Marco Palvetti: il futuro del cinema italiano

Conosciuto ai più per aver interpretato il personaggio di Salvatore Conte in “Gomorra – La serie”, è stato premiato al festival Cortinametraggio come artista rivelazione, grazie alla sua interpretazione in “Gran Finale – Il Film” cortometraggio scritto e diretto da Valerio Groppa e prodotto da Jacopo Niccolò e Giulio Capanna.

A suo avviso, nel panorama italiano, il cortometraggio è adeguatamente considerato oppure meriterebbe un maggiore sviluppo e un maggiore spazio?

Questo è un discorso importante ma credo più grande, nel senso che non riguarda solo i cortometraggi. Specialmente in questo momento, in Italia, è difficile trovare dei prodotti che rientrino in determinati parametri qualità come in questi contesti dove vengono ben supportati sotto molti punti di vista. È complicato. Rispetto al cortometraggio credo sia un mercato che si possa attivare. È interessante però mettere l’accento anche su un’altra cosa. Non bisogna infatti confondere il cortometraggio con la possibilità di pubblicizzare un qualcosa che poi ha delle altre pretese. Mi spiego meglio, è comunque un prodotto finito. Se il mercato del cortometraggio, oppure il festival del cortometraggio, vengono contaminati da qualcosa che è pubblicità di serial, teaser, eccetera… ecco questo significa far perdere moltissimo al corto. Può succcedere, è chiaro, iniziare con un corto e poi arrivare a fare un film, però non deve essere premeditato, oppure se lo è, non deve vedersi nel prodotto finito. Questo secondo me è un grosso problema, si confondono troppo le cose.

E a livello internazionale invece? Che situazione troviamo? 

Credo sia diverso,  c’è una qualificazione diversa. Ma lo si vede, non c’è bisogno di chiederlo a qualcunodel mestiere, è così e te ne accorgi chiaramente. Ti accorgli del livello di qualità che possono e che riescono a ottenere. È questo, parliamo sempre di questo, di esigenze, di necessità, sia che si tratti di un lungmometraggio o di un cortometraggio.

Come è cambiato il modo di fare cinema negli ultimi anni?

Credo che il problema sia sempre lo stesso, ovvero che non si tenda a puntare sui giovani. Ce ne accorgiamo perché vediamo che si raccontano sempre le stesse storie, sempre le stesse commedie, purtroppo. Ho letto un po’ di tempo fa un articolo dove si proponeva, per prova, di abolire per due anni le commedie, della serie: non si fanno più commedie in Italia per due anni e vediamo cosa succede. Perché una volta le commedie venivano fatte, trovavi Monicelli, i Magni, ma pure Leone. Oggi no. Commedie su commedie, sembra che l’opera prima debba essere o qualcosa di assolutamente astruso, complicato, complesso, troppo ricercato e quasi incomprensibile, oppure una commedia becera. Ci sono questi estremi strani, forse perché è più semplice, forse perché dal punto di vista della maggiorparte di questi personaggi che definiamo attori ( io poi sono molto severo a riguardo), è più semplice, perché loro portano loro stessi, non hanno il problema di confrontarsi con la complessità di un personaggio, pensano che tutti i personaggi siano come loro. Devi riuscire ad indossare un personaggio, a sostenerlo, altrimenti è vuoto. Un accento, un dialetto, tutto quello che ti metti addosso devi farlo, devi viverlo perché ne hai la responsabilità nei confronti del pubblico, della gente che ti guarda. Sei sotto i riflettori e questo non è un lavoro che si può fare a metà, è un lavoro che bisogna fare fino in fondo perché suoni la tua anima, suoni te stesso, e non c’è via di scampo.

Riguardo ai giovani emergenti registi e attori, ritiene vi siano degli elementi in grado di distinguersi dalla massa oppure no?

Credo che vi sia un problema generazionale da considerare. Io ho 26 anni e la mia generazione, così come le altre generazioni vicine alla mia, ha una responsabilità forte, che è quella di creare un ponte tra quella che è stata la storia del nostro cinema e dello spettacolo, e i giovanissimi che non hanno idea diche cosa sia il nostro lavoro. Quindi l’attenzione va posta su questo, è questo il punto. Ormai abbiamo un problema più grande: la mancanza di contenuti. Siamo qui a parlare e fondamentalmente parliamo di un mercato. Non parliamo di quella che alcuni definiscono arte, altri il mestriere più bello del mondo. E definirlo solo mercato non va certamente bene.

Chi sono quindi i maestri oggi?

La nostra generazione ha una fortuna, e cioè che molto probabilmente non diventeremo mai ricchi. Quindi, o ci accontentiamo di quelle concessioni che ci dà il sistema, oppure decidiamo di fare la storia. Perché questa è l’aria per fare a storia. Questo è il momento per farla, o comunque per fare la storia la qualità dell’aria è questa, anche. Dobbiamo essere noi i maestri, perche vogliamo imparare, diventando maestri nell’insegnare agli altri, ai giovani, ad imparare.

Quali consigli per intarprendere la carriera d’attore?

Essere aperti, aprirsi a tutto quello che c’è fuori e dentro di noi, essere disponibile. Essere cosciente che questa è innanzitutto una scelta di vita, non è glamour. È la puntata più grande che puoi fare rispetto alla tua vita, punti tutto, te stesso, i tuoi affetti. Cambia tutto quello che hai intorno. Per questo dico, è più un’esigenza quella di fare l’attore. Spesso non si pensa infatti che sono davvero tanti i sacrifici da fare. Consiglio sicuramente di divertirsi nel fare quello che si fa e di farlo fino in fondo, studiando e senza lasciarsi trascinare da personaggi incapaci di confrontarsi e far crescere.

Foto Luca Tedeschi