“Le strade per annusare il cielo”

A volte hai la normale tendenza a cercare il noto nell’ignoto, qualcosa che dia punti di riferimento, che permetta una lettura facile, universalmente soddisfacente. Una specie di processo di straniamento inverso, di concretizzazione sistematica dell’astratto.
Anche Carlo Levi lo faceva quando nei suoi reportage dalla Cina o dall’India cercava tracce di Roma, colori napoletani, profumi di Sicilia, nelle facce dei poeti urdu, nelle striature delle mucche sacre, nelle strade di Delhi. Realia in comune, cose conosciute o se non altro, appunto, conoscibili, paragonabili. Lo faceva per non perdersi, per capire, ma soprattutto per suscitare nel lettore degli anni Cinquanta emozioni che sarebbe stato in grado di riprodurre con il solo uso dell’immaginazione. Perché il valore di quei reportage (e del giornalismo in generale), come ha scritto poi Mario Calabresi, non stava nell’immediatezza, ma nell’approfondimento.

Anche la fotografia, con l’arrivo del digitale, non è più quella di una volta. Una volta, era una cosa meditata, che richiedeva il suo tempo. Anche qui c’è qualcun che sente la necessità di andare a fondo nelle cose. Linda Dorigo è una nostalgica, fa le cose alla vecchia maniera, sviluppa ai sali d’argento. E anche in questo reportage c’è un Oriente in cerca di somiglianze. Solo che, si sa, i fotoreporter non usano giri di parole o lunghe descrizioni. Scattano, fermano momenti eterni, ma che restano immobili solo prima che altrettanto immediatamente non lascino scaturire qualcos’altro. Perché ci sono l’Iraq, il Libano, Israele. Ci sono famiglie di netturbini, gli zabbaleen, famiglie che operosamente, per vivere, accumulano l’immondizia di tutto il Cairo al primo piano della loro casa, ché la differenziata è la loro fonte di sostentamento.
C’è la chiesa di Santa Maria, nella periferia nord di Baghdad. Dopo l’attentato suicida del 2010, sta dentro a un recinto di mura alte più di un uomo. La domenica, per permettere ai cristiani di assistere alla messa, la strada viene chiusa da mezzi blindati.

Vengono per non perdere le loro radici, per “non staccare il cordone ombelicale” con la loro terra, per non dimenticare l’aramaico, l’antica lingua di Gesù

C’è anche una donna che bacia un ragazzo. È tornata per l’estate a Pataver, in Iran. E, come lei, molti altri, che vengono per non perdere le loro radici, per “non staccare il cordone ombelicale” con la loro terra, per non dimenticare l’aramaico, l’antica lingua di Gesù.
C’è un agosto egiziano, ad un’ora che può essere vicina a mezzogiorno. Due monaci di spalle, vestiti di nero, tra una terra e un cielo che hanno lo stesso colore: sono bianchi. Forse lo sanno di non avere un’ombra, con un sole così alto, così a picco sulle loro teste. Camminano verso il monastero di Santo Veni. Raccontano che non sempre sono riusciti a proteggersi dalle aggressioni della gente dei villaggi vicini, gente di religione diversa.

Tutte le volte, sei attraversato dalla silenziosa sensazione di intimità di una vita sospesa nel tempo. Un tempo fatto di nostalgia, “nostalgia non solo per qualcosa che non c’è più, ma che si vorrebbe ci fosse ancora.” Un tempo lento e inesorabile che, come le sabbie di un deserto, avanza e copre, nascondendo i segni e le storie di uomini perennemente indecisi se restare per contrastare quel deserto o fuggire. Questa è la storia dei cristiani in oriente che Linda ha raccontato insieme ad Andrea Milluzzi e Annalisa D’Angelo. Una storia di persecuzioni e paura che affonda le radici in tempi lontani, ma che vive in una stravolgente attualità. Un lontano presente che è tutto in queste fotografie, nel suo svelarsi chiaroscurale, evocativo, simbolico.
Ecco che, lentamente, il noto viene fuori dall’ignoto, come l’immagine lentamente esce dall’acqua chimica di una camera oscura e già diventa nostalgia.

Credits foto: Linda Dorigo