Lino Ieluzzi: l’Eleganza come Emozione

“Luxury is a matter of money. Elegance is a question of education.” Il motto di Lino Ieluzzi, proprietario della boutique Al Bazar di Milano e autorità internazionale nel campo dell’eleganza, non ammette repliche. L’eleganza diventa concetto universale e attitudinale e ogni formalità lascia il posto a quella consapevole e divertita disinvoltura che altro non è che la quintessenza di una raffinatezza senza tempo. Questo è Lino Ieluzzi, che col sorriso di chi ama ciò che fa e che ha sempre vissuto a modo suo e con la sua simpatica parlata milanese resa roca e profonda dalle troppe sigarette ti accoglie nel suo mondo fatto di cura del dettaglio e di qualità sartoriale. Questo è il Bazar, punto di riferimento di ogni gentleman che si rispetti in ogni parte del mondo.

Lino, come nasce la tua passione per l’eleganza?
Parte da ragazzo, perché queste cose vengono trasmesse dai genitori. Mio padre era uno che per andare dal barbiere si metteva il doppio petto. Mia madre era una sartina del sud, che aveva ereditato questo mestiere dalla madre, mentre mio nonno, come tutti gli uomini del sud, ci teneva ad essere vestito in un certo modo. La voglia viene da qui. Ti viene insegnato di essere sempre a posto, ordinato. È una regola fissa dei tempi passati. Oggi non è più così.

Hai poi avuto, immagino, delle suggestioni tue, nell’adolescenza.

Quand’ero ragazzo amavo vestire in un certo modo perché esistevano momenti bellissimi, feste e altre situazioni che oggi ci sono molto meno, e che davano molte possibilità di apprendere alcune cose sia nel piacere che nel divertimento. Un tempo poi non c’erano i negozi: si andava dal sarto da cui ti facevi fare la giacca, l’abito, ed era un piacere vestire. Noi abbiamo iniziato presto a lavorare e, con i primi soldi, l’idea era il vestire, perché altre cose all’epoca non c’erano.

Quali sono i punti fermi della filosofia che sta dietro alla tua boutique, Al Bazar?
Una delle cose fondamentali è fare ciò che piace. Io faccio solo ciò che mi piace, ciò che sento di fare e poter trasmettere, che mi affascina, quindi dai tessuti al taglio, alla presentazione di capi. Ho sempre seguito l’emozione, più che altre cose che possono portare solo al business. Se mi crei emozione, io lavoro a 360 gradi e a cento all’ora. Se no, non lo faccio. Questo ti porta a fare cose che stranamente piacciono molto alla gente. Ho la mia base di colori, che sono la mia passione, un gioco di beige, panna, azzurro, nocciola pastello. Non amo il nero, tutti lo sanno perché è un non-colore. Tutto questo nasce dal passato. I colori solari ti danno molta più solarità e questo è fondamentale.

Uno degli aspetti dell’eleganza, che forse si è un po’ perso, è quello del dettaglio, dell’accessorio. Quali sono quelli imprescindibili e che andrebbero ripresi?

Gli accessori possono essere tanti o pochi, dipende da come uno li indossa e li porta. Se sei una persona di un certo carisma, puoi benissimo farne a meno; viceversa ti servono. Una delle poche cose che uno deve avere quando si veste è una sua cravatta e un suo fazzoletto, o altri accessori personali se sei uno che ci tiene ad avere il suo orologio, la sua penna, il suo accendino, le scarpe sempre a posto e ordinate – cosa fondamentale con certi tipi di abito. Il lucido nelle scarpe, poi, dev’essere un effetto, la scarpa non dev’essere nuova, deve essere solo lucida. Sono accessori che ognuno ama, c’è chi ama le bretelle, ma ce ne sono altri che amano tutti. Io amo la vecchia catena che portava mio padre, per cui la metto anche quando indosso i jeans. Le cose che mi piacciono di più dall’orologio al portafoglio, le porto sempre e comunque in un certo modo. Ognuno di noi si crea i suoi accessori, personali e personalizzati.

Alcuni accessori sono stati sfortunati; penso ad esempio al cappello: una volta tutti ce l’avevano, adesso nessuno.

Il cappello come altre cose subiscono i periodi del fascino della moda. C’è un periodo in cui grazie alla comunicazione viene spinto un prodotto piuttosto che un altro, e ha più successo. Oggi il cappello si sta riscoprendo, è tornato. Quest’estate erano tutti col cappello, non tanto perché amino il cappello, ma proprio perché è stato sdoganato e perché è tornato. Io, il mio vecchio cappello in feltro inglese, me lo metto su quando piove, punto. Altrimenti ne ho uno più sportivo, per tutti i giorni. Il cappello, come tutte le cose, ha subito il fascino della comunicazione. Se un articolo non è coinvolto dalla comunicazione, resta solo per una piccola nicchia di mercato.

Uno dei punti cardine del tuo lavoro è il made in Italy. Oltre ai prodotti abbiamo anche veicolato il nostro stile di vita. Abbiamo logorato questo concetto, sia delocalizzando e abbassando la qualità del prodotto sia logorando la nostra immagine all’estero o siamo ancora i maestri di stile che eravamo?

Diciamo che noi siamo molto bravi, anzi siamo i più bravi, su questo non c’è dubbio. Nel mondo ci invidiano. Qualsiasi cosa facciamo è molto amato. Poi, molte volte ti adegui ai mercati, che purtroppo fanno la differenza, e la differenza è fatta sul prodotto, sul fatto di andare in paesi in cui il lavoro costa meno. Sono esigenze di mercato. Molte cose si perdono, ma fortunatamente siamo talmente bravi che restiamo sempre in sella, nonostante siamo un paese strano. Parliamo bene e razzoliamo male. Siamo i primi a criticare e i primi a fare i danni maggiori. Non ci rendiamo conto, ma noi abbiamo un potenziale enorme. Il nostro paese è una macchina da soldi e non ce ne rendiamo conto. Potremmo fare cento volte di più, se ognuno di noi dovesse dare qualcosa in più al proprio paese: non ci batterebbe nessuno e nessuno ci fermerebbe. Io sono per il totale made in Italy. Dalle scarpe ai tessuti alla manifattura, tutte cose che facciamo fare in Italia, che è la cosa che gli stranieri amano di più. Gli italiani magari non ci fanno caso, guardano al prezzo, mentre gli stranieri sono attentissimi, a volte molto più di noi.

Quali sono i personaggi che hanno ispirato il tuo stile?
Io da ragazzo amavo lo stile dell’Avvocato, un genio di eleganza, stile e fascino. Lo seguivamo quando appariva sui giornali, in televisione. Ho letto molti suoi libri. Era un uomo affascinante. Dovevamo cercare qualcuno da imitare in tutti i modi. A cui assomigliare o da cui capire il perché era così affascinante. Ognuno di noi nel proprio lavoro ha cercato di fare cose credendo nel passato e portandolo nel presente e nel futuro.

L’icona esiste ancora? E se sì chi è?

Oggi non è che esista un’icona. Molte persone vengono considerate icone. Molti credono che io sia un’icona, quindi figurati! Secondo me non esistono icone. Esistono persone che sanno di avere un certo fascino e carisma e possono permettersi di indossare, parlando di abbigliamento, alcuni capi senza problema e vengono considerate icone di stile. Ma non è sinonimo di stile. Una persona affascinante non è una persona di stile; una persona che ha classe, che vedi camminare, ti crea un’emozione.

Com’è cambiato il tuo cliente negli anni?
Cambiamenti ce ne sono stati tanti. Ci sono anche cambiamenti politici ed economici che ti portano a cambiare. Questo purtroppo è un dato di fatto: quando tutto funziona bene, economicamente e politicamente, ti puoi permettere alcune cose. Viviamo un periodo molto particolare e questa cosa devia su tutti i settori. Alcune cose si dimenticano, altre non si prendono più in considerazione e si tendono a fare errori madornali. Dovremmo capire che dobbiamo amare molto di più il nostro paese.

Con i social network hai avuto un cambiamento nel tuo modo di lavorare?
È sicuramente cambiato il mondo. Chi non ti conosceva, in capo al mondo, ti può conoscere, può venirti a vedere o puoi trasmettergli in tempo reale quello che fai, tramite foto e video. Cose che non esistevano. I social sono stata una cosa eccezionale, per noi, ma penso anche per tutti i lavori che oggi esistono sul nostro mercato.

L’eleganza si impara o è innata?

O ce l’hai o se non ce l’hai. Puoi comunque migliorare. Però è un qualcosa che ognuno di noi ha dentro. Molte volte ce l’hai e non riesci ad esprimerla. Perché nessuno ti dà la possibilità e alcune volte la segui, altre no, e non riesci a trovare il tuo filone. Per altri non c’è proprio. Ti puoi vestire come vuoi, con le giacche d’oro, ma se non c’è, non c’è.

Esistono dei tabù nell’eleganza?

Non ci sono regole, ma fondamentali, come nella vita. Io dico sempre che l’educazione è fondamentale. Se sei maleducato, non hai considerazione di chi ti sta vicino. Il tabù è quello di coprirsi continuamente pensando di essere chissà chi. Invece ti sei solo coperto. Con qualsiasi cosa, il vestito, la macchina, pensi di essere, ma non è così, l’eleganza è un’altra cosa. Elegante è ad esempio anche una persona puntuale agli appuntamenti.

Come ti senti di descrivere il concetto di stile?
Se pensi di avere un minimo di carisma personale, di creare qualcosa di tuo, diventa un modello, un modo di essere e uno stile preciso. Uno che ha uno stile ben preciso lo deve portare avanti, da quando è piccolo. Oggi lo stile si cambia continuamente: un giorno così, domani in un altro modo. Pensi che lo stile lo puoi cambiare, ma non è così. Lo stile è uno solo, non ci sono cento stili. Fa parte della nostra vita, se sei in un certo modo non cambi ogni giorno bandiera. Oggi è tutto a breve termine. Stile non vuol dire per forza doppio petto. Parlo anche di chi mette camicia jeans o infradito. Se hai stile ce l’hai e basta.

Tu ti occupi di abbigliamento classico. Come si mantiene il classico aggiornato e appetitoso per le nuove generazioni?

Oggi è molto più facile, grazie ai social, seguire tanti tipi di stile
e modi di vestire o di coprirsi. Ognuno segue alcuni personaggi. Seguire chi ritieni sia un uomo di gusto e di stile ti può dare qualche consiglio, da cui puoi apprendere e migliorare il tuo modo di vestire, e puoi scoprire quello che hai dentro e che hai timore di trasmettere perché pensi di sbagliare. Oggi il grande dramma delle persone è che hanno paura di sbagliare. Se ti piaci, hai fatto un grosso passo avanti. Piacersi è la cosa più difficile.

Il classico deve ricevere input dall’esterno?
Sì, se sei uno che ha capacità di coordinare le tue cose con naturalezza e scioltezza. Io sono uno che mette i jeans col doppio petto, ma lo porto in un modo diverso. Metto cose che mi sento di portare. Molte persone non stanno a proprio agio nel vestire, molti lo fanno perché pensano di esserlo, ma non è il loro modo i vestire. Tante volte, l’insicurezza, la paura di sbagliare, di essere ridicoli o criticati porta ad avere sbandamenti enormi. Magari per non sbagliare fai tutto ciò che è normale, ma l’emozione non ce l’avrai mai. Emozione zero. Ce l’avrai se crei qualcosa di tuo, che ti diverte e che ti piace.

C’è qualcosa nell’abbigliamento classico alla quale saresti disposto
a rinunciare perché secondo te ha fatto il suo tempo? Oppure c’è qualcosa di nuovo, venuto fuori negli ultimi anni, che ti ha stupito piacevolmente? Faresti il cambio: lascio il vecchio per qualcosa di nuovo? Onestamente ho certe cose vecchie che mi piacciono più delle nuove, ma ci sono cose vecchie che trasformo in cose nuove, le rimodifico, do loro più attualità perché siamo in un momento diverso. Molte cose tornano, hanno periodi morti. Quindi fai così: lasciale lì e lascia che tornino. Nel nostro mondo tutto torna. Torna il cappello, tornano
le bretelle, il cachecol. Tutto torna. Niente viene affossato e dimenticato. Arriva sempre il momento adatto per indossare qualcosa di qualche anno fa, e di colpo la comunicazione è in grado si smuovere ogni tutti i tipi di mercato.

Che significato ha il numero sette che viene ricamato sulle tue cravatte?
È iniziato come un gioco: il sette è il giorno in cui sono nato, e, le cravatte, me le ero fatte per me, una decina di anni fa. Mi divertiva. Dopo dieci anni, dal nord al sud del mondo, trovi gente con le mie cravatte, e la gente dice: «Ah, anche tu vai da Lino?» È diventato un simbolo, c’è gente che viene apposta per le mie cravatte. Adesso ho fatto anche quella doppia, che puoi portare con due colori, quindi in due modi. E sono comunque sempre fatte da tessuti di giacca, non sono in seta. Io uso solo lana perché qualsiasi cosa in lana, dal mattino fino a sera, resta uguale. La seta ogni volta la devi sistemare perché si allenta, si molla, cade, non ha mai quella perfezione…