stato adottato dalla grande editoria per la pubbli­cazione su carta.

Cosa ne pensa del selfpublishing?

Credo che il fatto di poter mettere tutto immediatamente a disposizione sia un approdo ormai alter­nativo a quelli che erano i comportamenti canonici tra autore, aspirante autore ed editore. È un ca­nale nuovo di cui sia gli scrittori che gli editori devono tener conto.

Crearsi il personaggio, in questo senso, può essere la soluzione? Chi è ad esempio Elena Fer­rante?

Anche qui siamo di fronte a un fenomeno per il quale l’accorgimento dell’anonimato difeso con le unghie e con i denti è un ulteriore incremento alla diffusione. Non è la prima volta che accadono fe­nomeni di questo tipo. C’erano già stati libri pubblicati in pseudonimo che raccontavano cose di in­teresse politico in forma anonima per avere l’impunità o per non essere immediatamente bersaglio di quelli che potevano risentirsi della lettura. Il caso Ferrante è diverso perché è un caso di buona narrativa, anche questa orientata ad un pubblico femminile, che come sappiamo in percentuale con­ta più dei maschi, quindi è un’operazione riuscita. Quando sapremo di chi si tratta non cambierà nul­la. Sarà un’informazione aggiunta, senza alcun effetto sulla diffusione o sul giudizio critico espresso finora.

Un pronostico sullo Strega?

Non mi sorprenderei se fosse appunto la Ferrante, proprio grazie a questa campagna mediatica e alle polemica che la sua partecipazione ha suscitato. Mi risulta che alcuni votanti abbiano avuto qualche risentimento, perché si è sottratta ai normali rituali della presentazione dei candidati. Quindi c’è co­munque un margine d’incertezza.

Voi invece portate Covacich.

Sì e siamo molto contenti di avere acquisito questo bravissimo autore, che oltretutto ci ha indotto e convinti a recuperare l’opera di un altro grande scrittore triestino che è Quarantotti Gambini, di cui abbiamo pubblicato un’ampia scelta di opere nei classici della letteratura europea.

Di Trieste racconta di aver frequentato, negli anni del servizio militare, le sue «meravigliose birrerie con dei nottambuli un po’ bohémiens».

Infatti per me tornare a Triste è come dire una rimpatriata molto gradevole proprio perché legata ad espe­rienze e incontri di vario genere che appartengono a quella fase della post adolescenza, o prima gio­ventù, che rimangono particolarmente impressi. Soprattutto quando hanno a che fare col tempo libe­ro, al vagare per la città, scoprire i luoghi e prendere parte alla vita artistica, musicale e letteraria.

Lo sa che a contribuire a certo turismo germanofono qui a Trieste c’è anche il merito di uno scrittore di gialli come Veit Heinichen?

Un libro può ancora dare questi effetti collaterali (ride, ndr). Vuol dire che si è trattato di una lettura avvincente, se no, non avresti voglia di andare a vedere i luoghi. Non so se possa accadere lo stesso dopo aver letto Guerra e pace o la Certosa di Parma.

Va detto che poi la trasposizione televisiva, pensiamo anche il caso Montalbano, può fare mol­to.

Certo. È un fenomeno che esiste da sempre. Una volta era solo legato al cinema e ci sono stati dei capolavori letterari che hanno ispirato ottimi film o veri capolavori, come Furore di Steinbeck. In questo caso il film di John Ford ha sicuramente aiutato la diffusione del romanzo. Ricordo che ap­pena iniziai a lavorare alla Bompiani, mi trovavo a New York. Uscii la sera e trovai le strade semideserte. Mi dissero che c’era Uccelli di rovo in televisione, una delle prime serie televisive fortunate, anche lì partendo dal romanzo di Colleen McCullough che aveva già avuto successo come libro – avevo fatto stampare l’edizione economica e ricordo che in un mese vendemmo 300.000 copie. Però ci deve essere coincidenza tra un buon prodotto cinematografico o televisivo e un buon testo. Una delle mie autrici preferite, Patricia Highsmith, ha ispirato bellissimi film, da Sconosciuti in treno di Hitchcock a L’amico americano di Wenders, e al festival di Cannes hanno appena proiettato il film tratto dal romanzo Carol. Non il solito noir inquietante, ma uno dei primi libri che negli anni ’50 aveva raccontato l’omosessualità femminile, che era ancora più scandalosa – tanto è vero che dovette usare uno pseudonimo. Non vedo l’ora di vedere l’interpretazione di Cate Blanchett!

Sappiamo che è abbastanza scettico nei confronti del futuro dell’editoria. Ma in quelli del li­bro?

Le crisi ci sono sempre state, guardiamo anche il caso Einaudi che nel passato è stata sull’orlo del fallimento e oggi è in ottima salute. Del resto, l’editoria è lo specchio del mondo, ma finché ci saranno autori che scrivono buoni libri…