Rudy Bandiera e l’educazione ai social

Rudy Bandiera è un giornalista, ma soprattutto è un consulente web specializzato in social media. La scorsa settimana è stato ospite a Trieste per parlare proprio delle potenzialità di strumenti come Facebook, Twitter o Instagram; siamo stati invitati e, a margine, abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui.

Alle tue lezioni parli della bolla speculative online di qualche anno fa quando molte aziende scomparvero completamente dal panorama internazionale. C’è il rischio che possa accadere di nuovo? “È possibile. In questi ultimi giorni Twitter ha avuto una flessione del 30 per cento, altre importanti aziende hanno dovuto fronteggiare perdite anche più grandi. Facebook e Google stanno in piedi, certamente, ma non si guadagna più come lo si faceva un tempo. Ci sono molti più rischi. Quindi la bolla potrebbe scoppiare in qualsiasi momento”.

I social sono parte di un web fatto di relazioni. Esiste tuttavia, una fascia di popolazione che sempre di più finisce per confondere queste relazioni. Qual è, secondo te, la vera ragione? “Il FOMO (fear of missing out) è una vera e propria patologia, traducibile nella paura di perdere le relazioni, di restare tagliati fuori. C’è un 7 per cento circa delle persone che sembra la soffrano. Non c’è lo stacco da una realtà all’altra. Si resta alienati dal web, dai social, si finisce ad essere convinti che tutta la nostra vita sia riconducibile solamente all’online e tutti sappiamo che non deve essere così. Il digitale ed il reale devono essere ben distinti”.

Quanta prevenzione si fa? “Pochissima. Bisognerebbe rendere consapevole gli users dei rischi e della potenzialità dei social. Spesso le persone non hanno idea, c’è grandissima confusione: purtroppo non esiste uno storico di questa realtà, di conseguenza si è ancora molto incerti sulla direzione da seguire. Ciò che si può fare è sensibilizzare le famiglie, figli e genitori assieme, dare la possibilità ai figli di comprendere i rischi ed ai genitori di far sapere cosa i loro figli fanno online. Il primo passo noi l’abbiamo fatto a Ferrara la prima settimana di agosto con un programma di educazione civica da portare nelle scuole”.

Quali sono gli strumenti per arginare il fenomeno? “C’è bisogno di educazione ai social. Non possono farla i programmatori, i tecnici, chi in fondo si occupa della meccanica del problema. Dovremmo destinare il tutto ad un ambiente umanistico, chi abbia dimestichezza con problematiche di genere, con relazioni umane. Non perché un programmatore non abbia la sensibilità per farlo, bensì perché ognuno deve avere il suo ruolo preciso”.

Quanto tempo passa dall’organizzazione di una campagna ai primi risultati effettivi per un’azienda? “Non meno di sei mesi. Ci sono agenzie che fanno oscillare questo tempo, anche se io credo che in meno di 180 giorni non sia possibile intravedere qualche risultato monetizzaibile. E poi capirne gli effetti positivi non è lavoro da poco”.

Quali sono i must che tu consigli durante i tuoi corsi? “Alexa.com, Talkwalker, Google Alert, Mention.com, Hootsuite.com e molti altri. Tutti strumenti che permettono un controllo ed un’analisi molto buona dell’andamento e del posizionamento online. Poi, in questo campo ogni argomento ha il suo specific, non sempre c’è una sola via da seguire, anzi, quasi mai. Quello che so, è che se le aziende vogliono vedere una crescita, preventivare l’utilizzo dei social è assolutamente fondamentale. Se non lo si fa, si rischia di restar fuori”.