Mario Adinolfi: giornalismo e falsi miti di progresso

Intervista rilasciata il 6 marzo 2015

Giornalista, politico, blogger, Mario Adinolfi non ha mai fatto mistero delle sue posizioni ultracattoliche che da più parti gli valgono il marchio di crociato, oscurantista e guerrasantista. Da parte sua, Adinolfi porta avanti la sua battaglia contro quelli che chiama “falsi miti di progersso” con piglio provocatorio e frontale. Ultima fatica, la fondazione de La Croce, quotidiano cartaceo e organo ufficiale dell’associazione Voglio la mamma.

Lei in rete funziona benissimo, sia per i suoi argomenti, che suscitano immancabilmente polemiche e dibattiti, sia per il modo in cui lo fa. Cosa l’ha spinta verso la carta stampata, tra l’altro in un momento di crisi per il giornalismo tradizionale?

Non ho mai capito granché il concetto del “funzionare”. Io semplicemente dico quello che penso in modo piuttosto diretto, lo scrivo, ne dibatto. In tutti gli spazi in cui mi è consentito, non solo in televisione o sul web, in radio o sul giornale. Lo faccio anche a cena tra amici. Non penso a distinzioni reali tra giornalismo “tradizionale” e altre forme di comunicazione. Semplicemente, o si ha qualcosa da dire, o non la si ha. Io ho qualcosa da dire. Credo si percepisca.

A volte sembra che, nel chiasso indistinto della rete e della televisione, si sia costretti ad alzare i toni. Lei è così di suo o cerca di farsi spazio attraverso il suo personaggio?

Non mi pare semplicemente di essere una persona che alza i toni. Dico le cose con nettezza, ma cerco di evitare risse strumentali, rifiuto tantissimi inviti a dibattiti televisivi in cui so che l’unica finalità è provocare lo scontro. Non ho un personaggio. Sono Mario Adinolfi, con pregi e difetti, nella vita personale e in quella pubblica.

Per lei i falsi miti di progresso sono matrimonio omosessuale, aborto, eutanasia infantile, diagnosi prenatale e deriva eugenetica, “dolce morte”, omogenitorialità, utero in affitto, transessualità. Da chi sarebbero costruiti e diffusi, questi miti?

Da un sistema mediatico e culturale, innervato da forti interessi economici e politici, portatore di una visione antropologica che vuole trasformare le persone in cose. E le persone fallate in cose eliminabili. Non lo dico io, lo dice Papa Francesco che insiste sulla viltà di una società dell’efficienza che ha prodotto una cultura dello scarto. In cui la persona umana malata, anziana, in qualche modo “fallata”, deve essere scartata, eliminata. Il magistero di Papa Francesco è illuminante sulla contemporaneità.

In cosa sta il vero progresso, secondo lei? E non parlo di difesa o conservazione di qualcosa.

Il vero progresso è condurre i soggetti più deboli, gli scartati per restare a Papa Francesco, verso una condizione di uguaglianza e piena dignità riconosciuta da tutto il consesso umano. Il soggetto più debole in assoluto oggi è il bambino. Il primo progresso che la contemporaneità deve compiere è tutelare il bambino, tutelare i suoi diritti dal concepimento al diritto di avere una mamma e un papà, che viene negato da ideologie regressiste che vogliono creare legioni di orfani di madre o di padre. Gli altri soggetti deboli da tutelare per chi si considera progressista sono gli anziani e i malati. Poi le donne, di cui va tutelata la maternità e impedite le varie forme di riduzioni in schiavitù, dalla prostituzione alle pratiche di utero in affitto. Insomma, c’è molto da fare verso un pieno progresso della società contemporanea.

Quali obiettivi si prefigge con la Croce? Non c’è il rischio che a leggere il quotidiano sia soprattutto chi già la pensa come lei?

La Croce è un quotidiano che ha molti lettori giovani e giovanissimi, d’altronde è un giornale nato sui social network e dibattuto ogni giorno da decine di migliaia di persone proprio sui social. Senza La Croce molti non comprerebbero nessun giornale, non andrebbero in edicola. Ci legge chi ha bisogno di argomentazioni chiare e notizie sempre aggiornate rispetto ai temi essenziali che ci interessano: la nascita, l’amore, la morte. E le tremende leggi che vogliono occupare questi ambiti trasformando ciò che non è in ciò che è.

Quale spazio ha la componente illuminista nella sua idea di Europa?

Sapete bene che il primo numero de La Croce si è aperto con un richiamo diretto ed esplicito fin nella titolazione al discorso di Ratisbona di Papa Benedetto XVI. E anche noi abbiamo citato esplicitamente l’illuminismo, da tenere però dentro la forza del messaggio cristiano. Ragione e fede marciano insieme.

Papa Francesco farà mai un discorso di Ratisbona?

Francesco porta avanti il discorso di Benedetto, con le sue peculiarità.

Sull’Europa soffiano venti di crisi, paura e guerra. Da giornalista e da cattolico, qual è il suo atteggiamento di fronte a scenari come quelli di Grecia, Ucraina e Stato Islamico? Quali sono, secondo lei, gli errori da non ricommettere?

Sono molto preoccupato dal 18 agosto 2014, da quando Papa Francesco ha parlato di “terza guerra mondiale combattuta a pezzi, a capitoli”. Mi pare davvero che sia così, siamo dentro un quadro bellico globale e l’errore da non ricommettere è pensare che l’unica via di soluzione ai problemi sia la guerra.

Esiste un islam buono?

L’islam ha bisogno di una rivoluzione religiosa, non politica. Lo si sta capendo bene in Egitto, lo si comincia a teorizzare: aveva davvero ragione Benedetto a Ratisbona nel 2006. Lo insultarono, ma aveva colto pienamente nel segno.

C’è ancora spazio per l’approfondimento e per la figura dell’intellettuale, nell’era digitale?

Assolutamente sì, anzi lo spazio si è dilatato. I più giovani possono prendere esempio dalla mia storia: un blogger che all’alba dell’era digitale ha aperto un piccolissimo sito di elaborazione di personali pensieri e riflessioni su me stesso e sull’attualità, che ha finito per diventare parlamentare e direttore di quotidiano, scrittore e protagonista del dibattito pubblico. Tutto è cominciato con un blog. Bisogna avere qualcosa da dire e non avere paura di farsi dei nemici. La rete può essere anche terribile, ti massacra, è una quotidiana prova del fuoco. Ma forgia per questo gli strumenti intellettuali che servono a praticare un mestiere del genere.

Chi sono oggi i maestri del giornalismo? Mi fa qualche nome?

Non vedo grandi maestri in giro. Da ragazzo amai la lezione di assoluta libertà di Indro Montanelli, il suo essere davvero controcorrente. Ora il giornalismo italiano è organizzato in clan e cosche. No, nessun maestro. I ragazzi si sentano liberi, non hanno nulla da imparare dal giornalismo italiano contemporaneo. Forse l’unico maestro sono io, ho indicato una strada diversa, montanelliana, di totale autonomia dai condizionamenti esterni, di una libertà che atterrisce e spinge all’insulto e alla denigrazione chi così libero non è. È poco elegante dirlo, ma è così: un giovane impari da me.

Mi dice qualcosa di lei che ritiene di sinistra?

Mi sono battuto tutta la vita a sostegno dei soggetti più deboli, del precariato soprattutto esistenziale della mia generazione, dei trenta milioni di italiani nati dopo il 1970 che sono stati devastati dall’insipienza e dall’ingordigia delle generazioni che che li hanno preceduti e ora hanno lasciato solo debiti e disastri anche etici ed intellettuali. Mi batto per i bambini che rischiano di non nascere, per quelli malati spazzati via dall’eugenetica abortista, per le donne in condizioni di bisogno che i ricchi si comprano per far partorire bambini che poi strappano al loro seno, per gli anziani malati che una società efficientista vuole sopprimere con la nuova ideologia dell’eutanasia. Mi batto per i senza voce da tutta la vita e per tutta la vita lo farò. Chi vuole mi piazzi a destra o a sinistra, tutto sommato non me ne frega niente. Io so chi sono.

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