Marco Puntin: impara l’arte e mettila da parte

Ormai da vent’anni si occupa stabilmente di arte contemporanea. Co-fondatore e co-proprietario della galleria LipanjePuntin arte contemporanea che dal 1992 ha portato grandi artisti nella capitale dell’Europa di Mezzo, Trieste. Siamo in furgone, stiamo andando a prendere le opere per l’inaugurazione della prossima mostra negli spazi di via Diaz 4. Alle nostre spalle nel vano carico del mezzo ci sono 3 bellissime casse di legno appena atterrate  a Venezia dal JFK di New York. Stiamo attenti a non frenare bruscamente perché le opere di design, contenute nel bellissimo legno liscio e timbrato delle casse, non si danneggino.

Marco, che cos’è per te l’arte contemporanea (ancora non lo sa, ma questa sarà la domanda ricorrente delle interviste di “Impara l’arte e mettila da parte” perché effettivamente il mondo dell’arte contemporanea è soprattutto una questione di sguardi e, come l’uovo di Colombo, nessuno sa di preciso cosa sia)?

L’arte contemporanea è quella cosa là, che noi collochiamo idealmente un po’ più in alto, che si pone delle domande e si dà delle risposte, ma che alla fine non arriva mai da nessuna parte. Potrebbe essere un goal di Sanchez dell’Udinese, un sorpasso di Valentino Rossi, o un piatto di Tomasz Kaucic. Ma anche un armadio o un orologio di Carlo Bach o ancora la sedia di Antonio Pio Saracino. Purché rimanga un prototipo.

Fin dalla sua fondazione nel 1996, la vostra galleria ha dedicato una particolare attenzione al mondo della fotografia attraverso l’opera di Anton Corbijn e  David Byrne, solo per citare quelli più conosciuti. Ricerca che è proseguita negli anni. Perché la fotografia?
Io ho studiato e insegnato Cinema per anni all’università di Trieste, è una mia grande passione. Il cinema è immagine in movimento, movimento che sta anche alla base della vita. Nel mondo di oggi in fin dei conti, come diceva già Eraclito, “Tutto scorre” e non godiamo del presente, perché il presente e già futuro. L’immagine fotografica ferma e sedimenta anime, vite, emozioni e ricordi.

Cosa vuol dire fare il gallerista oggi?
Oggi come oggi, significa fare turismo sessuale. Il mestiere si è evoluto molto dai suoi esordi, ed è diventata, come vale per tutte le altre attività umane, una questione di soldi, con le proprie regole e leggi. Basta avere i soldi ed entri anche nell’arte contemporanea, dopo 2 o 3 anni, ma se hai più denaro anche solo dopo 2 mesi, diventi un collezionista o esperto d’arte, ma peggio ancora un art consulter.

Negli ultimi anni in Italia sono nati il MACRO, il MAXXI e anche il MART, nuove istituzioni che hanno cercato di dare spazio all’arte contemporanea. Può l’arte contemporanea diventare istituzionale ed istituzionalizzata come l’arte moderna?
Anche questo lato dell’arte contemporanea è una faccia del turismo sessuale a cui mi riferivo parlando del lavoro del gallerista. In Italia purtroppo queste iniziative rimango accadimenti isolati che non portano ad un vero e proprio contatto tra le diverse realtà dell’arte contemporanea. Il problema italiano era già stato individuato un paio di decenni fa da Achille Bonito Oliva: da noi non esiste un sistema dell’arte.  Manca l’educazione necessaria che in altri paesi d’Europa viene fornita anche ai bambini. Per gli italiani e le relative istituzioni, l’arte rimane un recupero ed un mantenimento di opere e monumenti legati al passato. Ma questo non significa che siamo meno ignoranti: trent’anni di Mediaset hanno lasciato profonde tracce nel gusto artistico della nostra nazione. Mentre anche chi, per suo statuto ontologico, avrebbe dovuto occuparsi maggiormente della salvaguardia di un patrimonio culturale e artistico è rimasto a guardare.

In questo senso, allora, l’arte contemporanea è rimasta un’iniziativa che parte dai privati?
Si, effettivamente se non ci fosse stato il lavoro di molte gallerie che in Italia hanno cercato di difendere il mondo dell’arte contemporanea, essa si sarebbe lentamente affievolita per poi scomparire. Ma questo, tuttavia, non è possibile, perché la pulsione all’arte ci sarà sempre, ci saranno sempre gli artisti. Anche se ultimamente ho assisto con timore a un tentativo di cancellare la stessa figura dell’artista. Pensiamo al Padiglione Italia della 54 Biennale: gli artisti sono colori e pennelli, gli spazi espositivi sono la tela in cui l’unico vero creatore è il Vittorio Nazionale. L’esperienza di quest’anno ci dimostra soprattutto come, pur invitando più di cento intellettuali a esprimersi attraverso un’artista, in realtà si sia osato poco, arrivando a scegliere sempre il raccomandato o la velina di turno. D’altronde anche per la Biennale vige la regola che vale per il resto del nostro paese ovvero, parafrasando qualcosa di molto più sacro, la Repubblica Italiana è un paese fondato sulla raccomandazione. E di breve memoria sembra, poiché mentre le gallerie devono rispondere della propria professionalità e del proprio lavoro anche negli anni a venire, non sembra che certi dilettanti debbano fare altrettanto. Il risultato? Di questo padiglione Italia della Biennale non si è parlato di un solo artista.

In questa complicata e particolare dialettica tra pubblico e privato, esiste anche un terzo polo che in Italia negli ultimi anni prendendo molto spazio nel mondo dell’arte contemporanea, il mondo delle fiere. Spesso infatti, ci sono molti visitatori che al posto di andare per musei, vanno per fiere. Come si colloca questo nel mondo dell’arte contemporanea?
Anche questo fenomeno fa parte della globalizzazione del mondo dell’arte. Una fiera è sempre un’ opportunità di farsi conoscere su numeri che per l’attività di una galleria altrimenti sarebbero impensabili. Avere l’occasione di esporre il lavoro ad un pubblico di 20.000 persone è una gustosa offerta per un gallerista.

Cosa consiglieresti a un giovane artista?
Senza dubbio di andare all’estero, di conoscere il mondo e le lingue, di fare le proprie esperienze nel mondo, un po’ come accadeva negli anni 60 in America. Studiare qualcosa, medicina,fisica, poesia, e letteratura in maniera approfondita, così che possa dare un surplus alla loro arte. E di fare mille lavori, anche e soprattutto manuali, i più grandi artisti visuali hanno cominciato così, facendo i technicians nelle gallerie di New York e Londra. Per recuperare così l’artigianalità dell’arte contemporanea: oggi si tende a pensare che l’artista debba avere solo delle idee, come fanno i pubblicitari, ma che poi la realizzazione spetti a qualcun altro. Io rimango di tutt’altro avviso.

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